Questa mattina alle 10.30 chi passava sotto il Ministero dell’Interno ha assistito all’ennesimo gesto di disperazione. Ormai gesti come questi sono all’ordine del giorno in un Paese dove, se non fai qualcosa di eclatante, non vieni ascoltato. Nemmeno se a parlare sono due testimoni di giustizia. E non pentiti o collaboratori, ma testimoni, cioè persone che di loro spontanea volontà e per solo senso civico e dello Stato hanno deciso di denunciare e poi testimoniare contro mafiosi di clan potenti come i Madonia e i Bassa Quisquina. Ignazio Cutrò e Valeria Grasso si sono incatenati questa mattina ai cancelli del Ministero dell’Interno. Dopo pochi minuti le forze dell’ordine sono riusciti a rompere le catene e a farli scendere nella piazza antistante il Ministero, ma i due ci hanno messo poco a riprendere fiato e coraggio e a incatenarsi di nuovo, questa volta alla fontana che sta proprio ai piedi dell’edificio istituzionale. E questa volta per restarci.
All’inizio c’è stato un po’ di marasma, la Polizia che urlava, Ignazio e Valeria che non si muovevano di un millimetro, una decina di persone intorno a loro per “difenderli”.
Era una situazione paradossale: da una parte chi ha lottato e continua a lottare la mafia e dall’altra… la stessa cosa. C’era un poliziotto che anni prima faceva parte del Servizio Scorte della Polizia di Stato. E c’erano i due carabinieri che facevano da scorta ad Ignazio e i due che facevano da scorta a Giulio Cavalli. C’erano Sonia e Chicco Alfano, due persone che la lotta alla mafia ce l’hanno nel sangue. C’erano poliziotti che ci sorridevano. C’erano i giovani dell’Italia dei Valori.
A parte una spiacevole parentesi con una vice-prefetto, che non avrà avuto nemmeno quarant’anni, che è scesa ad insegnarci come si fa la lotta alla mafia, come si fanno le manifestazioni “civili”, il resto delle forze dell’ordine, più o meno velatamente, ci è stato accanto.
Hanno provato più di una volta a far ragionare Ignazio e Valeria, a farli desistere, esprimendo solidarietà ed impegnandosi in prima persona per farli parlare, al caldo di un commissariato, con qualcuno del Ministero.
Ignazio e Valeria sono stati irremovibili: “Abbiamo finito con i discorsi, con le parole. Vogliamo i fatti. Vogliamo parlare con il Ministro o con il Sottosegretario, e lo vogliamo fare qui. Non siamo dei pazzi, non abbiamo bombe, non chiediamo soldi, abbiamo seguito ogni altra strada praticabile e percorribile, burocratica e non, ma non abbiamo mai avuto risposte. Le nostre famiglie vivono nel terrore e noi siamo allo stremo. Non vogliamo niente, vogliamo solo protezione e vogliamo avere la possibilità di tornare a lavorare. A vivere degnamente”.
Un poliziotto si avvicina a Valeria, forse uno di quelli che aveva provveduto a tirarla giù dai cancelli, con gli occhi lucidi. “Mi dispiace. L’ho dovuto fare ma io sono con lei.”
E la situazione ha dell’assurdo. Siamo tutti dalla stessa parte. Tutti quelli che erano in quella piazza erano dalla stessa parte. Forse, chi non sta dalla nostra parte è chi siede nelle poltrone più importanti del Ministero, quelle persone che non si sono degnate di farsi vedere, neanche su richiesta di un parlamentare, Franco Barbato, e che hanno lasciato per ore o ore al freddo due testimoni di giustizia incatenati come animali da macello.
Hanno tirato di nuovo fuori le cesoie per rompere le catene. Quelle poche persone presenti si stringono intorno ad Ignazio e Valeria. Un funzionario, con voce nemmeno troppo convinta, dice loro: “Andate via o vi dovremo spostare con la forza”.
“E allora iniziate con me, che sono una parlamentare e che sono figlia di una vittima di mafia, “ dice Sonia Alfano, davanti al gruppo.
Ignazio non ce la fa più e grida: “La lotta alla mafia non si fa solo arrestando i mafiosi. Si fa soprattutto proteggendo e stando accanto a persone come noi, dando l’esempio, dando motivo ai centinaia di nostri colleghi, che si ritrovano nella morsa delle mafie, di credere nello Stato!”
I poliziotti tentennano, poi fanno un passo indietro. Non importano gli ordini, gettano le cesoie nella macchina. Più tardi si sentirà uno di loro sussurrare ad un collega: “Io non ce la faccio, io non le taglio.”
Ignazio e Valeria non vanno in bagno da stamattina, hanno mangiato a stento un panino e bevuto mezza bottiglietta d’acqua. Ha fatto loro visita anche un’ambulanza, visto che Ignazio poco fa è svenuto.
Il nostro Stato va proprio al contrario: Dell’Utri, condannato in appello per mafia è seduto comodamente in una poltrona del nostro Parlamento, e due testimoni di giustizia, che hanno messo in galera potenti mafiosi, sono incatenati davanti al Ministero dell’Interno, circondati da forze dell’ordine.
Ignazio Cutrò e Valeria Grassi sono ancora incatenati. E non hanno intenzione di desistere, finché non riceveranno risposte e impegni seri.
PS
Il movimento delle Agende Rosse è vicino ad Ignazio Cutrò e Valeria Grasso, ed invita chiunque ne abbia la possibilità ad andare al Ministero dell’Interno a Roma.
Hanno bisogno di sentire, come diceva Paolo Borsellino, che “la gente fa il tifo per loro”.

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