La legittimazione è il riconoscere come conforme alle leggi giuridiche e morali una persona e il suo operato. Eppure sembra che la politica nostrana abbia confuso il legittimare con il delegittimare, concetti antitetici, ma separati solamente da un semplice prefisso “de”. E chi è l’oggetto di queste critiche delegittimatorie? Un criminale? Un Senatore condannato in appello a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato per aver agevolato la mafia e per rivelazione di segreto istruttorio? Un altro, sempre rigorosamente Senatore, condannato a nove anni di reclusione, con l’accusa di concorso in associazione mafiosa? Un politico corrotto, un corruttore, un mafioso? Niente di tutto questo.
Lo so che ha dell’incredibile, ma in questo Paese ad essere continuamente tartassati non sono gli oltre settanta pregiudicati, condannati in primo o secondo grado, che ci ritroviamo in Parlamento, ma i servitori dello Stato, coloro che, al contrario, si alzano ogni mattina con la consapevolezza di dover rinunciare ad una parte della loro vita per metterla al servizio di questo Stato irriconoscente; coloro che, disposti ad accettare anche la morte, combattono ogni giorno per rendere l’Italia libera dalla criminalità e dalle ingiustizie.
I magistrati, gli stessi dei quali il Governo si serve per sfoggiare la propria efficacia nei confronti della mafia, sono stati accusati negli ultimi mesi delle più stravaganti colpe che possono essere attribuite ad un giudice. Sono stati chiamati pazzi, incoerenti, subdoli, scansafatiche, complottisti, destabilizzatori, ambigui, ipocriti e chi più ne ha più ne metta. Si è parlato fino alla nausea di toghe rosse e giudici politicizzati che, non avendo niente di meglio da fare, si erano presumibilmente dati un piano destabilizzatore per ordire un complotto ai danni dell’attuale Governo; qualcuno è addirittura arrivato a dire che l’Italia è in mano al “partito dei giudici”! Il problema è che quel qualcuno non è uno qualsiasi, ma il Presidente del Consiglio, il Capo del Governo, colui che dovrebbe tutelare la magistratura, e le pesanti critiche contro chi amministra la giustizia sono arrivate da noti personaggi politici e giornalisti.
La televisione ci ha bombardati di colpi pesanti alla magistratura, hanno tentato di spacciarla per l’unico e vero male di questo Paese, tanto che la gente comune, che non trascorre i pomeriggi interi davanti ad uno schermo alla ricerca della verità, ha ormai acquisito il concetto, del tutto falso ovviamente, che “i giudici sono comunisti mascherati che non vogliono sottostare alle leggi dello Stato”. E questo è troppo, è inaccettabile da parte di una società civile; ma, dato che al peggio non c’è mai fine, è meglio non dimenticarsi delle accuse lanciate anche a quelle altre persone che io amo chiamare “eroi viventi”, come Roberto Saviano, a cui, dopo aver ricevuto ampia solidarietà in trasferta, hanno riservato i più grandi onori in casa, accusandolo di essere un ragazzaccio in cerca di soldi, uno che pubblicizza il fatto di vivere sotto scorta, un scrittore mediocre che marcia continuamente sul fatto di aver messo allo scoperto una parte della camorra, uno che si crede Dio e che avrebbe potuto evitare di dare una cattiva immagine del nostro Paese all’estero. C’è qualcuno (Farina Renato su Il Giornale del 15-11-09) che gli ha addirittura detto di “scendere dal cavallo di bronzo, perché non è ancora un monumento”. Certo, quando lo faranno saltare in aria allora diverrà un monumento e solo da quel momento in poi si potranno sprecare parole di elogio nei suoi confronti; fin quando è in vita è meglio non fargli sentire troppo la vicinanza e la riconoscenza di uno Stato! E proprio a questo scopo, qualche settimana fa, a Pieve Emanuele, Pdl e Udc hanno votato contro una mozione per conferirgli la cittadinanza onoraria insieme a Giulio Cavalli, altra grande voce dell’antimafia. La motivazione lascia esterrefatti: “Saviano e Cavalli fanno business a spese nostre, visto che la scorta è pagata dai contribuenti”.
Critiche non sono state risparmiate neppure a Salvatore Borsellino, che più volte è stato accusato di essere una pedina di Antonio Di Pietro, di essersi lasciato strumentalizzare dalla politica e di essere rimasto intrappolato nella rete degli inciuci; hanno cercato di mettere in dubbio persino il suo rapporto con il fratello Paolo, tanto che Gasparri è arrivato a dire che “Salvatore era disistimato dal fratello”. Fango, fango, solo sporco fango. Come quello che è stato gettato nel corso del tempo su Gioacchino Genchi (un altro grande servitore dello Stato a cui lo stesso Stato non ha mai dimostrato riconoscenza), lo “spione”, “colui che ha intercettato mezza Italia”. E nel mirino dei seminatori di calunnie sono finiti tantissimi altri personaggi che hanno deciso di vivere la propria vita con dignità, da Sonia Alfano a Marco Travaglio, da Sandro Ruotolo a Peter Gomez, rei soltanto di aver compiuto il proprio dovere con onestà, con passione e con coraggio. Li hanno incessantemente tartassati da più parti, li hanno definiti “falsi moralisti” e ogni giorno cercano di improvvisarsi archeologi cercando di estrapolare, invano, qualche particolare inquietante dal loro passato.
Per non parlare dell’ultimo polverone mediatico scatenato contro altri magistrati a cui hanno impedito di svolgere con serenità il proprio lavoro, i cosiddetti “giudici cattivi”, “quelli della lista nera”, come Luigi de Magistris o Gabriella Nuzzi, su i quali la maggior parte degli organi di stampa ha fornito notizie alterate e mirate a screditarli; o come Clementina Forleo, a cui è stato conferito il Premio Paolo Borsellino, una della migliori donne in toga che è stata fatta passare per una pazza squilibrata che sogna la vita da star del cinema! La sua vita di combattente al servizio del Bene somiglia ad una storia da film in effetti, con la differenza, però, che i proiettili che le arrivano a casa e le minacce che è costretta a subire non hanno nulla di fittizio. Come non hanno nulla di fittizio le vite dei numerosi imprenditori, come Pino Masciari, Ignazio Cutrò e tanti altri, che hanno intrapreso la lotta contro il racket e la malavita organizzata. Costretti a vivere come animali in gabbia, vedendosi assegnare la scorta a fasi alterne, vivono in condizioni peggiori di quelle in cui si trovano i super latitanti.
Ai giornalisti, invece, quelli veri, si preferisce sempre non dare troppo spazio perché potrebbero rivelare realtà raccapriccianti e verità scottanti
(come è successo a Gianni Lannes per la sua inchiesta sulle Eco-mafie), quindi è meglio citarli in giudizio per “aver esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza dell’abilitazione dello Stato” (come è successo recentemente a Pino Maniaci, giornalista che lavora per Telejato e che contribuisce a rompere quel muro di silenzio che si crea attorno alla mafia), non si sa mai.
I perseguitati del XXI secolo sono loro, persone coraggiose, determinate, con un profondo senso del dovere e della patria che hanno messo la loro vita al servizio della Giustizia e di un’Italia che sogna ancora di poter decollare verso la Libertà. Ma perché accanirsi tanto contro di loro? Perché cercano di screditarli agli occhi della società civile? Probabilmente perché fanno paura e cercano quindi di ucciderli professionalmente proprio come fecero più di venti anni fa con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il problema è che non sono persone qualsiasi, loro. Sono eroi, eroi contemporanei, e, come qualunque eroe che si rispetti, non conoscono la parola “resa”. Nonostante la politica attuale si basi su queste subdole manovre atte a screditare il lavoro di persone perbene, loro non lasceranno che si ferisca a morte questo Paese, ma resisteranno, resisteranno e resisteranno.
Che cosa direbbero i nostri vicini di casa europei e i cugini americani se raccontassimo loro che a casa nostra Senatori condannati e politici corrotti vengono portati su piatti d’argento e camminano su tappeti rossi, mentre magistrati e uomini che combattono la mafia vengono trattati come criminali a cui spetta l’ultimo posto nella società? Probabilmente non ci crederebbero.
“Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana” (Silvio Berlusconi, 4 settembre 2003).
Fiera di essere dalla parte dei diversi.
Serena Verrecchia

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