Press "Enter" to skip to content

Gup avvisato, (imputato) mezzo salvato

Si è tentato di mescolare la mia richiesta di conflitto di attribuzione con il ‘travagliato’ percorso delle indagini giudiziarie, insinuando nel modo più gratuito il sospetto di interferenze da parte della presidenza della Repubblica”; il conflitto di attribuzione sollevato contro la Procura di Palermo è stata “decisione obbligata per chi abbia giurato dinanzi al Parlamento di osservare lealmente la Costituzione”; “Considero innanzitutto un imperativo e un dovere comune giungere alla definizione dell’autentica verità sulla strage di via D’Amelio, sull’assassinio di Paolo Borsellino”.
 

Queste sono alcune delle parole pronunciate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Scandicci (FI), durante l’inaugurazione della scuola superiore di Magistratura. Nel corso del monologo il capo dello Stato ha presentato un volume di suoi scritti sulla giustizia (con la “g” minuscola in questo caso, non me ne vogliano i corazzieri), all’interno del quale è presente il carteggio fra Napolitano ed il suo consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, risalente ai giorni seguenti allo scoppio del caso Quirinale-Mancino.

Le due lettere sono state pubblicate da Napolitano per giustificare ancora una volta la sua decisione (insensata) di sollevare il conflitto di attribuzione contro la Procura di Palermo. Il contenuto del carteggio si può riassumere in due parole: D’Ambrosio esprime il suo imbarazzo per lo scandalo appena scoppiato, e si giustifica sottolineando le necessità di coordinamento delle indagini tra le Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, criticando (anzi, “ripudiando”) i “metodi investigativi non rigorosi” e i contrasti” tra le tre magistrature requirenti che indagano su quegli anni drammatici; infine il consigliere giuridico del Quirinale rimette nelle mani del capo dello Stato il suo incarico. Napolitano, anziché dire a D’Ambrosio che non ha nessun titolo per criticare i metodi investigativi non rigorosi (qualora ci fossero) e i contrasti tra le tre Procure (che, come vedremo tra poco, sono coordinatissime da più di un anno), respinge le dimissioni e lo difende dagli attacchi, parlando di “comportamenti perversi e calunniosi, funzionali a un esercizio distorto del proprio ruolo, di quanti, magistrati, giornalisti o politici, non esitano a prendere per bersaglio lei e me”.

Le risposte date nella lettera con destinatario D’Ambrosio e le dichiarazioni di Napolitano sono facilmente contestabili, come sempre da un po’ di tempo a questa parte.

Prima di entrare nel merito della questione, facciamo finta di essere gonzi: potremmo domandare a Napolitano come mai non ha ancora chiesto la pubblicazione delle intercettazioni indirette delle telefonate con Mancino, ed invece ha pubblicato il carteggio fra lui e il suo consigliere giuridico. Le lettere che si sono scambiati non restituiscono certamente trasparenza agli alti colli.

Oltretutto cosa ci spiega il carteggio fra Napolitano e D’Ambrosio in un volume contenente gli scritti del capo dello Stato sulla giustizia? Qual è il senso logico? Domanda retorica: non c’è il senso logico.

Venendo alle dichiarazioni del capo dello Stato: è naturale che si sia mescolata “la richiesta di conflitto di attribuzione con il ‘travagliato’ (secondo lui, ndr) percorso delle indagini”. Se la Consulta darà ragione a Napolitano, millantando l’esistenza di una Legge che non esiste, le conseguenze che si ripercuoteranno sulla Procura di Palermo prima, sulle indagini poi, saranno devastanti: la credibilità della magistratura requirente palermitana subirà un brutto colpo e i pm rischieranno provvedimenti disciplinari e penali. Quindi l’indagine sarà depotenziata.

Checché ne dica Napolitano, è molto facile avere sospetti sulle “interferenze da parte della presidenza della Repubblica” sull’indagine della Procura di Palermo, viste le cose che sono venute fuori: nelle intercettazioni telefoniche, D’Ambrosio, su idea di Napolitano (che fino a questo momento non lo ha smentito), suggerisce a Mancino di concordare una versione di comodo con Martelli, per superare senza problemi il confronto in aula; poi c’è un atto formale, una lettera che il capo dello Stato fa scrivere al Segretario generale della presidenza della Repubblica, Marra, con destinatario il PG della Corte di Cassazione, Vitaliano Esposito, nella quale la massima carica dello Stato condivide le lamentele di Mancino ed invita il PG ad intervenire convincendo Pietro Grasso a coordinare l’indagine. Ovviamente il Csm, di cui Napolitano è presidente, non sa niente della suddetta lettera: questo significa che il capo dello Stato ha agito per contro proprio e non nelle vesti di presidente dell’organo di autogoverno della Magistratura. Per di più, l’indagine risultava coordinatissima, visto che il Csm aveva già ratificato da un anno un protocollo nel quale le Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze decretavano il coordinamento permanente. Quindi, forse, l’obiettivo del Colle non era il coordinamento dell’indagine, ma il suo depotenziamento.

Se davvero il capo dello Stato avesse considerato “innanzitutto un imperativo e un dovere comune giungere alla definizione dell’autentica verità sulla strage di via D’Amelio, sull’assassinio di Paolo Borsellino”, avrebbe dovuto riferire allo stalker Mancino, tramite D’Ambrosio, che il presidente della Repubblica non ha poteri a riguardo. Nessuno avrebbe mai criticato Napolitano e non ci sarebbe stato nessun caso Quirinale-Mancino.

Purtroppo però non è andata così, e la Procura di Palermo si ritrova davanti ad una Corte Costituzionale, che non potrà dare torto a Napolitano (vedi parole di Zagrebelsky e Cordero), per colpa di un conflitto di attribuzione che non rappresenta una “decisione obbligata per chi abbia giurato dinanzi al Parlamento di osservare lealmente la Costituzione”, in quanto non esiste legge che faccia pensare, anche in via interpretativa, ad un’inintercettabilità totale del presidente della Repubblica. Nonostante le prime lettere del cognome possano ingannare, il nostro capo dello Stato è Napolitano, non Napoleone.

Ma se tutta questa storia pare non avere un senso logico, le parole che usa Napolitano nella sua lettera di risposta a D’Ambrosio non migliorano la situazione: il presidente parla di comportamenti perversi e calunniosi, autoproclamandosi bersaglio di giornalisti, magistrati e politici che esercitano il proprio ruolo in modo distorto. Dovremmo informare Napolitano che nelle Democrazie il diritto di critica esiste; per applaudire il potere basta vivere in un regime autoritario-totalitario. Nei sistemi liberali esiste la possibilità di dissentire dal coro comune.

Einaudi diceva che “Non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Visto e considerato che la nostra resta una Democrazia, siamo liberissimi di criticare Napolitano, viste le motivazioni. Anche perché l’abbiamo sempre contestato argomentando le critiche, a differenza di altri personaggi (politici, tra l’altro) che in passato hanno dichiarato che il capo dello Stato “non è superpartes (Berlusconi)”, e che è “l’espressione di quel perfetto comunismo compiuto che non ha mai amato i valori della Patria, di dovere militare, di adempimento al proprio dovere (Ciarrapico)”.

In un periodo delicato come questo, il presidente della Repubblica poteva tacere, non rimescolando acque già torbide. Nelle prossime settimane il Gup dovrà decidere se rinviare a giudizio i vari imputati nel processo sulla Trattativa. Il clima è particolarmente rovente: giornalisti e politici stanno attaccando da mesi la Procura di Palermo, scambiando la libertà di espressione, con l’obbligo di encomio. Dal momento dello scoppio del caso Quirinale-Mancino, sono stati lanciati chiari messaggi impliciti al Giudice per le udienze preliminari: se vuoi evitare rotture di palle ed attacchi mediatici, prosciogli i vari ex, ed attuali, rappresentanti delle Istituzioni e manda al processo i mafiosi. Se vuoi dalla tua parte giornali, telegiornali, partiti ed altissimi colli, dai torto alla Procura di Palermo.

Le parole di Napolitano mettono ancora più pressione al giudice (qui non metto in dubbio la sua imparzialità, sia chiaro) che ha sulle spalle la decisione più pesante degli ultimi vent’anni. Gup avvisato, (imputato) mezzo salvato…

 
 

 Simone Ferrali

 

Be First to Comment

Lascia un commento