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Il gioco di D’Avanzo

Il 25 ottobre 2007 Giuseppe D’Avanzo firma, su Repubblica, un articolo intitolato “I giudici cannibali”, in cui contrappone i magistrati a suo dire “protégés” di Giancarlo Caselli a quella che chiama la “tribù” di Pietro Grasso. Un pezzo devastante per la Procura palermitana, una descrizione più dannosa delle lettere del Corvo.

Un ritorno al clima dei veleni, che non si pensava si potesse leggere sul quotidiano diretto da Ezio Mauro, a poco meno di un anno dal ritorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi e dei suoi ministri maggiordomi, in primis Angelino Alfano, ministro ombra del governo (il vero guardasigilli è Niccolò Ghedini, avvocato del Presidente del Consiglio).

Con Berlusconi in sella, era facile prevederlo, sarebbe ripartito alla grande l’attacco alla magistratura, al terzo potere dello Stato, all’equilibrio dei poteri, al controllo di legalità. E che fa il vicedirettore del più diffuso quotidiano di opposizione? Attacca i magistrati di Palermo.

I lettori non capiscono il senso dell’articolo, che avrebbe trovato migliore collocazione sul Giornale di Famiglia.

 

Nel maggio di quest’anno D’Avanzo scrive un  articolo feroce contro Marco Travaglio, firma dello stesso quotidiano di cui D’Avanzo è vice direttore.

Travaglio aveva appena ricordato agli spettatori di “Che tempo che fa?” le amicizie pericolose di Renato Schifani, seconda carica dello Stato.

E D’Avanzo se la prende con Travaglio, non con Schifani. Sul quotidiano dove scrivono entrambi.

Mentre finge d’impartire lezioni di giornalismo al collega, in realtà contribuisce ad allontanare l’attenzione dal caso Schifani che diventa, per giorni, il “caso Travaglio” su gran parte della stampa. Con gran giubilo di Renato Schifani e dei suoi amici, immagino.

 

Di che cosa è accusato Travaglio? Perché di accusa si tratta. Di aver conosciuto e frequentato un maresciallo in seguito condannato per aver passato informazioni a Michele Aiello e di essersi fatto pagare il soggiorno alberghiero da quest’ultimo.

(L’articolo di D’Avanzo è qui ).
Travaglio replica con una lettera a Repubblica pubblicata insieme alla controreplica di D’Avanzo e con una lettera al Corriere della sera.

( qui   e qui )

 

Le accuse sono lesive dell’onorabilità e della professionalità di Travaglio, che torna sull’argomento sul suo blog due giorni fa: Carta Canta.

 

Ma D’Avanzo non molla e scrive, oggi, un altro pezzo micragnoso, di cui nemmeno si vergogna

 

Ho iniziato questo articolo ricordando l’accusa di cannibalismo ai magistrati della Procura di Palermo perché penso che D’Avanzo non miri solo a ledere la credibilità professionale di un collega che vende molto più di lui ed ha successo (si dice che L’Unità, deprivata di Antonio Padellaro, conti sulla firma di Travaglio per almeno 20mila delle copie vendute): se fosse solo così sarebbe un misero caso d’invidia professionale.

No, leggete bene gli articoli di D’Avanzo. Anche tra le righe.

Il maresciallo Ciuro, condannato come talpa, ha lavorato a lungo con i magistrati palermitani e in particolare con Antonio Ingroia, come ci ricorda D’Avanzo. Ingroia è il pm del processo a Dell’Utri. E’ uno dei “cannibali”. Di quelli che a D’Avanzo piacciono pochissimo.

E con Ingroia Ciuro è andato anche in vacanza.

Ecco il sillogismo di D’Avanzo. Il veleno del serpe, il gracchio del novello Corvo.

Come possiamo fidarci di magistrati che si avvalgono di collaboratori infedeli?

Come possiamo fidarci di giornalisti che li frequentano?

Un attacco al giornalista e un attacco, meno evidente per i lettori, ma chiarissimo per certi destinatari, al magistrato più inviso a Berlusconi e al suo caro amico Marcello, dopo Gian Carlo Caselli e l’intera Procura milanese.

 

Se a Schifani si rimproverano certe frequentazioni, lo stesso vale per magistrati e giornalisti, sostiene con spregio della logica e del contesto lo spavaldo D’Avanzo.

 Soprattutto per Un magistrato e per Un giornalista. (Il meno amato dall’intera corte berlusconiana e da gran parte della sinistra piddina).

 

Un’equazione di primo grado: essersi imbattuti in un maresciallo poi rivelatosi infedele è la stessa cosa che per Schifani aver fatto affari con chi in Sicilia era già noto come mafioso anche prima della condanna. Come ha opportunamente osservato proprio Salvatore Borsellino, chi vive in Sicilia sa bene e molto prima di un accertamento processuale come stanno le cose e chi è frequentabile e chi no.

Ciuro era un maresciallo, non un imprenditore chiacchierato.

La situazione è molto, molto diversa.

Ma non per D’Avanzo.

Che si è guadagnato l’eterna gratitudine di Renato Schifani, sul quale non solleva nemmeno l’ombra del dubbio, né gli viene in mente di chiedergli chiarimenti, no, chiede le ricevute bancarie a un giornalista torinese. E insinua veleno sui magistrati di Palermo.

Mi chiedo come e perché il Direttore di Repubblica permetta questo. Ezio Mauro non ha scritto una parola.

E scorrettamente Repubblica manda in stampa oggi la replica di D’Avanzo al pezzo che Travaglio ha pubblicato sul suo blog, senza pubblicare quest’ultimo e senza dare al lettore la possibilità di capire.

A che gioco stai giocando Repubblica? Con chi stai giocando D’Avanzo?

 

Vanna Lora

 PS leggo ora la replica di Marco Travaglio, appena uscita sul suo blog. Eccola: Carta Canta2

E qui si può leggere la lettera di Travaglio a Repubblica, pubblicata il 12 settembre
 

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