Press "Enter" to skip to content

Gli ‘uomini di scorta’ hanno nome e cognome

di Pippo Giordano- 24 maggio 2016

Ieri 23 maggio 2016 è stato per me un giorno di silenzi: un giorno in cui ho aperto il cassetto della memoria e con certosina pazienza ho letto nel mio cuore. Ho rivisto fotogrammi che, seppure sbiaditi, mi hanno ricondotto ad un passato amaro. Ho rivisto il film dell’obbrobrio collettivo, quando l’Uomo da abbattere, il ‘sinistroide’ magistrato, l’espressione dell’assoluto male si chiamava dottor Giovanni Falcone. Io non dimentico, non posso dimenticare. No! Ieri, come al solito, è andata in scena la retorica prosa dell’universo mondo popolato da ipocriti: tutti a recitare un copione con vuoto a perdere nel giro di 24 ore. Sino a quando questo Paese continuerà a ricordare i morti dimenticandosi dei vivi?
Appare persino riduttivo, se non offensivo, che uomini delle Istituzioni, così come i media, citino “GLI UOMINI DI SCORTA”. Signori, quei ragazzi, quei miei colleghi, quei padri di famiglia erano iscritti nell’Albo d’oro dell’onestà italiana. Erano italiani, con tanto di nome e cognome, ed erano appartenenti alla Polizia di Stato. E per favore smettetela di definirli la “scorta di Falcone”.
Se non ricordate i nomi vi rinfresco la memoria: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Loro, e il dottor Giovanni Falcone, sua moglie dottoressa Francesca Morvillo, non ci sono più: non sono più con noi perchè uno Stato imbelle non ha saputo “cogliere” eclatanti segnali provenienti da Cosa nostra. Infatti, dopo che la Cassazione aveva messo il “bollo” definitivo con gli ergastoli confermati ai mafiosi, e dopo l’omicidio di Salvo Lima avvenuto nel marzo 1992, era prevedibile una vendetta nei confronti di Falcone. Se poi si considera che pochi giorni prima fu fatta la prova “dell’attentatuni” (fecero saltare in aria una strada nell’agro di Altofonte) ciò la dice lunga sulla ipoacusia dello Stato. Ricordare i morti si deve, ma dare conforto, vicinanza e affetto ai vivi è un dovere. I vivi portano seco laceranti ricordi, oltre che le cicatrici difficilmente rimarginabili ed hanno bisogno di sentirsi VIVI e non morti viventi, talvolta usati alla bisogna per passerelle mediatiche che durano lo spazio di uno spot. Ed è per questo che mi rivolgo con affetto ai miei cari colleghi della Polizia di Stato, rimasti vivi a Capaci. Ma prima per dovere d’ospitalità cito Giuseppe Costanza, il fidato autista del dr Falcone, poi i “miei” Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello.
Uno degli autori della strage di Capaci – Gioacchino La Barbera – fu l’ultimo a vederli tutti in vita quel maledetto 23 maggio 1992. La Barbera aveva il compito di “pedinare” il corteo viaggiando appaiato sulla stradina parallela all’autostrada e di segnalare l’avvicinamento verso il luogo dell’esplosione. Si può senz’altro dire che Gino La Barbera avrebbe potuto cambiare il destino di tanti Uomini e Donne. Sarebbe bastato un operoso ripensamento, un sussulto di umanità, un semplice colpo di clacson per avvertirli del pericolo incombente. La Storia sarebbe stata scritta in maniera diversa, non avremmo avuto le stragi di via D’Amelio, di Firenze, Milano e Roma. Il destino di tanti uomini affidato a un solo uomo. Ebbi modo d’incontrare Gino e devo dire con franchezza che si tratta di una persona diversa, molto diversa dai violenti di Cosa nostra: parlai con lui della possibilità che tutto potesse essere evitato. La Barbera mi raccontò anche che, mentre guidava, vide i miei colleghi scherzare tra loro, sorridenti.
E’ dal sorriso di quei volti sereni che tutti noi oggi siamo chiamati a costruire un’Italia nuova. L’obiettivo di un Paese senza condizionamenti mafiosi è a portata di mano, basta avere una classe politica che rifiuti di trattare coi mafiosi e che non si renda complice del concorso esterno in associazioni mafiose.

Pippo Giordano


Be First to Comment

Lascia un commento