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Garlasco batte Via D’Amelio: perché preferiamo il delitto alla verità di Stato?

In questi giorni, con l’avvicinarsi delle commemorazioni delle stragi di Capaci e Via D’Amelio, abbiamo fatto un piccolo esperimento durante alcuni eventi pubblici. Abbiamo chiesto, per alzata di mano, quanti sapessero cosa fosse l’agenda rossa di Paolo Borsellino e quanti invece conoscessero i nomi di Alberto Stasi e Andrea Sempio.

Il risultato è stato imbarazzante. Nella stragrande maggioranza dei casi, pochissimi hanno alzato la mano per l’agenda del magistrato, mentre quasi tutti conoscevano i protagonisti del delitto di Garlasco. Qualcuno obietterà: “Ma in questo periodo ci sono le nuove indagini su Sempio, è cronaca odierna”. In realtà, anche il mistero dell’Agenda Rossa è tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni, ma solo nelle aule di tribunale e sulle colonne di poche testate specializzate o in rare trasmissioni TV come nella puntata odierna (24/05/26) di Report, per esempio.

Sarebbe bello vedere la stessa attenzione mediatica riservata alle “stragi di Stato”, che hanno delle conseguenze nelle vite di tutti, rispetto a quella data a delitti di cronaca nera, che invece non ci toccano collettivamente. Sarebbe interessante vedere criminologi, avvocati e giornalisti sviscerare questi dettagli in prima serata. E invece no. I media ci forniscono ogni dettaglio per farci un’idea del presunto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi, ma tentennano nel momento in cui si parla di crimini in cui sono coinvolti uomini di Stato.

Eppure, le novità degli ultimi giorni non sono da meno. Ben tre poliziotti, sotto giuramento, hanno dichiarato che il capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli consegnò loro la borsa del magistrato dopo l’esplosione (Arcangioli è l’uomo ripreso dalle telecamere in via d’Amelio mentre si allontana verso via Autonomia Siciliana con la borsa di Paolo Borsellino in mano). Gli stessi avrebbero poi riposto la borsa nell’auto del poliziotto Francesco Paolo Maggi.

Una notizia bomba, perché queste affermazioni smentiscono clamorosamente sia Arcangioli — il quale sostiene di aver rimesso (o fatto rimettere) la borsa nell’auto blindata di Borsellino — sia Maggi, che ha sempre dichiarato di averla trovata lui stesso.

Che qualcosa non tornasse nelle versioni di Arcangioli e Maggi era già evidente. Quale ufficiale toglierebbe un tale fondamentale oggetto da una scena del crimine (l’unica giustificazione potrebbe essere quella di salvarlo dalle fiamme che i vigili erano impegnati costantemente a spegnere) per poi rimetterlo esattamente lì? Senza contare che altri testimoni (l’ex  magistrato Giuseppe Ayala; il suo caposcorta, Rosario Farinella; il giornalista Felice Cavallaro) offrono una versione diversa: sarebbe stato un uomo in abiti civili (Farinella) a prendere la borsa e a tentare di darla ad Ayala. Quest’ultimo, non essendo più in magistratura, la fece consegnare, secondo Ayala e Cavallaro, ad un ufficiale dei Carabinieri lì vicino che noi scoprimmo poi essere, con elevata probabilità, l’allora Tenente Colonnello Emilio Borghini, che però, sentito a processo, ha dichiarato di non aver alcun ricordo del fatto.

Le incongruenze su Francesco Paolo Maggi sono altrettanto macroscopiche:

  • La relazione tardiva: Maggi redasse una relazione di servizio solo dopo 5 mesi, su richiesta del capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (oggi noto per il suo ruolo nel depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio).

  • L’auto sbagliata: Maggi dichiarò di aver preso la borsa da un’auto che, dalla descrizione, risultò essere quella della scorta e non quella del magistrato.

  • La consegna fantasma: Maggi disse di aver affidato la borsa all’agente in servizio presso la segreteria presente quel giorno nell’ufficio di La Barbera, il quale però ha dichiarato di non ricordare assolutamente l’episodio.

  • L’appunto ambiguo: la borsa di Borsellino fu infine trovata sul divano dell’ufficio di La Barbera dentro un sacchetto con altri oggetti (tutti nomi maschili). All’interno del sacchetto c’era anche un biglietto che recitava: “RitrovatO sul luogo della strage. Ass. Maggi Francesco”. Quel “ritrovato” al maschile si riferiva con ogni probabilità al sacchetto o al suo contenuto, e non alla borsa (che sarebbe stata “ritrovata”).

Una verità Arcangioli l’ha certamente detta: quando aprì la borsa sul posto, notò, tra gli altri oggetti, un crest (un emblema militare) dei Carabinieri, poi effettivamente rinvenuto, ma nessuna agenda. Se Arcangioli è stato sincero su questo, significa che, quando aprì la borsa, l’Agenda Rossa non c’era già più. Se ha mentito, l’ha presa lui. In ogni caso, quella borsa arrivata infine nell’ufficio di La Barbera, era già priva del suo contenuto più importante.

C’è poi un punto che in un normale dibattito televisivo avrebbe acceso gli animi. Arcangioli (alle dipendenze di Emilio Borghini) era certamente in posizione tale da conoscere almeno parte delle rivelazioni di Alberto Lo Cicero, all’epoca confidente dei Carabinieri, poiché raccolte dai carabinieri Walter Giustini e Antonio Coscia di cui era superiore diretto. Quelle confidenze riguardavano soggetti molto influenti: Mariano Tullio Troia, boss della zona di Capaci; Salvatore Biondino, che si sarebbe poi rivelato essere l’autista di Salvatore Riina; Stefano Delle Chiaie che Lo Cicero avrebbe visto a Capaci prima della strage; e Guido Lo Porto, indicato da Lo Cicero come vicino al boss Troia e definito dallo stesso Borsellino suo vecchio compagno di scuola e amico e che secondo Salvatore Borsellino potrebbe essere proprio colui che il magistrato definì traditore, piangendo, davanti ai sostituti procuratori Alessandra Camassa e Massimo Russo.
Secondo voi, appunti su questi elementi avranno trovato spazio nell’agenda di Paolo Borsellino nelle sue ultime settimane di vita?

A questo scenario si aggiunge un ultimo dettaglio: la strana domanda posta sulla borsa di Paolo Borsellino, il 21 aprile 2026 al processo “Giuseppe Di Gangi ed altri” (depistaggio bis), dall’avvocato Fabio Trizzino (legale di Lucia Borsellino) al testimone Armando Infantino:

“Era una borsa che, sempre per quello che ricorda, poteva contenere SOLO due pacchi di sigarette, una batteria di telefono e un costume?”

Estratto Verbale di repertazione degli oggetti appartenuti a Paolo Borsellino
Estratto Verbale di repertazione degli oggetti appartenuti a Paolo Borsellino

L’avvocato Trizzino dovrebbe sapere bene che la borsa conteneva anche il crest ed era bagnata (quindi pesante). Perché allora lasciare intendere che la borsa fosse “più pesante” rispetto a quel magro contenuto elencato nella domanda? Non vorrà aggiungersi ai troppi che alimentano la tesi dell’agenda ancora all’interno della borsa in quel momento, utile ad indirizzare i sospetti esclusivamente su Arnaldo La Barbera, comodo colpevole in quanto deceduto?

Ecco, chissà se questi nuovi elementi (uniti a quelli già a disposizione di tutti ma poco raccontati), portati in un dibattito pubblico simile a quello del delitto di Garlasco, aiuterebbero l’opinione pubblica a farsi un’idea, aldilà dei processi. Così che, magari, la sete di verità che l’uomo comune prova nel vedere probabili ingiustizie nei casi di cronaca nera, possa essere estesa a quei crimini in cui, pezzi di Stato hanno avuto la loro (sporca) parte.

Movimento delle Agende Rosse

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