La settimana scorsa la notizia mi ha lasciato disorientato. Nell’apprendere che i pubblici ministeri di Reggio Calabria hanno individuato nel Procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata (nella foto, ndr), il responsabile del dossier anonimo con cui si era tentato per l’ennesima volta di infangare Adolfo Parmaliana, a quasi un anno dalla sua morte, mi sono scorsi rapidamente davanti agli occhi i fatti degli ultimi tre anni, con un senso di amarezza insopportabile.Più di tre anni. Era il mese di agosto 2008 quando Adolfo mi mandò un’e-mail per commentare la nomina di Cassata, avvenuta il precedente 29 luglio, al vertice della magistratura requirente del distretto messinese: “Dopo le ultime decisioni del Csm sono stato assalito da una grande amarezza, da una sensazione d’impotenza…”.
Poi, il 2 ottobre di quell’anno, Adolfo si tolse la vita e lasciò il suo testamento morale. Tra l’altro, scrisse: “La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati … Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi. Non glielo consentirò … Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al Sen. Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”.
Quelle parole hanno continuato a rimbombare senza sosta nella mia testa per tutto questo tempo. E le ho avvertite subito come il fardello più oneroso da sostenere, un punto da cui non sarebbe stato possibile tornare indietro.
In realtà, prima ancora di conoscere le ultime parole di Adolfo, avevo iniziato a esaudirle: il pomeriggio successivo alla sua morte mi ero presentato spontaneamente davanti ai pubblici ministeri di Patti per raccontare tutto quello che sapevo sulla rappresaglia che era stata orchestrata contro Adolfo. Fui facile profeta nel prevedere che le infamie ai suoi danni sarebbero proseguite; anzi, si sarebbero rinvigorite.
Nel frattempo mi fu chiaro che gli scalcinati equilibri giudiziari messinesi sarebbero stati compromessi dall’ultima, definitiva, denuncia di Adolfo e che la posizione di due protagonisti del rito peloritano come Antonio Franco Cassata e Olindo Canali (i due magistrati al centro delle dolorose riflessioni di Adolfo) avrebbe traballato. Gli eventi iniziarono ad accavallarsi con insuperabile coerenza: i veleni diffusi sottotraccia contro Adolfo, gli attacchi dell’Anm messinese contro di me, gli incredibili sviluppi del processo Mare Nostrum in grado d’appello (con il ripescaggio di un infame memoriale di Canali che già a gennaio 2006 diffamava Adolfo). I nemici di Adolfo (val poco rilevare che erano anche i miei) trovarono i loro fedeli propagandisti nel settimanale Centonove. Da quel giornale era stata allontanata (o si era allontanata, la sostanza non cambia) un’onesta giornalista che non aveva soddisfatto le pretese del dr. Cassata nel raccontare ai lettori le vicende che avevano portato Adolfo al suicidio ed era stata sostituita da uno scriba talentuosamente (e soprattutto generosamente) velenoso: Michele Schinella. Il quale a maggio 2009, non contento di quanto fatto a me, aveva rivolto il suo fango direttamente contro la memoria di Adolfo Parmaliana: inedita frontiera del giornalismo d’assalto a un cadavere.
Non so se ci fosse una relazione ma è certo che in quel momento già si sapeva che il noto scrittore Alfio Caruso era impegnato nella redazione di un volume sulla storia di Adolfo Parmaliana. E infatti – come oggi ci raccontano gli atti dei processi a carico di Olindo Canali e di Franco Cassata – cominciarono i tentativi per avvicinare Alfio Caruso, al fine di spiegargli che in fondo Parmaliana non era propriamente un eroe, che il territorio barcellonese non era quella Corleone di cui cianciavano i suoi detrattori e che Canali e Cassata erano due personcine perbene e due magistrati rispettabili. Rivelatisi vani gli sforzi di Canali e di suoi amici che rispetto ad Adolfo hanno avuto la lealtà di Giuda (e chissà se hanno capito che una frase dell’ultima lettera di Adolfo era a loro dedicata: “alcuni dovranno avere qualche rimorso”), ecco che Cassata attivò suo nipote perché intervenisse (senza risultati) su un parente di Alfio Caruso e poi il barcellonese Melo Freni perché raggiungesse (con risultati ancora peggiori) Caruso addirittura per il tramite dello scrittore Matteo Collura.
Si era nell’estate del 2009 e si sapeva che il libro su Adolfo sarebbe stato pubblicato in autunno inoltrato. Il sistema barcellonese, quando raggiunge lo stadio della disperazione, assume le sembianze del corvo e si dedica alle infamanti lettere anonime. Sciascia a Barcellona, con “A ciascuno il suo”, sarebbe stato un modesto cronista piuttosto che un inarrivabile letterato. Accadde così che nella seconda metà di settembre il corvo barcellonese, identificato dalla Procura di Reggio Calabria in Franco Cassata, fece pervenire un plico olezzoso, nella stessa giornata, ad Alfio Caruso a Milano e al senatore Lumia a Palermo, oltre che al municipio di Terme Vigliatore. All’interno c’erano una lettera di una pagina e mezza che spiegava ai destinatari come Adolfo Parmaliana fosse un farabutto e dieci documenti che dovevano servire a corroborare la tesi: non a caso, fra di essi, c’era pure un articolo di Centonove a firma di Schinella. L’obiettivo era dichiarato: indurre Alfio Caruso a non spendere la sua penna per un morto che non meritava. Il progetto fallì perché Caruso verificò che si trattava di fango inventato a tavolino. Il 19 novembre 2009 “Io che da morto vi parlo” fu nelle librerie e riuscì a raccontare mirabilmente agli italiani il martirio che Adolfo Parmaliana aveva dovuto affrontare in vita e la scelta di fare della sua morte la più forte delle sue denunce.
Ricordo come fosse ieri il giorno in cui depositai per conto della moglie di Adolfo la querela contro gli autori del dossier anonimo. Chi fossero i corvi era facile capire. Alla magistratura chiedevamo di farne la formale individuazione. Ora, almeno in parte, è stata fatta, con il nome del più potente magistrato del distretto messinese, Antonio Franco Cassata. Sfuggito indenne ad accuse di ben più gravi reati, vede chiudere ingloriosamente la sua carriera giudiziaria e il suo ruolo di comando nel sistema di potere barcellonese con un processo per diffamazione da giudice di pace: ricorda un caso celebre di quasi un secolo fa.
Insieme al decreto di citazione a giudizio di Cassata, c’è il fascicolo delle indagini svolte dalla Procura di Reggio Calabria. Racconta, insieme alle risultanze del processo a carico di Olindo Canali (che si aprirà l’11 gennaio), un mondo mefitico ma spiega meglio di una fotografia la rete di relazioni del corvo che ha tentato di infangare il mio amico Adolfo Parmaliana. Sarà bene, appena possibile, darne conto pubblicamente, in ossequio all’impegno assegnatomi con la sua ultima lettera. Si può qui già anticipare che, tra gli altri, rilevano un settimanale e un giornalista.
Oggi Centonove ha scelto di dare la notizia del processo a carico di Cassata sposandone, more solito, la linea difensiva e compiendo curiose dimenticanze ma segnalando ai lettori che pure Centonove ricevette il dossier del corvo e però – chissà perché? – omise di darne notizia all’Autorità giudiziaria. Autore? Chi se non Schinella, nei secoli fedele ai suoi danti causa?
Sapevo già che non avrei provato soddisfazione ma solo un quid pluris di tristezza, nel dover ripensare alle persecuzioni patite da Adolfo, pure da morto.
Per l’ennesima volta gli porterò, al cimitero di Terme Vigliatore (non a quello echiano di Praga, tanto caro a Olindo Canali), una copia del libro di Alfio Caruso.
Per due volte gli è stata rubata da uno sciacallo: anonimo, naturalmente.
Fabio Repici (9 dicembre 2011)
‘Il dossier anonimo era del procuratore’. Rinviato a giudizio
Il Pg di Messina accusato di aver diffamato un prof suicida
Messina – Accogliendo il pm arrivato da Messina per indagare sulle calunnie nei confronti del defunto professor Adolfo Parmaliana, il procuratore generale Franco Cassata fu particolarmente cordiale. Tanto da mettere a disposizione del collega il suo ufficio perché potesse comodamente procedere con i testi convocati. E fu così che tra un interrogatorio e l’altro, il pm notò il carteggio all’interno di una vetrinetta. Nella stanza del procuratore generale di Messina c’era proprio quel dossier anonimo sul quale stava indagando. Tra i foglietti persino un appunto a penna con la scritta ‘da spedire’. Insomma, il presunto corvo che ha infangato la memoria del povero Parmaliana potrebbe essere proprio Cassata, che da ieri è formalmente imputato per ‘diffamazione con l’aggravante dei motivi abietti di vendetta’.
Forse è la prima volta che un magistrato finisce a processo per aver diffamato un morto. Cassata avrebbe elaborato il dossier di 30 pagine per demolire la credibilità di un personaggio scomodo che aveva denunciato le infiltrazioni mafiose nei palazzi di giustizia messinesi e che, evidentemente, faceva paura anche da morto.
Parmaliana, 50 anni, ordinario di chimica a Messina, si suicidò il 2 ottobre 2008 lanciandosi da un ponte. Lasciò una lunga lettera. ‘La magistratura barcellonese e messinese vorrebbe mettermi alla gogna – scrisse – vorrebbe delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando la mafia e le complicità di rappresentanti dello Stato deviati e corrotti… Dovranno provare rimorso per aver ingannato un uomo che ha creduto, sbagliando, nelle istituzioni’. Non viene citato Cassata, ma quel nome Parmaliana lo aveva fatto più volte, anche davanti al Csm, parlando di un sistema di potere che avrebbe il suo epicentro a Barcellona Pozzo di Gotto e nel circolo ‘Corda Frates’. Nel tempo tra i soci ci sono stati faccendieri, mafiosi e pezzi delle istituzioni. Cassata è di Barcellona ed è stato anche presidente del Corda Frates. Il suicidio di Parmaliana fu dunque un gesto estremo per richiamare l’attenzione dei media su quel grumo di potere. Ne venne fuori anche un libro di Alfio Caruso dal titolo profetico Io che da morto vi parlo. ‘Con la nomina Cassata – scrive Caruso – diventa tangibile l’egemonia di Barcellona su Messina attraverso il sindaco Buzzanca, il procuratore generale e il politico più influente Domenico Nania. Tutti e tre provengono da Barcellona e dalla Corda Frates, l’associazione della quale hanno fatto parte anche Pino Gullotti, il capo riconosciuto della famiglia mafiosa, e l’enigmatico Saro Cattafi‘.
Guarda caso il dossier su Parmaliana salta fuori a poche settimane dall’uscita del libro che qualcuno, hanno accertato i pm, avrebbe voluto bloccare. E infatti Caruso è il primo a ricevere l’anonimo nel quale Parmaliana viene accusato di aver preso soldi per consulenze e persino di essere un violento. Una campagna d’odio alla quale reagisce la vedova che presenta querela contro ignoti. Nessuno però poteva immaginare che si potesse arrivare al procuratore generale. Altro riscontro: uno dei documenti allegati al dossier risulta spedito da una cartoleria di Barcellona e indirizzato al suo fax. Ma anche i pentiti hanno incominciato a fare il nome di Cassata come persona vicina al boss Gullotti e Cattafi. Mentre qualche mese fa il suo ufficio è stato perquisito dai Ros nell’ambito di un’indagine per mafia che coinvolgerebbe magistrati messinesi.
Alfio Sciacca (Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2011)
LINK:
1) L’ultima lettera di Adolfo Parmaliana
2) Il libro di Alfio Caruso ‘Io che da morto vi parlo. Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana’
3) La giustizia messinese e le basi immorali di una società e di un territorio (Fabio Repici, 29 novembre 2009)
4) Sonia Alfano su rinvio a giudizio del PG Cassata: ‘Sistema barcellonese sta crollando’, 3 dicembre 2011
5) Mafia: Lumia, finalmente un po’ di luce su denunce di Parmaliana, 3 dicembre 2011

La mia ultima lettera
La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito di servitore dello Stato e docente universitario.
Non posso consentire a questi soggetti di farsi gioco di me e di sporcare la mia immagine, non posso consentire che il mio nome appaia sul giornale alla stessa stregua di quello di un delinquente. Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi.
Non glielo consentirò, rivendico con forza la mia storia, il mio coraggio e la mia indipendenza. Sono un uomo libero che in maniera determinata si sottare al massacro ed agli agguati che il sistema sopraindicato vorrebbe tendergli.
Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo.
Mi hanno tolto la serenità, la pace, la tranquillità, la forza fisica e mentale. Mi hanno tolto la gioia di vivere. Non riesco a pensare ad altro. Chiedo perdono a tutti per un gesto che non avrei pensato mai di dover compiere.
Ai miei amati figli Gilda e Basilio, Gilduzza e Basy, luce ed orgoglio della mia vita, raccomando di essere uniti, forti, di non lasciarsi travolgere dai fatti negativi di non sconfortarsi, di studiare, di qualificarsi, di non arrendersi mai, di non essere troppo idealisti, di perdonarmi e di capire il mio stato d’animo: Vi guiderò con il pensiero, con tanto amore, pregherò per voi, gioirò e soffrirò con voi.
Alla mia amatissima compagna di vita, alla mia Cettina, donna forte, coraggiosa, dolce, bella e comprensiva: ti chiedo di fare uno sforzo in più, di non piangere, di essere ancora più forte e di guidare i ns figli ancora con più amore, di essere più buona e più tenace di quanto non lo sia stato io.
Ai miei fratelli, Biagio ed Emilio, chiedo di volersi sempre bene, di non dimenticarsi di me: vi ho voluto sempre bene, vi chiedo di assistere con cura e amore i ns genitori che ne hanno tanto bisogno. Alla mia bella mamma ed al mio straordinario papà: vi voglio tanto bene, vi mando un abbraccio forte, vi porto sempre nel mio cuore, siete una forza della natura, mi avete dato tanto di più di quanto meritavo. A tutti i miei parenti, ai miei cognati, ai miei zii, ai miei cugini, ai miei nipoti, a mia suocera: vi chiedo di stare vicini a Gilda, a Basilio ed a Cettina. Vi chiedo di sorreggerli.
Ai miei amici sarò sempre grato per la loro vicinanza, per il loro affetto, per aver trascorso tante ore felici e spensierate. Alla mia università, ai miei studenti, ai miei collaboratori ed alle mie collaboratrici sarò sempre grato per la cura e la pazienza manifestatemi ogni giorno. Grazie. Quella era la mia vita. Ho trascorso 30 anni bellissimi dentro l’università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore.
I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti bei ricordi.
Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti.
Mi sento un uomo finito, distrutto. Vi prego di ricordarmi con un sorriso, con una preghiera, con un gesto di affetto, con un fiore. Se a qualcuno ho fatto del male chiedo umilmente di volermi perdonare.
Ho avuto tanto dalla vita. Poi, a 50 anni, ho perso la serenità per scelta di una magistratura che ha deciso di gambizzarmi moralmente. Questo sistema l’ho combattuto in tutte le sedi istituzionali. Ora sono esausto, non ho più energie per farlo e me ne vado in silenzio. Alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni.
Un abbraccio forte, forte da un uomo che fino ad alcuni mesi addietro sorrideva alla vita.
Adolfo Parmaliana
(Fonte: L’Espresso, 15 ottobre 2008)


Il libro di Alfio Caruso
Io che da morto vi parlo. Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana
Informazioni bibliografiche
- Titolo del Libro: Io che da morto vi parlo. Passioni, delusioni, suicidio del professor Adolfo Parmaliana
- Autore: Caruso Alfio
- Editore: Longanesi
- Collana: Il Cammeo, Nr. 520
- Data di Pubblicazione: 2009
- Genere: problemi e servizi sociali
- Argomento: Mafia
- Peso gr: 650
- Dimensioni mm: 240 x 120 x 10
- ISBN: 8830427128 9788830427129
di Fabio Repici, 29 novembre 2009
Cari amici e care amiche,
oggi la corte d’assise d’appello di Messina ha emesso la sentenza di secondo grado nel maxiprocesso denominato Mare nostrum, riguardante le associazioni mafiose operanti sulla costa tirrenica della provincia di Messina, decine di omicidi e tanti altri delitti verificatisi in quel territorio negli anni Ottanta e Novanta. Qualcuno di voi avrà già saputo delle numerose assoluzioni piovute, spesso in riforma di condanne pronunciate in primo grado. La sentenza di oggi, però, è solo l’ultimo atto di un grado di giudizio che aveva fatto registrare accadimenti inediti nella storia giudiziaria italiana. Ve ne accenno sommariamente alcuni.
Il clima del processo ebbe un mutamento allorché la corte, adeguandosi ad una nuova perizia (dopo ben nove di segno contrario espletate da esperti di ogni parte d’Italia) che, con argomentazioni a dir poco stravaganti, aveva fornito parere favorevole sulla capacità di rendere esame del collaboratore di giustizia barcellonese Maurizio Bonaceto (che nel 1997, tornato a Barcellona Pozzo di Gotto presso i suoi familiari dopo aver interrotto la propria collaborazione processuale, aveva tentato il suicidio lanciandosi dal terrazzo della propria abitazione, rimanendo gravemente menomato nel fisico e nella mente), aveva deciso di estromettere dal fascicolo i verbali delle dichiarazioni rese a suo tempo da Bonaceto e di disporne l’esame.
Davanti alla corte comparve allora una larva d’uomo che, palesemente incapace di orientarsi, dietro consiglio del suo nuovo legale affermò con qualche difficoltà di non voler rispondere. A quel punto i pubblici ministeri chiesero alla corte di acquisire comunque i vecchi verbali di Bonaceto (ai sensi dell’art. 500 comma 4 c.p.p.), asserendo che il suo comportamento attuale era da ricondurre alle minacce rivolte a Bonaceto da esponenti della mafia barcellonese, secondo quanto si ricavava da un suo verbale d’interrogatorio del 24 maggio 1993. E’ stato solo quando io, intervenendo in udienza, ho segnalato che tuttora, come nel 1993, il fratello di Bonaceto fa il ragioniere nella grande impresa di autodemolizioni controllata dal boss barcellonese Salvatore Ofria (seppure intestata alla madre Carmela Bellinvia) che i pubblici ministeri, come avevo sollecitato, produssero una relazione del R.o.s. che attestava quanto da me detto. A quel punto la corte acquisì i verbali delle dichiarazioni rese da Bonaceto, perché sussistenti gli elementi concreti circa le pressioni subite dal collaboratore di giustizia per evitare di deporre.
Tornate nel fascicolo della corte le dichiarazioni di Bonaceto, alcuni difensori (ed in particolare i difensori del boss Giuseppe Gullotti, mandante dell’omicidio del giornalista Beppe Alfano) si adoperarono con strumenti inconsueti per cercare di minarne la credibilità. Infatti, il 9 marzo 2009, uno dei due difensori di Gullotti, l’avvocato barcellonese Franco Bertolone (che non aveva preso parte al processo fino alla sentenza di primo grado, per essere stato raggiunto dalle accuse del collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo, che lo aveva indicato come “consigliori” della famiglia mafiosa barcellonese grazie ai suoi stretti rapporti con un magistrato, il dr. Cassata; ma la quarantena non veniva più ritenuta evidentemente necessaria per il giudizio d’appello, non si sa se perché il grande amico dell’avv. Bertolone, il dr. Franco Cassata, era stato nelle more nominato Procuratore generale di Messina dall’ineffabile Csm) lesse un inconsulto documento anonimo (che avanzava dubbi sull’attendibilità di Bonaceto, ma si risolveva anche in un attacco personale, fra gli altri, soprattutto contro la mia persona e quella di Piero Campagna, fratello della povera Graziella, assassinata nel 1985 a diciassette anni) il cui autore veniva identificato da quel legale nel dr. Olindo Canali, sostituto procuratore della Repubblica a Barcellona Pozzo di Gotto, che nel processo di primo grado aveva svolto le funzioni di pubblico ministero.
Di questo documento veniva letta soltanto una parte, nella quale, in sintesi, si affermava che Bonaceto aveva probabilmente mentito sull’omicidio Alfano, che il boss Gullotti e il killer Antonino Merlino, pur definitivamente condannati, erano in realtà innocenti rispetto all’omicidio Alfano, che io avevo ben contezza della loro innocenza per avermela confidata Piero Campagna, che io però mai avrei riferito all’autorità giudiziaria ciò che sapevo, per non scagionare i due mafiosi condannati. Tutto questo veniva letto davanti a numerosi imputati ed innanzi allo stesso boss Gullotti, che ascoltava attentamente in videoconferenza dal 41 bis e che qualche udienza dopo intervenne per approvare al riguardo l’operato dei suoi difensori.
Il documento letto dall’avv. Bertolone conteneva tante altre affermazioni, che però non venivano lette. Fra di esse, quella secondo cui “Franco Bertolone è il Franco Cassata degli avvocati” barcellonesi, frase che, a ben vedere, poteva essere considerata perfino un riscontro alle vecchie accuse del pentito Chiofalo. Sulla scorta di quel documento i difensori di Gullotti, cui si associavano numerosi altri, chiedevano la citazione come testimone del dr. Canali, perché questi riferisse sui sospetti relativi alle dichiarazioni di Bonaceto sull’omicidio Alfano. Vale osservare che l’omicidio Alfano non compariva fra le imputazioni del processo Mare nostrum e che, tuttavia, i difensori di Gullotti sostenevano il loro interesse ad approfondire anche quell’argomento alla ricerca di elementi per proporre istanza di revisione della sentenza definitiva di condanna. La corte, però, si trovava costretta a rigettare l’istanza non per l’irrilevanza rispetto alle imputazioni, ma perché formalmente sconosciuto l’autore del documento, da qualificarsi quindi come anonimo.
A quel punto io, che ero stato oggetto di spiacevoli apprezzamenti da parte di alcuni difensori, oltre che del documento anonimo, senza che la corte battesse ciglio, rinunciavo al mandato difensivo rappresentando alla corte la mia ovvia disponibilità a testimoniare. Qualche giorno dopo il rigetto della corte sulla sua testimonianza era direttamente il dr. Canali ad inviare un fax alla Procura generale con il riconoscimento della riconducibilità a lui del documento letto dall’avv. Bertolone. Con questa nuova evenienza, la corte disponeva la testimonianza del dr. Canali, che pure era stato pubblico ministero in primo grado e che, quindi, si trovava nella situazione di incompatibilità con l’ufficio di testimone prevista dall’art. 197 lett. d) del codice di procedura penale. Il dr. Canali testimoniò in due successive udienze, facendo affermazioni plasticamente false. Per questo egli è oggi indagato dalla Procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza e per favoreggiamento del boss Gullotti. Inutile, però, è tacere che ciò è avvenuto solo per effetto della mia denuncia, nel silenzio di tanti, pur consapevoli della falsità di certe affermazioni.
La Procura di Reggio Calabria nel frattempo aveva riaperto l’indagine derivante dall’informativa Tsunami, redatta nel 2005 dalla Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, che aveva documentato comportamenti illeciti del dr. Antonio Franco Cassata e le intime frequentazioni fra il dr. Canali ed il cognato del boss Gullotti. A far riemergere dai cassetti l’informativa Tsunami era stata la tragica morte di Adolfo Parmaliana. La sua ultima lettera, con le accuse al “clan” della “giustizia messinese/barcellonese”, aveva indotto la Procura di Patti a trasmettere il fascicolo sul suicidio di Adolfo alla Procura di Reggio Calabria. In effetti, posso affermare che è stato il suicidio di Adolfo a terremotare la situazione giudiziaria messinese. Da quel triste giorno, 2 ottobre 2008, gran parte della magistratura messinese associata si è chiusa a riccio in difesa delle sorti del Procuratore generale Cassata e del dr. Canali. Molti ricorderanno come la settimana dopo il suicidio di Adolfo i muri del palazzo di giustizia di Messina vennero tappezzati con manifesti dell’Anm che mi additavano nominativamente come un nemico pubblico.
La situazione è oggi ancora in fibrillazione. Perché se il dr. Canali è stato costretto a lasciare il distretto giudiziario messinese e le funzioni di pubblico ministero, il dr. Cassata, seppure considerato, anche in atti ufficiali, il più alto referente istituzionale della famiglia mafiosa barcellonese, è ancora incredibilmente il Procuratore generale di Messina. Però, avendo di recente il dr. De Feis riferito alla Procura di Reggio Calabria la verità sulle intimidazioni subite ad opera del dr. Cassata nel 2005, come riportate nell’informativa Tsunami, il dr. Cassata ha ragione di temere che la Procura di Reggio Calabria possa determinarsi a procedere nei suoi confronti e che il Csm si senta costretto ad aprire un procedimento disciplinare o paradisciplinare nei suoi confronti.
In questa situazione di limbo e di attesa, la criminalità barcellonese sta raccogliendo incredibili fortune giudiziarie. E’ solo di una decina di giorni fa la sentenza della corte di appello di Messina nel processo Mare nostrum-droga, che ha visto l’assoluzione generalizzata di tutti gli imputati. Come se a Barcellona Pozzo di Gotto non sia esistito traffico di droga e con la conseguenza che, fra gli assolti, c’è pure un amico di famiglia del dr. Cassata, naturalmente difeso dall’avv. Bertolone. Oggi, poi, c’è stata l’assoluzione di numerosi ed importanti mafiosi barcellonesi dall’imputazione di associazione mafiosa e dalle imputazioni relative ad alcuni omicidi. In particolar modo, risalta l’assoluzione del boss Gullotti, già beneficiato dalla falsa testimonianza del dr. Canali, per il duplice omicidio Iannello-Benvenga, per il quale in primo grado aveva ricevuto l’ergastolo. Il boss Gullotti può cominciare, quindi, da stasera a pensare ad un non troppo lontano ritorno in libertà, se si tiene conto del fatto che la condanna per l’omicidio Alfano, a causa dell’omessa contestazione dell’aggravante della premeditazione (omissione di cui è responsabile il dr. Canali), fu alla pena di trent’anni e non all’ergastolo.
In definitiva, in queste settimane molti mafiosi e narcotrafficanti barcellonesi tornano lindi in società con un marchio di onestà riconosciuto loro dagli organi giudiziari messinesi. Dopo sedici anni, si torna alla Barcellona in cui la mafia non esiste, come se l’uccisione di Beppe Alfano e la morte di Adolfo Parmaliana non siano servite a nulla. La famiglia mafiosa più potente della provincia di Messina e più impunita d’Italia può riprendere serenamente il comando del territorio, nella società criminale e naturalmente pure nella società legale. Del resto, ormai, la barcellonesizzazione di Messina, come ripeto da tempo, è cosa fatta: il Procuratore generale di Messina è il barcellonese Franco Cassata, il politico più in vista della provincia è il barcellonese Domenico Nania, il sindaco di Messina è il barcellonese Giuseppe Buzzanca. Tutt’e tre sono soci del circolo culturale paramassonico barcellonese Corda Fratres, di cui era riverito socio anche il boss Giuseppe Gullotti.
Nulla sembra, invece, poter fermare le follie del “rito peloritano”, della giustizia alla messinese. Nessun segnale, invece, viene di attenzione da parte degli organi dello Stato per la provincia di Messina, per questa Corleone del terzo millennio che è Barcellona Pozzo di Gotto, per i miasmi della giustizia messinese. Rimarranno i soliti sparuti illusi a invocare verità e giustizia, ad indicare al paese le nefandezze degli apparati del potere, le meschinità delle deviazioni istituzionali, gli intrallazzi di manutengoli della politica, dell’economia, della magistratura, dei servizi segreti, dell’informazione. Verranno ulteriormente aggrediti come invasati persecutori di uomini onesti e infangatori di istituzioni specchiate. Fino a che nel resto della nazione non ci si decida ad accendere un riflettore sui misfatti di quella provincia, il buio, materiale e morale, continuerà a sommergerla.
Vi chiedo scusa per aver abusato della vostra attenzione ma mi sarei sentito un disertore a non scrivere queste righe.
Fabio Repici
LINK:
L’intervento dell’Avvocato Fabio Repici alla presentazione del libro “Io che da morto vi parlo” sulla vita di Adolfo Parmaliana (scritto da Alfio Caruso) – Università degli Studi di Torino – 23 novembre 2009

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