di Piero Messina – 20 febbraio 2014L’imprenditore agrigentino che fece arrestare i suoi estorsori ha deciso di vendere quel che resta della sua azienda e abbandonare il Paese. “Ormai siamo in miseria e qui non posso lavorare”
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’addio agli studi di Veronica e Giuseppe, i due figli di Cutrò. “Si erano trasferiti a Milano con tante speranze – racconta l’imprenditore – ma ora siamo rimasti senza un centesimo in tasca e i miei ragazzi sono dovuti tornare a casa, a Bivona”. Il volto burocratico dell’amministrazione ha colpito duro: nonostante Cutrò, che è anche presidente dell’associazione nazionale testimoni di giustizia, abbia dato il suo contributo da cittadino nella battaglia contro la mafia, a lui ed alla sua famiglia sono stati negati i sostegni necessari per andare avanti. Lavorare è diventato impossibile: nessuno, come da copione per chi denuncia il racket e la mafia – si è più affidato alla sua impresa. Ma cartelle esattoriali e scoperture bancarie non si sono fermate, mettendo con le spalle al muro Cutrò e il destino della sua famiglia. “E’ inutile girarci intorno – racconta commosso – ormai siamo ridotti in miseria”.
Cutrò vive sotto scorta e sotto protezione dal 2008. Proprio in quel frangente, all’inizio della sua testimonianza, l’imprenditore avrebbe potuto scegliere una strada più comoda: abbandonare la Sicilia e vivere con una nuova identità a spese dello Stato, con un assegno vitalizio. Ma ha detto no e ha preferito restare in prima linea. Poi la crisi della sua azienda ha fatto il resto. Quella chance di andar via è sembrata l’unica soluzione per salvare almeno i suoi figli. “Ho chiesto al Ministero che ai miei figli venisse concessa quella possibilità di rifarsi una vita, di andare via dalla Sicilia con una nuova identità in una località protetta e ricevere il sussidio dallo Stato. Così, avrebbero potuto studiare e costruirsi un futuro. Ma anche quella richiesta è stata bocciata”. Forse oggi Cutrò si pente di non aver lasciato la Sicilia: “Ma io avevo deciso di continuare a lottare – spiega – e sono rimasto nella mia terra, perché ero convinto che fosse necessario dare una testimonianza concreta di come sia possibile sconfiggere la mafia. Avevo torto. Ero convinto che lo Stato mi avrebbe aiutato. Oggi mi sento sconfitto e il segnale che arriva a chi testimonia contro le cosche mafiose non è certo incoraggiante”.

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