22 maggio, ore 12.05:
Arrivo con le mie studentesse alla stazione di Napoli, orgogliose di far parte di quell’Italia che spera, fiduciosa, sempre e comunque. Ad attenderci c’è la nave della legalità su cui campeggia l’immagine di Falcone e Borsellino, due uomini, semplicemente, come Giovanni avrebbe voluto si dicesse di loro, due servitori dello Stato. Bambini, striscioni, zainetti colorati vestono a festa il grigio piazzale della stazione di Napoli. La protezione civile ci fa sentire importanti, ci dà sicurezza, rafforza la nostra convinzione che davvero le idee di Giovanni Falcone stiano camminando sulle nostre gambe. L’eccitazione è tanta negli studenti quando, scortati dalla polizia, al suono assordante delle sirene , arrivano al porto.
Ci siamo, dunque: è l’esito conclusivo del lavoro di docenti e studenti che fanno fatica a pensare che la democrazia sia qualcosa di scontato, che ” bisogna tenerci sempre sopra le mani”, come diceva Machiavelli della repubblica fiorentina. E mentre gli studenti prendono confidenza con i ponti della nave, cominciano i preparativi, le riunioni dei docenti con gli organizzatori che ci invitano a vigilare su possibili espressioni di dissenso, da parte degli studenti, nei confronti di esponenti governativi un po’ scomodi. Qualcuno, incredulo, sussurra: “C’è la Gelmini con noi”. Finalmente incontriamo i testimoni e le istituzioni e, a sera, un filmato sulle vittime di mafia precede la tavola rotonda. Siamo tutti stretti in un abbraccio unico e ad abbracciarsi è sempre quella parte dell’Italia che ha fiducia, giovani coscienze e coscienze meno giovani che vibrano all’unisono, ascoltando le parole di Paolo e di Giovanni. E, finalmente, il momento del dibattito. La presenza delle istituzioni significa dialogo, apertura, prassi democratica, ma una sottile inquietudine s’insinua: le domande sono blindate, filtrate, controllate.
23 maggio 2009, Aula Bunker:
L’inquietudine strisciante, che la sera precedente faceva fatica a definirsi, ora prende forma, non è più espressione irrazionale, ma comunica in maniera chiara, con i suoi volumi e la sua spazialità tridimensionale, il mio disagio. In Aula Bunker aleggia un doveroso ossequio verso i Ministri Alfano, Gelmini, Maroni e cerco affannosamente di capire quale sia la linea di demarcazione tra il rispetto dell’istituzione e l’ossequio. La risposta mi giunge senza obliquità quando il Ministro Alfano parla di legalità . Mi affiorano alla mente le idee di don Milani sulla necessaria equazione tra legalità e giustizia. Può mai esserci legalità senza giustizia? Certo, durante il ventennio fascista era illegale opporsi al regime, ma la legalità fascista era forse giusta? Penso al lodo alfano e cresce il mio disagio. Maroni no, non riesco ad ascoltarlo. Esco. Non credo proprio che si possa parlare di antimafia senza occuparsi di diritti umani o peggio, violandoli quotidianamente con dichiarazioni lesive della dignità dell’uomo. L’inquietudine aumenta vertiginosamente perché ho la strana percezione che il mio essere lì sia strumentale alla vetrina elettorale. Una presenza mi rasserena: il nostro Presidente della Repubblica, così umano, troppo umano, capace di commuoversi nell’abbraccio tenero di tre bambini che gli leggono una poesia. Il nostro Presidente: la nostra storia, la difesa appassionata degli equilibri costituzionali.
Non è la prima volta che vado a Palermo per la celebrazione del 23 maggio, ma per la prima volta avverto che l’imponente macchina organizzativa ha preso il sopravvento sulla spontaneità, che è bella, anche con le sue sbavature. E così, al termine della manifestazione, mi ritiro con le mie studentesse, comunque felici di esserci state, ma io, un po’ più vecchia di loro, so di non aver respirato “quel fresco profumo di libertà” che Paolo Borsellino mi ha insegnato a desiderare.
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