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Gaetano Costa: il coraggio di essere soli

di Federica Giovinco

Vi sono  momenti, nella  Vita, in cui tacere diventa una  colpa  e parlare diventa un  obbligo. Un  dovere  civile, una  sfida   morale , un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.” (Oriana Fallaci)

Nel 1978 il malcontento del Palazzo, teoricamente di giustizia, di Palermo era dovuto all’imminente trasferimento del nuovo Procuratore Capo Gaetano Costa. Il motivo di tanta insofferenza non tardò a diventare cosa pubblica: il Procuratore Costa era deciso a colpire la cosa più cara ai mafiosi, quale sicuramente è il patrimonio. Le indagini di mafia che condusse furono delicatissime fino ad arrivare ad emettere mandati di cattura per il boss Rosario Spatola ed i suoi uomini. Nella Palermo dell’epoca si moriva generalmente perché si rimaneva soli appena si entrava in un gioco troppo grande: Gaetano Costa appose SOLO la sua firma su quei mandati di cattura, facendosi carico della codardia dei suoi sostituti. Nel 1980, Costa era l’unico magistrato di Palermo a cui furono assegnate una blindata ed una scorta ma, ritenendo che fosse lui uno di quelli che “aveva il dovere di avere coraggio”, non ne usufruì mai, per non mettere in pericolo altra gente. Erano le 19.30 del 6 agosto 1980. Il Procuratore Costa stava passeggiando sotto casa sua e si fermò ad una bancarella per sfogliare un libro. BOOM BOOM per sei volte, ALLE SPALLE. Due killer freddarono Gaetano Costa che morì dissanguato sul marciapiede.

Il delitto venne commissionato dal clan di Salvatore Inzerillo ma, ANCORA, giustizia non è stata fatta: nessuno è stato condannato perché la magistratura e altri ambienti, nel colpevole silenzio, hanno cercato di farlo dimenticare. Forse per sentirsi un po’ meno colpevoli di averlo lasciato solo. L’eredità di Costa fu raccolta da Rocco Chinnici e dagli altri magistrati che, per dirla con le parole della Fallaci, pensavano che parlare fosse “un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre”.

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