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Il male oscuro dell’illegalità che trascina indietro il Paese

“Il potere sta altrove” diceva Leonardo Sciascia. In una analisi spietata, Roberto Scarpinato, interrogato da Saverio Lodato (Il ritorno del Principe, ed. chiarelettere) lo ravvisa, in Italia, nel Principe, non quello di Gramsci (essenzialmente, il partito-guida della società, espressione suprema di una sostanziale democrazia) ma quello dei Borgia, espressione suprema della degradazione politica e civile.

Attraverso la storia d´Italia, dal Cinquecento in poi, quel Principe oscuro, che sta fuori della scena politica visibile (letteralmente, nell´oscenità) è all´opera, potenza sostanzialmente egemone, contrastata con alterna fortuna da minoranze illuminate in episodi felici di quella storia. Nel nostro tempo stiamo assistendo a un suo prepotente ritorno. Quel ritorno è segnato dall´intreccio di tre forze eversive: la corruzione, la mafia e lo stragismo. Esso trascina l´Italia fuori dall´Europa, dalla modernità e dalla democrazia.
Non si tratta affatto di una imprecazione fanatica alla Savonarola. Si tratta, purtroppo, di una analisi che poggia su una documentazione ineccepibile, tratta dall´esperienza di un magistrato di prima linea, spettatore-attore di uno scenario da cui egli, per primo, è stato sorpreso e terrificato.
In estrema sintesi, il libro-intervista denuncia il declino, anche economico, ma soprattutto civile del nostro paese, in un trionfo dell´illegalità dovuto a quell´intreccio fatale. Lo specifico italico di quell´intreccio rispetto agli altri Stati democratici moderni dell´Occidente è il coinvolgimento dello Stato nella criminalità della corruzione della mafia e dello stragismo: sicché esso finisce per svolgere un doppio ruolo: di repressione e di promozione della criminalità.
Non c´è quasi nulla, in questo libro che sia del tutto nuovo e ignoto. Di nuovo c´è la intenzione manifesta di sorvolare sulla descrizione degli episodi per coglierne la connessione; di allontanarsi dal quadro per abbracciarlo in uno sguardo d´insieme.
L´analisi è condotta, con rigore e passione politica al tempo stesso, su quelle tre correnti pesanti: la corruzione, la mafia e lo stragismo, risalendo ogni volta alle possibili cause remote, senza farsi invischiare dalle tentazioni impressionistiche dell´attualità; e soprattutto sollevando il riflettore, per quanto si può, dall´osservazione dei personaggi più evidenti e truculenti, che soggiogano l´attenzione, sviandola dalla ricerca dei livelli più elevati e decisivi; là dove si ha la sorpresa di incontrare frequentatori abituali e insospettabili della “società civile”.
Impossibile e inutile riassumere. Del resto, il libro, ben scritto, si legge d´un fiato. Vorrei invece esprimere qualche riserva,
La prima riguarda proprio il Principe. È sempre fuorviante personalizzare formazioni storiche oggettive in entità soggettive. L´esempio più ovvio è il capitalismo. Si rischia di prestare alla storia una intenzionalità che può tradursi, nei casi più ingenui, in complottismo. Forse per questa ragione Marx, che era più marxista di quanto volesse far credere, non usò mai quella parola.
È vero però che in qualche occasione il complotto non fu solo sfiorato, ma concretamente progettato. Questo è avvenuto con il golpe Borghese del 1970. Questo con il cosiddetto papello, e cioè con il piano elaborato dall´ala dura della mafia tra il 1991 e il 1992, in una fase tragica per le sorti della Repubblica investita contemporaneamente dalla crisi politica di Tangentopoli e da quella economica che stava travolgendo la lira.
In quel momento terribile si discusse ai vertici di Cosa Nostra, con la partecipazione di qualche eminente personaggio dell´establishment, nientemeno che la costituzione di una Lega meridionale, parallela alla Lega Nord, disarticolando l´Italia in tre macroregioni e facendo della Sicilia “una sorta di Singapore del Mediterraneo”: un paradiso off shore defiscalizzato, porto franco, capitale di tutti i capitali del mondo. In una intervista pubblicata sul “Giornale” del 20 marzo 1992, il professor Miglio, allora autorevole suggeritore della Lega Nord, dichiarò letteralmente: «Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta… io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un´assurdità. C´è anche un clientelismo buono che determina crescita economica…». Insomma, forse non c´era un Principe. Ma molti aspiranti, sì.
La seconda riserva riguarda il ruolo che si assegna alla magistratura. Quando si afferma che lo scopo della magistratura trascende la pur ovvia funzione di «accertare la responsabilità penale di determinati imputati per specifici reati», per svolgere «anche una straordinaria opera di disvelamento al pubblico dell´oscenità del potere in Italia», si finisce per cadere nell´abuso di potere e nella illegalità che si denuncia. Non tocca ai magistrati di disvelare la politica ma di far osservare la legge.
Non mi persuade neppure il rimpianto per il venir meno di un comunismo che rappresentava, si dice, almeno una alternativa aperta. Che razza di alternativa! Ci si dimentica che l´alternativa non era il virtuoso Berlinguer, ma i cinici occupanti del Kremlino.
Queste riserve non intaccano una essenziale solidarietà con la coraggiosa denuncia di questo libro, che tanti italiani farebbero bene a leggere per scrutare nel fondo questo loro paese.
Al riguardo, bisogna reagire con forza a quella deriva tipica del trasformismo italiano, di fare di ogni erba un fascio (che è la parola giusta). Mettere sullo stesso piano la riforma e la controriforma, la rivoluzione e il termidoro, i fascisti e i partigiani perché ciascuna delle due parti si è macchiata di delitti è un posizione pilatesca che non rivela sete di giustizia ma vocazione al tartufismo.
No, tra riforma e controriforma, rivoluzione e termidoro, fascismo e Resistenza, bisogna scegliere. E tra la denuncia della corruzione dello stragismo e della mafia e quella della illegalità dei suoi eccessi, io sto decisamente per la prima. L´illegalità la prepotenza e il sopruso, e soprattutto la vile acquiescenza con cui queste nequizie sono tollerate da tanta parte della pubblica opinione italiana sono un macigno che pesa sul nostro destino.
Resta la domanda decisiva, Potrà questo paese liberarsi di questo macigno? Se rispondessi di no, tradirei le ragioni della mia appartenenza alle mie idee e al mio Paese.

GIORGIO RUFFOLO

 

In la Repubblica, 19 agosto 2008

 

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