di Aaron Pettinari – 4 ottobre 2013
La sua audizione era prevista lo scorso settembre ma lo sciopero dei penalisti aveva fatto saltare l’udienza. Così ieri, all’aula bunker del carcere di Caltanissetta, è stato sentito Gioacchino Genchi (foto), ex vice questore aggiunto, nell’ambito del processo “Borsellino quater”. Interrogato dai pm ha ripercorso le fasi vissute a ridosso delle stragi vissute come vice del gruppo Falcone-Borsellino che indaga su Capaci e Via d’Amelio. Dopo aver ricordati quelli che erano stati i suoi rapporti iniziati con Arnaldo La Barbera (“Erano ottimi. Ha sempre detestato la violenza ma era anche in grado di uccidere a sangue freddo. Fu l’allora capo della polizia, nell’88, a dirmi, nel corso di un incontro svoltosi a Roma, che mi sarei dovuto mettere a disposizione di La Barbera. Quando arrivai alla Squadra Mobile di Palermo, collegai in rete tutto il sistema informatico. Parte del personale venne rottamato. C’era da combattere i corleonesi facendo ripartire una macchina che era arrugginita e non e’ stato facile”) l’ex consulente delle Procure ha parlato del compito che gli venne assegnato dall’allora capo della Procura di Caltanissetta, Salvatore Celesti, per esaminare i supporti informatici del giudice Falcone, immediatamente dopo l’attentato di Capaci. “Alcuni file del computer di Falcone – ha riferito – custodito in una delle stanze della sezione Affari penali del ministero furono violati nonostante la stanza fosse sequestrata. Sul portatile qualcuno installò un programma pc tools, utilizzato sia per recuperare che per cancellare definitivamente i file. Stessa cosa avvenne per l’agendina elettronica. Dopo la decodifica dell’agenda, venni messo da parte, il clima nei miei confronti cambiò. Mi assegnarono la scorta e mandai una lettera al questore di Palermo, rifiutandola”.
Genchi, chiamato nel periodo delle stragi a ricoprire in Sicilia anche il ruolo di dirigente della sezione telecomunicazioni della polizia di Stato, ha anche parlato dell’incarico che ricevette la sera della strage di via D’Amelio, di provvedere al trasferimento di 150 detenuti dall’Ucciardone di Palermo al carcere di Pianosa. “La sera del 19 luglio 1992 il capo della Polizia Vincenzo Parisi ed il ministro di giustizia Claudio Martelli mi incaricano di organizzare e dirigere l’immediata evacuazione dei più pericolosi boss mafiosi, comodamente reclusi nelle carceri palermitane, al penitenziario dell´isola di Pianosa nell´arcipelago toscano. Alle ore 05:00 della mattina del 20 luglio 1992 i detenuti vengono imbarcati sugli aeroplani dell’aeronautica all’aeroporto di “Punta Raisi” di Palermo. Prelevammo oltre 150 capimafia palermitani ed i loro sanguinari gregari atterrammo all’aeroporto di Pisa, dove trovammo ad attenderci gli elicotteri “Mangusta” dell’Aeronautica, per l’ultima tappa della trasferta verso il carcere di Pianosa”.
Genchi ha quindi concluso la propria deposizione davanti la Corte d’Assise di Caltanissetta, ricordando i motivi che lo hanno portato a lasciare il gruppo “Falcone-Borsellino”. “Dopo le accuse di Candura e la confessione di Scarantino decisero di arrestare Pietro Scotto, l’uomo che avevo individuato come possibile telefonista per via D’Amelio. Mi parve una cosa assurda. Stava a due passi dal nostro ufficio, era intercettato, avrebbe potuto forse portarci ben più avanti. Ci fu una discussione durissima, di fuoco. L’indomani mattina abbandonai per sempre il gruppo Falcone-Borsellino. E le indagini sulle stragi. Arnaldo La Barbera credeva nella carriera. Non era un disonesto. Alla fine del 1993 ha fatto un patto con il diavolo”. Il processo riprenderà quindi il 10 ottobre, sempre alle 9,30, nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta.
Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)

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