E’ il prezzo inevitabile quando nel decennale della scomparsa di un latitante il sistema unico dell’informazione si somma al sistema unico della politica (con rare eccezioni) per celebrare, con il contributo autorevole del capo dello Stato, la figura di un perseguitato. Onoranze mai tributate a coloro che hanno cercato soltanto il bene del proprio Paese. A chi ci ha rimesso la vita. Agli uomini giusti.
Ciò che provoca rabbia è il capovolgimento della realtà, la menzogna che si fa verità, il disvalore elevato a valore. Perché se Craxi fosse stato semplicemente un ex leader socialista morto senza carichi pendenti, a parte qualche affezionato, chi ne avrebbe parlato dieci anni dopo? In quel caso riconoscere gli eventuali meriti del personaggio sarebbe stato un normale esercizio, e non l’alibi per coprire la memoria di un misfatto. Come se aver firmato il Concordato possa costituire il contrappeso morale a una serie di gravi reati.
Forse per il modo con cui cadde sul campo, consumato dalla fatica davanti al suo popolo e non in una bianca villa tunisina? Mai come in questo momento abbiamo sentito il bisogno di aria pura, di esempi da seguire, di ideali da difendere. Fortunatamente i nostri eroi non hanno bisogno di monumenti o di simposi. Ci basta la testimonianza di come sono vissuti e di come si sono preparati ad essere uccisi. Lasciando una lettera ai propri figli e chiedendo loro di essere dei bravi cittadini. Come il giudice Paolo Borsellino. Come l’avvocato Giorgio Ambrosoli.
Antonio Padellaro (il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2010)

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