di Pippo Giordano – 12 luglio 2017
Ho tante certezze e pochi dubbi sulla strage di via D’Amelio. Intanto, l’episodio miserabile e vigliacco della decapitazione della statua del dottor Falcone, dimostra ancora una volta che la mia città non è affatto cambiata. E per favore una volta per tutte smettiamola con la favoletta che Palermo è cambiata. A Palermo ‘n si cancia nenti, come non cambia nulla nella lotta a Cosa nostra. L’unica cosa certa sono i morti ammazzati dalla violenza mafiosa e l’ultimo venerdì che ho trascorso col dottor Paolo Borsellino. Quel pomeriggio, venerdì 17 luglio 1992, ci siamo salutati con l’accordo che si saremmo rivisti il lunedì successivo. Cosa mi rimane di quel venerdì? La certezza di aver stretto la mano e abbracciato un Galantuomo Siciliano. In questi 25 anni, da quel saluto, mi rimane l’amarezza di non amare più questo Paese. Un Paese pieno e strapieno di quaquaraqua, che l’unico sport che sa fare con maestria è “DIMENTICARE”. Se penso al depistaggio sulla strage di via D’Amelio, al furto dell’Agenda rossa, ai presunti o veri “ammalati” che qualcuno vorrebbe farli uscire anzitempo dalla galera, alla disquisizione sul reato di concorso esterno all’associazione mafiosa, le mie certezze aumentano a dismisura. Bene! Inquilini degli ambulacri del potere romano avanti tutta con la sbandierata ipocrisia di essere un Paese “normale”. Un Paese che non è riuscito a fermare la mano mafiosa, non può e non deve essere considerato “normale”. Di una cosa sono certo: il prossimo 19 luglio il mio silenzio sarà fragoroso. Non ho più nulla da dire, punto.
Pippo Giordano

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