19luglio1992.com https://www.19luglio1992.com A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela, Vincenzo Fabio. Sat, 14 Mar 2020 21:00:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2017/11/cropped-Logo-Agende-Rosse-2-32x32.png 19luglio1992.com https://www.19luglio1992.com 32 32 Caso Antoci: Le Iene rispondono a La Repubblica https://www.19luglio1992.com/attentato-ad-antoci-le-iene-rispondono-a-repubblica/ Sat, 14 Mar 2020 12:38:06 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21582 Un articolo de La Repubblica attacca l’inchiesta de Le Iene sull’attentato a Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi. La risposta di Gaetano Pecoraro…

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Un articolo de La Repubblica attacca l’inchiesta de Le Iene sull’attentato a Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi. La risposta di Gaetano Pecoraro

 

 

 



 

Visto che La Repubblica non ci ha concesso lo spazio necessario per rispondere a un articolo che ci ha tirato in ballo, rispondiamo qui. Il 9 marzo sulle sue pagine è apparso questo articolo: “I misteri del caso Antoci. L’Attentato che fa litigare i magistrati e l’Antimafia”. Giuseppe Antoci fino a qualche mese fa era il presidente del Parco dei Nebrodi. Con una legge che porta il suo nome ha fermato il business miliardario delle cosche mafiose legato ai fondi europei destinati all’agricoltura. Dell’attentato da lui subito noi de Le Iene ce ne siamo occupati.

Come vi abbiamo raccontato la macchina blindata di Antoci con due agenti di scorta percorreva una strada isolata sulle montagne dei Nebrodi. A un certo punto sono costretti a fermarsi perché la strada è interrotta da dei massi. Appena ferma dal bosco escono delle persone che iniziano a fare fuoco sull’auto mirando alla carrozzeria e alle ruote. Da dietro l’ultima curva sopraggiunge l’auto del Commissario Manganaro con un collega che vista la scena si catapulta fuori dall’auto. I due rispondono al fuoco nemico mettendo in fuga gli aggressori.

E a Le Iene vi abbiamo raccontato come successivamente anche un’altra versione dei fatti abbia preso corpo, che Antoci ha definito “come una palla di neve… Che diventa una valanga”. Una valanga che ha travolto Antoci, la scorta che gli ha salvato la vita e i poliziotti che sono intervenuti quella notte, ma anche i magistrati che hanno seguito le indagini sull’attentato. Perché la conclusione a cui è giunta la Commissione antimafia della regione Sicilia è molto strana. O come ci ha detto Antoci “non c’è stata una conclusione”. Ed è vero perché, per la precisione, di conclusioni ce ne sono state ben tre. La prima parla di “attentato mafioso fallito’”, la seconda di “atto dimostrativo destinato ad avvertire”, e la terza invece, la più clamorosa, parla di una “MESSINSCENA”.

E veniamo all’articolo di Repubblica. Il giornalista comincia con questa frase: “Mai si era visto un attentato di mafia senza un solo mafioso caduto nella rete. Mai. E mai indagini così traballanti!”. Davvero non c’è mai stato un attentato di mafia che non ha trovato neanche un mafioso colpevole? Ecco solo alcuni dei casi di mafia ancora oggi irrisolti:

Il 5 maggio del 1971 il procuratore capo di Palermo, Pietro Scaglione, viene barbaramente assassinato dalla mafia. Oggi, a 49 anni di distanza, non si sa ancora chi sia stato. Da 49 anni il caso è archiviato.

Il 5 agosto del 1989 il poliziotto Nino Agostino e la sua compagna Ida Castelluccio cadono vittime in un attentato mafioso. Per 30 lunghissimi anni i magistrati non sono mai riusciti ad aprire un processo per arrivare ai colpevoli. 30 anni di archiviazioni su archiviazioni. È di poche settimane fa la notizia dell’apertura del processo.

6 gennaio 1980, la mafia uccide il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella. C’è anche una foto di quei terribili attimi: si vede l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che abbraccia il corpo ormai senza vita, del fratello. 

Oggi, a  40 anni di distanza, la magistratura non è riuscita ad arrivare a nessuno degli esecutori materiali. Quindi anche questi ultimi non sono stati uccisi per mano della mafia? O anche in questi casi “le indagini sono traballanti”? È una domanda che giriamo a Repubblica.

Ma proseguiamo. Nell’articolo si legge che la Commissione antimafia della regione Sicilia guidata da Claudio Fava sarebbe finita “in uno scontro istituzionale senza precedenti con la magistratura messinese perché colpevole di aver smontato pezzo dopo pezzo l’inchiesta giudiziaria, evidenziandone tutte le forzature”. Un’affermazione forte e che apre a piste molto suggestive. Ma di che forzature parla Repubblica? Ne cita una per tutte, che riguarda le indagini svolte subito dopo l’attentato. Secondo il giornalista a farle è stato un “piccolo commissariato di polizia (quello di Sant’agata Militello) nonostante la gravità dell’episodio”. E non solo: la procura di Messina avrebbe affidato le indagini “agli stessi investigatori testimoni dell’agguato, (una follia procedurale), sviluppate nell’immediatezza violando ogni regola”. Scritta così sembra proprio che l’indagine sull’attentato sia stata svolta da un piccolo commissariato di periferia. Peccato che questo sia falso. Come si evince dall’informativa sulla chiusura delle indagini sull’attentato ad Antoci datata 23 aprile 2018, è stata la Squadra mobile di Messina, sezione Criminalità Organizzata, a lavorare sul caso. Del “piccolo commissariato di polizia di Sant’agata di Militello”, nel documento indirizzato alla Direzione distrettuale antimafia di Messina, quindi, non vi è traccia. 

Ma al di là del falso riportato nell’articolo di Repubblica, come si può anche solo pensare che una Commissione regionale antimafia, che non ha alcun potere di indagine, ma solo di analisi, possa smontare un’inchiesta fatta da Squadra mobile, Sco, Ros, Polizia scientifica di Roma, e magistrati vari? Anche questa è una domanda che giriamo a La Repubblica.

Infine arriviamo all’attacco riservato a noi. Secondo il giornalista l’intervista che abbiamo gentilmente richiesto e che altrettanto gentilmente ci è stata concessa dal presidente della Commissione regionale antimafia, Claudio Fava, come si può vedere dal video, è stata una “scorribanda che veramente ha ben poco a che fare con il giornalismo”. Una scorribanda?! Lasciamo a voi ogni valutazione. Ma La Repubblica rincara la dose e parla anche di “un’incursione de Le Iene” subita anche dal “nostro Franco Viviano, che per primo ha raccontato il caso sulle pagine de l’Espresso. Un’altra sceneggiata a favore di un pubblico di bocca buona”. Sulle offese al nostro pubblico, cioè voi, non commentiamo, ma mai noi ci saremmo permessi di giudicare i lettori de La Repubblica. Sulla  “sceneggiata” invece, potete guardare coi vostri occhi nel video che abbiamo pubblicato sopra. Dimostrare, con carte alla mano, che un giornalista ha pubblicato intercettazioni che mettono in discussione un intero attentato, ma che tutte le procure siciliane dicono non esistere, vi sembra una sceneggiata?

A voi, “pubblico di bocca buona”, ogni giudizio. E da parte di La Repubblica, anziché offese e illazioni, a questo punto ci aspettiamo un aiuto per trovare le risposte alle domande che abbiamo posto sull’attentato ad Antoci su cui, è vero, ancora ci sono molte cose da chiarire:

1. Su quali basi la Commissione regionale antimafia arriva alla conclusione che la pista dell’attentato mafioso ai danni di Antoci sia la “meno plausibile”, visto che i magistrati scrivono nel decreto di archiviazione che è “innegabile che tale attentato è stato commesso con modalità tipicamente mafiose”? 

2. Perché la Commissione mette in bocca parole mai dette da magistrati? Come ha fatto con il dottor Angelo Cavallo, alla guida delle indagini: perché per la commissione avrebbe escluso la pista mafiosa dell’attentato, mentre ai nostri microfoni ha detto esattamente l’opposto?  

3. Perché la Commissione regionale antimafia pone come “circostanza anomala” il fatto che l’attentato sia avvenuto in una strada statale, facendo quindi credere all’opinione pubblica che l’attentato sia avvenuto in un luogo super trafficato e ben illuminato, quando basta andare su Google maps per rendersi conto che si tratta in realtà di una sperduta strada piena di curve in mezzo alle montagne?

4. Perché la commissione dichiara che nessuno ha chiesto soccorso subito dopo l’attentato, se esistono i tabulati che dimostrano il contrario? 

5. Qual è il vero ruolo dell’ex poliziotto Mario Ceraolo, utilizzato dalla Commissione come fonte principale per smontare l’inchiesta dei magistrati sull’attentato? Perché la Commissione lo presenta come persona che ha partecipato alle indagini sull’attentato, anche se i magistrati lo smentiscono categoricamente? 

6. Come mai la Commissione regionale antimafia non dà mai il giusto rilievo al fatto che sia Antoci, sia gli uomini della scorta e i poliziotti che gli hanno salvato la vita sono stati intercettati per 7 mesi dai magistrati, proprio per capire se si trattasse di una messinscena, ma nulla è venuto fuori?

7. Perché il presidente della Commissione Fava prima acquisisce esposti anonimi in cui si parla dell’attentato come di una messinscena, esposti già in precedenza cestinati dalla magistratura perché calunniosi e privi di alcun riscontro, e poi a noi nega di averlo fatto? Perché mente?

8. Com’è possibile che il primo articolo a mettere in dubbio la versione ufficiale dell’attentato scritto da L’Espresso è tutto basato su un’intercettazione che secondo tutte le procure siciliane non esiste? L’Espresso da dove ha preso questa intercettazione che i magistrati non sono mai riusciti a trovare?

 

Tratto dal sito: www.iene.mediaset.it

 

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La testimonianza di Ilda Boccassini al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio (‘Bo + 2’) https://www.19luglio1992.com/la-testimonianza-di-ilda-boccassini-al-processo-sul-depistaggio-delle-indagini-sulla-strage-di-via-damelio-bo-2/ Wed, 11 Mar 2020 18:22:48 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21557 di Redazione 19luglio1992.com Il 20 febbraio scorso Ilda Boccassini è stata chiamata a testimoniare nel processo che vede imputati per il reato di calunnia aggravata…

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di Redazione 19luglio1992.com

Il 20 febbraio scorso Ilda Boccassini è stata chiamata a testimoniare nel processo che vede imputati per il reato di calunnia aggravata tre appartenenti alla Polizia di Stato (Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei), allora nel gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”, accusati di aver depistato le indagini sulla strage di Via D’Amelio attraverso l’ ”indottrinamento” del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Le parole del famoso magistrato della procura di Milano, conosciuta soprattutto per i processi a carico di Silvio Berlusconi, sono state riprese e riportate da tutte le agenzie di stampa nazionali e da diversi quotidiani online, inclusa la dichiarazione shock della giornata: il procuratore capo di Caltanissetta dell’epoca, Giovanni Tinebra, si sarebbe chiuso per diverso tempo in una stanza con Vincenzo Scarantino, prima che iniziassero gli interrogatori ufficiali con il pentito.

Sin dall’inizio della collaborazione di Gaspare Spatuzza nel 2008, che ha rivelato le falsità fino a quel momento considerate certezze (anche processuali) sulla strage di Via D’Amelio, la dottoressa Ilda Boccassini è stata consacrata dalla stampa come l’unica ad aver capito, sin da subito, l’impostura portata avanti da Scarantino, anche grazie al ritrovamento di due lettere del 1994 (ma scoperte solo nel 2008) in cui il magistrato riversò i suoi dubbi sul pentito e le sue critiche ad alcuni (anonimi) colleghi.

Proprio per l’importanza della testimone, quindi, può essere interessante leggere attentamente alcune delle sue dichiarazioni che non sono state riportate dalla stampa.

(Tutti i virgolettati presenti in questo articolo, quando non specificato diversamente, sono tratti dalle dichiarazioni rese alle udienze del 29 novembre 2019, 9 dicembre 2019 e 20 febbraio 2020 del processo a carico di Mario Bò, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, pendenti davanti al Tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D’Arrigo).

 

Il contributo di Ilda Boccassini alle indagini sulla strage di Via D’Amelio fu marginale?

Cominciamo con un’affermazione che la dottoressa Boccassini ha sempre fatto in tutte le occasioni in cui, dopo il 2008, è stata sentita in merito alle indagini sulle stragi del ’92. Secondo il magistrato, il suo apporto alle indagini della procura di Caltanissetta avrebbe riguardato quasi esclusivamente le indagini sulla strage di Capaci, mentre i colleghi Fausto Cardella e Carmelo Petralia si sarebbero presi l’incarico di portare avanti soprattutto quelle sulla strage di Via D’Amelio.

Ilda Boccassini: “Io mi presi quest’onere (quello delle indagini, ndR) soprattutto per quanto riguardava Capaci”.

Guardando la documentazione contenuta agli atti del processo, però, è possibile notare un dettaglio: Ilda Boccassini ha partecipato, come ha fatto notare uno degli avvocati degli imputati, a tutti gli interrogatori che riguardavano Scarantino (ad eccezione degli unici due svoltisi in agosto ’94, mentre lei era in ferie), agli interrogatori dei collaboratori che chiamavano in causa Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura, ha firmato ordinanze di custodia cautelare per gli indagati per la strage, è stata colei che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha firmato le autorizzazioni ai colloqui investigativi tenuti dagli appartenenti al gruppo “Falcone-Borsellino”, ha firmato deleghe di indagini e attività di intercettazioni. Inoltre, è stata l’unica, accanto al procuratore capo Giovanni Tinebra (se si tolgono i trenta secondi di intervento del procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano), ad essere intervenuta nella conferenza stampa che si tenne il 19 luglio 1994, in occasione dell’applicazione delle misure cautelari in carcere agli indagati nel procedimento “Borsellino Bis”. Un’imponente mole di attività, non inferiore (anzi, qualcuno potrebbe anche definirla superiore) a quella espletata dai colleghi Cardella e Petralia nel periodo di permanenza della dottoressa Boccassini a Caltanissetta. In che modo, quindi, il suo contributo alle indagini sulla strage di Via D’Amelio sarebbe stato secondario rispetto a quello dei colleghi?

 

Ilda Boccassini VS Gioacchino Genchi

Ilda Boccassini ha anche ribadito la dichiarazione, già fatta nel processo “Borsellino Quater”, secondo cui l’allontanamento del commissario di Polizia Gioacchino Genchi dalle indagini sulle stragi (Genchi non svolse più alcuna indagine con il gruppo ‘Falcone-Borsellino’ dal 6 maggio 1993) fu il risultato di una sorta di aut-aut che questa pose al procuratore capo Tinebra. La Boccassini ha dichiarato che non aveva “alcuna fiducia in lui (Genchi, ndR)”, non ne condivideva “più le tecniche e le metodologie investigative” e riteneva “il suo apporto alle indagini (…) praticamente nullo”. Inoltre Genchi avrebbe visto “complotti e depistaggi ovunque”.

Ilda Boccassini: “(Genchi, ndR) non lavorò più con la procura di Caltanissetta perché non mi piaceva il suo modo di fare e quindi evidentemente su una bilancia in quel momento Tinebra non voleva perdere la mia professionalità o, diciamo, piuttosto, la capacità lavorativa di un pubblico ministero. E quindi delle indagini sulle stragi non se ne è più occupato”.

Sennonché agli atti del processo si trova una lettera, datata 25 maggio ’93 e firmata dalla dottoressa Boccassini e dal collega Fausto Cardella, nella quale i due pubblici ministeri si lamentavano con il loro procuratore capo della notizia, appena giunta, della volontaria dipartita di Genchi. “(…) La parte più complessa e delicata di tale attività investigativa era stata affidata al dr. Gioacchino Genchi che appariva idoneo per le sue specifiche conoscenze tecniche e per la sua competenza nel settore della telefonia. (…) Ha sorpreso, quindi, molto sorpreso il fatto che, pochi giorni orsono, il dott. Genchi abbia improvvisamente deciso di non collaborare più alle indagini, secondo quanto riferisce il dr. A. La Barbera, adducendo giustificazioni generiche e non del tutto convincenti”.

Perché, quindi, la dottoressa Boccassini si diceva sorpresa, tanto da riferire quella sorpresa a Tinebra, se era stata lei stessa a chiederne l’allontanamento?

Un altro motivo di critica da parte della dott.ssa Boccassini nei confronti dell’allora commissario Gioacchino Genchi fu la richiesta di quest’ultimo di accertare i movimenti della carta di credito di Giovanni Falcone nei mesi precedenti alla strage di Capaci, un’attività che, secondo la dottoressa Boccassini, avrebbe significato ‘investigare nella vita privata del dott. Falcone’. Genchi, invece, chiamato a testimoniare nello stesso processo, ha sostenuto che l’interesse circa le carte di credito di Falcone aveva l’obiettivo di trovare conferma di un possibile viaggio del magistrato negli Stati Uniti nell’aprile 1992, che poteva, nella sua ipotesi, essere legato ai moventi della strage di Capaci.

L’ipotetico viaggio fatto da Giovanni Falcone negli Stati Uniti nell’aprile del 1992, infatti, è tuttora avvolto dal mistero. Due magistrati, Carlo Palermo e l’americano Charles Rose, confermarono la presenza di Falcone negli States in quel mese, mentre il direttore dell’FBI e il ministero della Giustizia italiano la negarono. In una delle due agende elettroniche di Falcone, ritrovate dopo la sua morte, quel viaggio non risultava mentre la seconda agenda fu accertato essere stata oggetto di manipolazioni e con dati eliminati. Genchi e il suo collega Luciano Petrini, recuperati i dati cancellati, scoprirono che dal 28 aprile al 1 maggio l’agenda annotava diversi appuntamenti di Falcone negli USA. Genchi, durante il processo Borsellino Quater, ha affermato di aver riscontrato tutti gli appuntamenti segnati sull’agenda elettronica di Falcone.

 

Avv. Fabio Repici: “L’accertamento di cui lei ha parlato relativo alle carte di credito del dottor Giovanni Falcone, in ipotesi, nell’ipotesi prospettata dal dottor Genchi o eventualmente da altri, servivano ad un accertamento di qualche fatto specifico?”

Ilda Boccassini: “Avvocato, secondo lei andare ad investigare sulla vita privata del dottor Falcone poteva avere qualche risultato? Io, come cittadina e come magistrato, mi offendo a sentire queste parole”.

Avv. F. Repici: “Lei si offende se le interpreta in quel modo. Le faccio un’altra domanda…”

Ilda Boccassini: “Qualsiasi persona perbene le deve interpretare in questo modo. Qualsiasi persona perbene”.

Avv. F. Repici: “Secondo me sbaglia ma sono opinioni e le lasciamo lì”.

Presidente Francesco D’Arrigo: “Passiamo ad un’altra domanda”.

Avv. F. Repici: “Esatto. Mi sa dire se fu accertato un viaggio del dottor Falcone negli Stati Uniti nell’aprile 1992?”

Ilda Boccassini: “Sì, certamente, anche su questo si è investigato, personalmente me ne sono occupata. E naturalmente quel viaggio non c’era mai stato. E mi chiedo, Presidente e pubblici ministeri, queste domande su Giovanni Falcone cosa c’entrano con la vicenda Scarantino”.

Presidente F. D’Arrigo: “Lei, come teste, come ben sa, non fa domande. Andiamo avanti”.

(…)

Avv. F. Repici: “Qual è la fonte di prova che vi ha dato la certezza che il viaggio di aprile ’92 del dottor Falcone negli Stati Uniti non si verificò?”

Ilda Boccassini: “Chiedo al presidente se queste domande siano pertinenti alla mia testimonianza odierna. Chiedo che il presidente prenda una posizione”.

Pm G. Paci: “In questo caso…”

Presidente F. D’Arrigo: “Può stare tranquilla che il presidente prende tutte le decisioni che sono necessarie. C’era un’opposizione in corso del pubblico ministero”.

Pm G. Paci: “In questo senso riteniamo che la domanda a questo punto non sia pertinente, alla luce delle risposte che ha dato la dottoressa. In relazione a quello che è il tema, quelli che sono i capi di imputazione, a questo punto sfugge quale sia la pertinenza esatta di capire quale sia l’elemento che ha indotto la dottoressa Boccassini a ritenere provata quella circostanza. In relazione al fatto che appunto ci occupiamo di altre vicende che riguardano capi di imputazione su soggetti che in quella decisione non hanno avuto alcuna interferenza”.

Presidente F. D’Arrigo: “Bene. La domanda non è ammessa”.

(…)

Avv. F. Repici: “Lei aveva fino a quel momento aveva conferito, formalmente o informalmente, incarichi, deleghe, al dottor Genchi?”

Ilda Boccassini: “Il dottor Genchi si occupava della telefonia. Quindi diciamo delle (inc.). Presidente le chiedo ancora se c’è la pertinenza di tante domande su Genchi, che diventa il personaggio principale di un processo che vede, che dovrebbe accertare la verità su quello che è successo nell’episodio Scarantino”.

Presidente F. D’Arrigo: “La pertinenza delle domande, se nessuno interrompe l’avvocato, significa che c’è. Quindi può rispondere”.

Ilda Boccassini: “Allora, visto che non lo fa nessuno, lo faccio io, visto che facevo questo di mestiere”.

Presidente F. D’Arrigo: “Eh, e lei fa molti mestieri…”

(…)

Avv. F. Repici: “A proposito delle attività su materiale elettronico, si ricorda se il dottor Genchi si occupò di un apparato elettronico che era stato in uso al dottor Falcone e che prima di essere affidato al dottor Genchi per la analisi era passato in precedenza da una analisi fatta da funzionari dello Sco?”

Ilda Boccassini: “Io ricordo che esaminò il computer”.

Avv. F. Repici: “Si ricorda di palmari in uso del dottor Falcone?”

Ilda Boccassini: “Sì”.

Avv. F. Repici: “Si ricorda se il dottor Genchi ebbe ad occuparsene, insieme al dottor Luciano Petrini? Non ha ricordo?”

Ilda Boccassini: “No”.

Avv. F. Repici: “Ricorda se le venne segnalata la perdita di memoria da apparati elettronici del dottor Falcone dopo essere passati nelle mani di operatori del servizio centrale operativo?”

Ilda Boccassini: “Nel ribadire la fiducia nel personale della Polizia di Stato, le rispondo di no e ancora una volta, come cittadina in questo momento, sono amareggiata che si consenta che un processo si faccia nei confronti di Giovanni Falcone da parte della parte civile dei familiari di Borsellino. E’ una cosa pazzesca”.

Avv. F. Repici: “Ma che c’entra Giovanni Falcone?”

Presidente F. D’Arrigo: “Evidentemente lei ha equivocato. Sì, va bene, va bene, lei è chiaramente in equivoco. Non è questo il senso delle domande”.

Pm G. Paci: “Anche per dare, per chiarire… c’è stata una lunga escussione del dottore Genchi. La questione non riguarda il dottore Falcone ma riguarda il comportamento del personale della polizia di Stato. (…) ritengo quindi la parte civile abbia tutto il diritto di sondare questa materialmente”.

Presidente F. D’Arrigo: “La ringrazio ma era sostanzialmente quello che… prego”.

Avv. F. Repici: “Quindi la risposta è che lei non ebbe contezza?”

Ilda Boccassini: “Non lo ricordo”.

 

Gli “anomali” colloqui investigativi del gruppo investigativo di Arnaldo La Barbera

Vincenzo Scarantino è stato quindi scoperto essere un falso collaboratore. Nelle motivazioni della sentenza del processo “Borsellino Quater”, sulla strage di Via D’Amelio, i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta scrissero chiaramente che “l’analisi che si è condotta sulla genesi della “collaborazione” con la giustizia del Candura (Salvatore, nda), dell’Andriotta (Francesco, nda) e dello Scarantino, lascia emergere una costante: in tutti e tre i casi, le dichiarazioni da essi rese, radicalmente false nel loro insieme, ricomprendevano alcune circostanze oggettivamente vere, che dovevano essere state suggerite loro dagli inquirenti o da altri funzionari infedeli, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte. (…) deve riconoscersi che gli elementi di prova raccolti valgono certamente a dimostrare che il proposito di rendere dichiarazioni calunniose venne ingenerato in lui (Scarantino, ndR) da una serie di attività compiute da soggetti, come i suddetti investigatori, che si trovavano in una situazione di supremazia idonea a creare una forte soggezione psicologica”.

Nel processo “Bo+2”, attualmente in corso a Caltanissetta, tre poliziotti sono accusati proprio di aver aiutato a creare il cosiddetto “depistaggio Scarantino”, suggerendo al falso pentito le dichiarazioni da rendere negli interrogatori e nei processi. Una delle occasioni nelle quali si sarebbero ipoteticamente compiute le azioni criminose furono gli ormai famosi “colloqui investigativi” avuti dal personale del gruppo “Falcone-Borsellino” con Scarantino, prima e dopo l’inizio della sua collaborazione. Il colloquio investigativo è uno strumento in mano al magistrato (e alla polizia giudiziaria, previa autorizzazione da parte del magistrato) che serve per saggiare le conoscenze di un detenuto o una sua possibile disponibilità a collaborare con la giustizia. Ma una volta che questi inizia la collaborazione ufficiale, il pentito è costretto a dichiarare tutto ciò che sa al magistrato e, quindi, comprensibilmente, cade la necessità di ulteriori colloqui investigativi da parte della polizia. Con Scarantino, Candura ed Andriotta furono autorizzati alcuni colloqui investigativi prima dei loro interrogatori con i magistrati; in particolare, Ilda Boccassini autorizzò un colloquio investigativo di Arnaldo La Barbera con Vincenzo Scarantino il giorno prima del suo primo verbale da collaboratore (La Barbera poi ebbe un altro colloquio anche il giorno stesso, il 24 giugno 1994). Successivamente, sempre la stessa Boccassini, autorizzò dieci giorni consecutivi di colloqui dopo l’inizio della collaborazione di Scarantino, nel luglio 1994.

Per questo motivo le circostanze attorno all’espletamento dei colloqui richiesti con quelli che, successivamente, si sarebbero accertati essere “falsi pentiti”, sono state esaminate scrupolosamente durante le udienze del processo in atto.

Pm Gabriele Paci: “Lei ha ricordo di iniziative assunte dai membri del gruppo Falcone-Borsellino tese ad acquisire notizie dallo Scarantino attraverso colloqui investigativi, o comunque tese a convincerlo a collaborare?”

Ilda Boccasini: “Io di questi colloqui investigativi non mi ricordavo, quindi vuol dire che non avevo dato molta importanza a questa vicenda, perché già avevo in mente quello che io ritenevo giusto fare e giusto non fare. Scarantino comincia questa collaborazione a giugno del ’94, erano gli ultimi miei mesi di permanenza, avevo ancora molto lavoro da fare (…)”.

Avv. Fabio Repici: “Lei ha un ricordo di un colloquio con il dottor La Barbera prima di avere fatto lei la autorizzazione al colloquio investigativo con Vincenzo Scarantino del 24 giugno 1994?”

Ilda Boccassini: “Non me lo ricordo, perché con il dottor La Barbera gli scambi telefonici sono stati frequenti, ce ne sono stati tantissimi. So solo che lui era a Pianosa”.

Avv. F. Repici: “Quello durante l’interrogatorio del 24 giugno alle 20.30. Ma il dato documentale che noi abbiamo è che lei autorizza il giorno prima il dottor La Barbera ad eseguire un colloquio investigativo con Scarantino (…)”.

Ilda Boccassini: “Venne fatto (la richiesta di autorizzazione al colloquio investigativo, ndR) al procuratore Tinebra, poi, essendo io una delle poche che era in ufficio mattina, sera e pomeriggio, ho firmato io”.

Avv. F. Repici: “Ma il punto è che, visto che lei godeva, meritatamente, della fiducia del dottor La Barbera, volevo capire se avevate discusso di questo colloquio investigativo e dell’eventuale rilevanza che poteva avere questo colloquio”.

Ilda Boccassini: “No, non ne abbiamo discusso”.

Pm G. Paci: “(…) voi foste avvisati che c’erano delle richieste di colloquio investigativo (nel caso di Francesco Andriotta rivolte, bypassando la Procura di Caltanissetta, al Ministero della Giustizia, ndR) di un soggetto che già collaborava con la giustizia e pertanto non si comprende a che titolo si intendesse avvicinare attraverso il modulo del colloquio investigativo?”

Ilda Boccassini: “Io sinceramente non me lo ricordo. Devo dire che forse, in generale, il fatto di dare colloqui investigativi ai collaboratori era una prassi, tant’è che poi è intervenuta una legge per gli enormi errori deontologici probabilmente fatti dai pubblici ministeri. Detto questo, colloqui investigativi o non colloqui investigativi, io rimango dell’idea che se questi colloqui investigativi dovevano servire per addestrare il collaboratore Scarantino, allora chi ha avuto questo ruolo andrebbe cacciato da qualsiasi funzione pubblica, perché sono stati incapaci, tant’è che sin da subito si doveva capire che Scarantino era inattendibile. Quindi, se questi colloqui investigativi sono serviti per addestrare il collaboratore, e così (inc.), cioè, è veramente, insomma, ridicolo”.

Pm Stefano Luciani: (riguardo ai dieci giorni consecutivi di colloqui investigativi con Scarantino nel carcere di Pianosa dopo l’inizio della sua collaborazione, che la Corte d’Assise di Caltanissetta definì “assolutamente anomali”, ndR) “…Autorizzati con atti a sua (di Ilda Boccassini, ndR) firma, oltre che quella del dottor Saieva. Che tipo di esigenza le viene rappresentata nel momento in cui si chiede di autorizzare dei colloqui investigativi con Scarantino dopo che era già stato interrogato due volte?”

Ilda Boccassini: “Scarantino, a differenza degli altri collaboratori, che furono subito portati via dalle carceri, prelevati e portati in località sicura, Scarantino rimase a Pianosa. Per cui, per quello che mi sembra di ricordare, seguendo le direttive di Tinebra, e già noi con tutte le perplessità sul personaggio, diciamo che, più che un colloquio investigativo, erano delle presenze per tranquillizzare il collaboratore, che non era una persona molto ‘compus sui’, poi, se questi colloqui di queste persone sono serviti per creare, come è stato scritto in una sentenza, il depistaggio più importante della storia d’Italia, facendo dire quelle imbecillità a Scarantino, dal settembre in poi, non so cosa pensare come cittadina, prima di magistrato (…)”.

Anche Roberto Saieva, alla domanda sulla ragione dei tanti giorni consecutivi di colloqui investigativi dopo che Vincenzo Scarantino aveva già iniziato a collaborare, ha risposto in maniera simile: “Io ricordo che Scarantino, dopo aver reso dichiarazioni, subito aveva manifestato ondeggiamenti e ripensamenti oltre al problema della necessità di un trasferimento in altra sede di suoi familiari da Palermo. Quindi c’era la necessità di un ‘supporto psicologico’ presso il carcere di Pianosa”. Sei anni prima, nel processo “Borsellino Quater”, il dottor Saieva, rispondendo alla stessa domanda, disse di non ricordare quali furono le ragioni di quei colloqui. Carmelo Petralia, invece, ha sostenuto di averne “appreso l’esistenza oggi e al processo Borsellino Quater. Ma non ho avuto, nello specifico, contezza di colloqui investigativi effettuati dalle forze di polizia per le indagini di cui ci stiamo occupando”. Francesco Paolo Giordano, infine, non ha avuto un ricordo preciso ma ha supposto che quei colloqui potessero “essere mirati all’approfondimento delle notizie che questo Scarantino poteva dare”.

 

La conferenza stampa del 19 luglio 1994. “Le indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva”

Un altro argomento sul quale sono state poste domande all’ex procuratore aggiunto di Milano è stata la conferenza stampa del 19 luglio 1994, convocata nelle stanze del Ministero dell’Interno a seguito della applicazione delle misure cautelari agli indagati del procedimento “Borsellino Bis”. Vincenzo Scarantino aveva iniziato a collaborare un mese prima. In quell’occasione Ilda Boccassini prese la parola e, tra i vari ringraziamenti, citò il magistrato Francesco Di Maggio, all’epoca vicedirettore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e la dottoressa Liliana Ferraro, Direttore generale degli Affari Penali del Ministero della Giustizia dopo l’assassinio di Giovanni Falcone. L’avvocato di Salvatore Borsellino e dei figli di Adele Borsellino, Fabio Repici, ha chiesto quindi al magistrato quale fu l’apporto di Di Maggio e della Ferraro nella collaborazione di Vincenzo Scarantino, visto che vennero ringraziati nominativamente.

Avv. Fabio Repici: “Può spiegare cosa fece di utile per voi il dottor Di Maggio in relazione alla collaborazione di Vincenzo Scarantino?”

Ilda Boccassini: “Avvocato, il Dap è un’altra istituzione, a cui in quel momento Di Maggio ne faceva parte…”

Avv. F. Repici: “Il direttore si chiamava Adalberto Capriotti”.

Ilda Boccassini: “Beh, diciamo che il vice era quello più operativo”.

(…)

Avv. F. Repici: “Cosa fece di utile il dottor Francesco Di Maggio in relazione alla collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino?”

Ilda Boccassini: “Il Dap ha avuto sempre un’importanza in quegli anni, per me è anche oggi, il dipartimento che coordina la polizia penitenziaria, che ha un ruolo importantissimo all’interno delle carceri, e quindi si ringraziava anche quella istituzione. Poi se lei ci vuole vedere il retroscena… avvocato, pensi quello che vuole (voci sovrapposte, ndR) …posso dire che Francesco Di Maggio era un collega bravissimo della procura di Milano. Cosa vuole che risponda, presidente? (…)”

Avv. F. Repici: “Presidente, io avevo fatto la domanda se c’era stato qualcosa di specifico fatto dal dottor Di Maggio per agevolare o a supporto della collaborazione di Vincenzo Scarantino. (…) E la mia domanda è rimasta inevasa”.

Ilda Boccassini: “No, le rispondo subito. Niente, diciamo che Francesco Di Maggio mi era molto simpatico, un buon collega di Milano e quindi l’ho voluto ringraziare. Le va bene così?”

Avv. F. Repici: “A me interessa la verità”.

Ilda Boccassini: “Comunque no, non ha fatto nulla di particolare”.

Avv. F. Repici: “E la dottoressa Ferraro, in relazione sempre alla collaborazione con la giustizia di Vincenzo Scarantino, aveva dato un qualche apporto?”

Ilda Boccassini: “La dottoressa Ferraro sapeva naturalmente della collaborazione di Scarantino”.

Avv. F. Repici: “Sì, la sapevano tutti perché era stata eseguita la misura cautelare”.

Ilda Boccassini: “E che apporto dovevano dare più di.. non ho capito, dovevano portare il pranzo e la cena a Scarantino?”

Avv. F. Repici: “Dottoressa, sono le sue parole, io quello voglio capire”.

Presidente F. D’Arrigo: “La risposta è stata che non c’era nessun apporto particolare”.

Ilda Boccassini: “Vabbè, eh no, è che mi sembrano domande ridicole. Che io sappia nessun apporto. Va bene?”

Riassumendo, la dottoressa Ilda Boccassini ringraziò Francesco Di Maggio e Liliana Ferraro per il risultato della nuova collaborazione di Vincenzo Scarantino e degli arresti relativi ad essa, ma, secondo le sue parole, i due non diedero alcun apporto particolare.

 

La rivelazione: i ‘conciliaboli riservati’ di Giovanni Tinebra e Vincenzo Scarantino

Ma la dichiarazione più eclatante e inaspettata (perché mai esternata prima, da lei o da qualsiasi altro testimone) emersa durante la deposizione della dottoressa Boccassini è stata sicuramente quella relativa ai colloqui privati che il procuratore capo Giovanni Tinebra avrebbe tenuto con Vincenzo Scarantino subito prima degli interrogatori ufficialmente verbalizzati.

Ilda Boccassini: “Quando Scarantino arrivava in procura a Caltanissetta, si chiudeva in una stanza da solo con il Procuratore Tinebra. Non so il tempo preciso ma per un bel po’. Poi Tinebra apriva le porte e si entrava a fare l’interrogatorio”.

Essendo incontestabile che Vincenzo Scarantino fosse a conoscenza di informazioni che, non avendo partecipato alla strage, non avrebbe potuto mai avere, i giudici estensori della sentenza di primo grado del quarto processo sulla strage di Via D’Amelio scrissero che dette informazioni dovevano necessariamente essergli state suggerite dagli investigatori. E’ facilmente comprensibile, quindi, come il nuovo dettaglio esposto dalla Boccassini potesse avere una valenza fondamentale nella ricerca della verità. Per le sopracitate ragioni, l’avvocato Fabio Repici le ha chiesto conto del ritardo di questa dichiarazione, cercando contestualmente di inquadrare temporalmente il fatto.

Avv. Fabio Repici: “Un altro dato documentale è che fino al momento in cui lei lascia Caltanissetta ad ottobre ’94, Scarantino a Caltanissetta con il procuratore Tinebra fa un solo interrogatorio, il 29 giugno 1994. Ed era presente lei, insieme ad altri suoi colleghi. E’ quella quindi l’occasione in cui vide il dottor Tinebra e Scarantino appartarsi?”

Ilda Boccassini: “Non me lo ricordo”.

Avv. F. Repici: “A quella data (19 luglio 1994, la data della sopracitata conferenza stampa, ndR) lei aveva consapevolezza di conciliaboli riservati tra il procuratore Tinebra e Vincenzo Scarantino?”

Ilda Boccassini: “No, che significa conciliaboli?”

Avv. F. Repici: “Quelli che ha riferito lei, che si chiudevano in stanza con il procuratore Tinebra e parlavano di non si sa cosa. L’ha detto lei”.

Ilda Boccassini: “Non ho capito, avvocato”.

Avv. F. Repici: “Lei prima ha riferito che, da testimone oculare, che le era capitato…”

Ilda Boccassini: “Lei sta dicendo che io ho riferito di conciliaboli di Tinebra e La Barbera?” (…)

Avv. F. Repici: “No, no, tra Scarantino e Tinebra”.

Ilda Boccassini: “Ma ancora… conciliaboli che significa?”

Avv. F. Repici: “Interlocuzioni private a porta chiusa”.

Ilda Boccassini: “Ahhh, riferibili alle volte in cui doveva essere interrogato e si chiudevano, sì”.

Avv. F. Repici: “Eh. Lei il 19 luglio ’94 ne era a conoscenza, di queste evenienze?”

Ilda Boccassini: “Non mi ricordo”.

Avv. F. Repici: “Può spiegare la ragione per cui quelle circostanze attribuite oggi al dottore Tinebra, né nella nota del 10 ottobre 1994, né nelle due precedenti audizioni di gennaio 2014 e dicembre 2015 nel processo “Borsellino Quater”, in vita del dottor Tinebra, lei non le aveva mai riferite?”

Pm G. Paci: “Avvocato, quali circostanze sono quelle non riferite?”

Avv. F. Repici: “Ad esempio la circostanza di colloqui riservati in assenza di qualunque persona in prevenzione rispetto ad interrogatori di Scarantino tra Tinebra e Scarantino. Questa circostanza perché l’ha riferita per la prima volta oggi che il dottor Tinebra purtroppo è morto e non…”

Ilda Boccassini: “Avvocato Repici, sa quante volte da cittadina mi sono chiesta in questi 30 anni perché la magistratura nissena non ha interrogato quando era in vita Tinebra su questi fatti?”

Avv. F. Repici: “Eh ma questa è un’altra domanda che posso pure condividere ma io le ho fatto un’altra domanda, che è completamente diversa. A quella lei da testimone dovrebbe rispondere”.

Pm G. Paci: “E comunque fu sentito, tanto per… perché se dobbiamo fare il processo alla storia, evitiamo di trasformare questo processo in una sorta di mercato dove si raccontano storie che non fanno parte di questo processo. Che cosa c’entra adesso Tinebra che, come sanno tutti, è stato escusso al Borsellino Quater” (Ad onor del vero, il teste Giovanni Tinebra venne escusso nel processo ‘Borsellino Quater’ perché presente nella lista testimoniale delle parti civili Salvatore Borsellino e Gaetano Murana; nella lista della Procura di Caltanissetta, infatti, non era stato inserito, come, d’altronde, non era stato preso a verbale neanche durante le indagini preliminari, ndR).

(…)

Avv. F. Repici: “Può spiegare per quale motivo quelle circostanze relative agli incontri riservati tra il dottor Tinebra e Scarantino non li aveva mai riferiti nelle precedenti (…)?”

Pm G. Paci: “La dottoressa Boccassini, che non è indagata in questo processo, non deve venire a rispondere per quale motivo…”

Avv. F. Repici: “Si chiama contestazione. Perché l’ha detto solo oggi?”

Ilda Boccassini: “Non ho capito, sono state acquisite a questo processo le dichiarazioni che ho reso a Caltanissetta nei procedimenti…”

Avv. F. Repici: “Nel fascicolo del Pm sì, in quello del dibattimento no, quindi possono essere utilizzate per le contestazioni ma non come prova”.

Ilda Boccassini: “Quindi quella che lei mi sta ponendo è una contestazione con atti che non sono stati acquisiti in questo processo? Conosco un altro codice”.

Presidente F. D’Arrigo: “Bene, lei può rispondere alla domanda”.

Avvocato della difesa: “Presidente, per risolvere la questione le difese daranno da qua a poco il consenso per l’acquisizione dei verbali del Quater”.

(…)

Avv. F. Repici: “Se l’è ricordato di recente questo dato ed oggi l’ha riferito per la prima volta? E’ questo il motivo per cui l’ha riferito oggi per la prima volta?”

Ilda Boccassini: “Ma io ero convinta di averlo riferito anche in dibattimento. Però se lei dice che così non è, mi sono sbagliata. Pensavo di averlo riferito. Come pure ero convinta che l’avesse riferito il collega Saieva, ne abbiamo discusso… non so se l’ha fatto, sinceramente, però con lui ne abbiamo discusso, perché eravamo tutti presenti. Poi, vede, quando si dice di usare le norme e rispettare i codici non era indirizzato soltanto a Tinebra, diciamo che tutti i colleghi che dovevano rimanere a Caltanissetta e sono rimasti, non credo che avessero preso a cuore l’andazzo un po’ leggero di Tinebra. Io sono andata via, Saieva è andato via, quindi non le so dire dai primi di ottobre cosa sia successo, sta di fatto che certe cose, forse per scrupolo eccessivo mio, ma anche di Roberto, non erano gradite, non erano sentite come fatti… (…)”

 

Le note sepolte o sparite

Il 10 e il 12 ottobre 1994 Ilda Boccassini sottoscrisse due note, la prima delle quali fu indirizzata al Procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano e, per conoscenza, al procuratore capo Giovanni Tinebra; la seconda, invece, fu scritta assieme al collega Roberto Saieva e venne indirizzata al solo procuratore capo Tinebra. Le due note, contenenti valutazioni incredibilmente importanti sulla credibilità di Vincenzo Scarantino, ebbero destini diversi: la prima venne protocollata e inserita negli archivi della procura nissena, dove rimase sepolta fino a quando Gaspare Spatuzza non fece riaprire le indagini sulla strage nel 2008; la seconda invece, non fu mai protocollata e scomparve. E’ stato possibile averne contezza solo grazie al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, che ne trovò una copia negli archivi della propria procura e, sempre nel 2008, la spedì ai colleghi nisseni. Interpellati i due estensori, si scoprì che fu scelto, all’epoca, di inviarne una copia anche all’allora procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli. Di entrambe le note, secondo le testimonianze dei colleghi Carmelo Petralia, Annamaria Palma e Nino Di Matteo, titolari dei processi centrati in larga parte sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, questi non furono mai messi a conoscenza.

La nota del 10 ottobre, quella firmata dalla sola Ilda Boccassini, inoltre, contiene critiche piuttosto inquietanti circa la gestione del collaboratore Vincenzo Scarantino:

Alla necessità di tempestivi interrogatori – da assumere esclusivamente con le forme imposte dal codice di rito – dei collaboratori chiamati in correità (…)”.

Alla assunzione delle dichiarazioni con le quali – mi si diceva – Scarantino Vincenzo aveva chiamato in correità nella strage di via D’Amelio i collaboratori di giustizia Cancemi, La Barbera e Di Matteo (traduzione in verbale che io giudicavo assolutamente indilazionabile)”.

Di queste, le parti processuali le hanno chiesto conto.

Avv. Giuseppe Seminara: “Riferito che le sue obiezioni circa la regolarità degli interrogatori riguardavano in prima battuta quello che era accaduto con il dottore Tinebra e poi diceva ‘io mi porgevo in maniera diversa rispetto alle indagini’ (…) quindi questo non poteva essere il riferimento nel ’94 della sua nota? E’ corretto?

Ilda Boccassini: “Era il loro modo di essere che non mi piaceva, avvocato, che io non condividevo”.

Avv. G. Seminara: “Lo comprendo, dottoressa, ma il modo di essere noi abbiamo avuto un esempio concreto che è quello che lei ci ha fornito oggi, anche se per la prima volta, io volevo comprendere se vi fossero dei fatti specifici al di là della questione…”

Ilda Boccassini: “Beh più specifico di una situazione con, diciamo, contrasti, in cui in maniera spudorata… non le basta? Per me un procuratore, in presenza di altri sostituti che nulla dicono, viene portato un collaboratore, ci si apparta in una stanza e poi si comincia un interrogatorio, a me sembra…”

(…)

Avv. G. Seminara: “(…) Ponendosi nel ’94, al di là della questione che riguarda Tinebra e queste circostanze che ha appreso oggi e oltre la maniera in cui genericamente si porgevano rispetto alle indagini, può segnalarci degli elementi materiali o delle circostanze concrete da cui poter noi desumere questo loro (dei magistrati che trattavano Scarantino, nda) atteggiamento censurabile?”

Ilda Boccassini: “Non me li ricordo”.

(…)

Avv. G. Seminara: “Lei ricorda di avere firmato ordinanze di custodia cautelare con le dichiarazioni di Scarantino?”

Ilda Boccassini: “Le ho già risposto stamattina (…)”.

Avv. G. Seminara: “Sì sì, lo comprendo, mi può rispondere?”

Ilda Boccassini: “Mi chiedo se debba rispondere sempre alle stesse domande…”

Avv. G. Seminara: “Dottoressa, se risponde positivamente o negativamente io vado avanti”.

Ilda Boccassini: “Sì sì, eh, ho capito. Sì”.

Avv. G. Seminara: “Rispetto alle dichiarazioni di Scarantino, lei ha riferito che inizialmente lei aveva delle perplessità riguardo la caratura… per il personaggio Scarantino. E’ corretto? Parliamo della prima fase, dei verbali di giugno”.

Ilda Boccassini: “Sì, ma come ho detto, fino a quel momento più o meno tutti avevano dei dubbi sulla (…) dopodiché era soltanto un problema di bassa caratura, anche se con un pedigree di parentele di tutto rispetto, dopodiché dopo i primi interrogatori…”.

Avv. G. Seminara: “Mi perdoni, dottoressa, dopodiché lei rientra, dopo gli interrogatori di agosto ai quali lei non ha partecipato (…) lei ebbe modo di visionare questi interrogatori?”

Ilda Boccassini: “Eh sì, certo, ce li hanno fatti leggere”.

Avv. G. Seminara: “Trovò in questi interrogatori dell’agosto degli elementi di perplessità o le perplessità si incrementarono con l’interrogatorio da lei svolto il 6 settembre?”

Ilda Boccassini: “Diciamo che… anche… non… poi è anche… non è che fossi molto convinta anche come era stato condotto l’interrogatorio, io c’ho un modo diverso di condurre l’interrogatorio”.

Avv. G. Seminara: “Dico, il momento troncante fu l’interrogatorio del 6 settembre, cioè quando venne fuori la vicenda della riunione di villa Calascibetta?”

Ilda Boccassini: “Diciamo che quella fu la goccia che fece traboccare il vaso”.

Avv. G. Seminara: “Le sue perplessità riguardarono la riunione a villa Calascibetta o la partecipazione dei tre collaboratori, Cancemi, Di Matteo e La Barbera?”

Ilda Boccassini: “La riunione, la presenza di Riina, come la raccontava, anzi, rispetto al suo racconto la presenza dei tre collaboratori diventava un dettaglio. Per chi conosce un po’ la storia di Cosa nostra, collocata…”

Avv. G. Seminara: “Qui purtroppo ne abbiamo contezza tutti, dottoressa”.

Ilda Boccassini: “La presenza di Riina con le altre persone, sembrava più un pranzo fuori porta. Significava scardinare… per carità, può essere che Scarantino era l’unico che poteva dare delle indicazioni precise su quello che era stata la ricostruzione dell’organizzazione mafiosa, ma era tutto il discorso che era patetico, ridicolo. Che cosa le posso dire di più di quello che ho detto e scritto, avvocato? Non ho più argomenti né vocaboli…”.

Pm Gabriele Paci: “(…) proprio in relazione a quello che scrive nella lettera, le chiedo se c’era stata una sorta di anticipazione di quel programma, di quelle indicazioni, ai suoi colleghi o a personale della polizia, in via informale. Cioè le chiedo se quando lei fa riferimento specifico al fatto che gli interrogatori si fanno secondo il codice di rito, il riferimento è al fatto che non si debbano acquisire elementi informativi fuori dall’interrogatorio. Questo glielo chiedo perché guardando a quell’interrogatorio del 6 settembre noi notiamo che quella improvvisa esternazione di Scarantino è in qualche modo parata da un fascicolo fotografico che riguarda proprio quei quattro soggetti. E non è un fascicolo fotografico di 50 o 60 persone ma è un fascicolo che noi, per chi fa questo mestiere, definiamo “mirato” (…). Le chiedo se c’era stato informalmente, se in qualche modo Scarantino aveva anticipato l’intenzione di allargare il quadro delle persone coinvolte, se qualcosa era trapelata prima di quell’interrogatorio”.

Ilda Boccassini: “Ovviamente io non ero… se questo è successo io non ero al corrente. Con me meccanismi del genere non possono succedere, non sono mai successi, non l’avrei mai consentito. (…) gli interrogatori che si svolgevano a Caltanissetta, succedeva che arrivava Scarantino (…) si chiudeva nella stanza solo con Tinebra (…) ci stava un po’, dopo di che Tinebra apriva le porte e si entrava per fare l’interrogatorio. (…) se poi altri colleghi si siano lamentati ed abbiano messo per iscritto quello che succedeva negli uffici della procura di Caltanissetta nell’ultimo periodo, io non credo”.

Avv. Giuseppe Panepinto: “Lei apprende questa cosa (la citazione dei tre collaboratori di giustizia nell’interrogatorio del 6 settembre, ndR) per la prima volta in questo verbale?”

Ilda Boccassini: “E certo”.

(…)

Avv. G. Panepinto: “Le risulta che qualcuno dei suoi colleghi, il dottor Petralia, la dottoressa Palma, il dottor Giordano, lo stesso dottor Tinebra, abbiano mai svolto attività di interrogatori che esulino… che non siano stati verbalizzati, o colloqui informali che non siano stati verbalizzati con altri collaboratori o con lo Scarantino in particolare? Lei ha mai avuto conoscenza diretta?”

Ilda Boccassini: “No, diciamo che aveva… ma questo in generale da, cioè nel senso che… cioè, io… fare questo discorso mi crea un po’ di imbarazzo. Diciamo che fin dall’inizio erano colleghi che non conoscevo, e che negli anni in cui siamo stati insieme avevamo due metodi di approccio rispetto al lavoro completamente diversi. (…) Per loro era più semplice affrontare Caltanissetta, perché loro potevano tornare a casa la sera, io ero molto più lontana… Avevamo due visioni diverse, diciamo così. Quindi aspetti diciamo nel modo… io forse sono troppo pignola nel modo di fare interrogatori, piuttosto che scrivere deleghe, piuttosto che interrogare le persone… avevamo due metodi diversi. Quale sia il più giusto questo lo dirà la storia”.

Avv. Fabio Repici: “Lei scrisse una nota, quella sottoscritta solo da lei, il 10 ottobre 1994, (…) segnala che vanno svolti degli adempimenti e li mette in ordine e il primo punto è ‘alla assunzione delle dichiarazioni con le quali – mi si diceva – Scarantino Vincenzo aveva chiamato in correità nella strage di via D’Amelio i collaboratori di giustizia Cancemi, La Barbera e Di Matteo (traduzione in verbale che io giudicavo assolutamente indilazionabile)’. E’ collegato ai conciliaboli riservati tra il dottor Tinebra e Scarantino o ad altro?”

Ilda Boccassini: “Non mi ricordo”.

Avv. F. Repici: “Solo che non c’è il nome del dottor Tinebra”.

Ilda Boccassini: “Avvocato, se non le sono piaciute le mie relazioni mi dispiace, non so, se vuole che sia io l’unica responsabile?”

Avv. F. Repici: “Cioè se quel passo relativo alle voci arrivate informalmente sul fatto che Scarantino Vincenzo avrebbe chiamato in correità La Barbera, Di Matteo e Cancemi le fosse venuta dal dottor Tinebra in esito a quei conciliaboli”.

Ilda Boccassini: “Mi riporto a quello che ho scritto, che mi sembra in un italiano leggibile a chi vuole leggerlo non in malafede e per l’accertamento vero della verità e non di altro”.

Avv. F. Repici: “Ecco, io vorrei capire, lei da chi l’aveva appresa quella circostanza? Perché è lei che ne parla, quindi è l’unica che può riferire con spirito di verità quale fu la sua fonte”.

Ilda Boccassini: “Fonte è un termine che non mi piace, avvocato, le fonti erano le discussioni tra di noi, il verbale di interrogatorio e la capacità intellettuale, perché si era tra persone perbene, di capire qual era la linea di demarcazione tra bene e male. Di più non so risponderle”.

Avv. F. Repici: “Qui si parla di informazioni che Scarantino aveva informalmente dato a qualcuno e che lei riteneva correttamente da tradurre a verbale in modo assolutamente indilazionabile. Nelle sue parole c’è scritto…”

Ilda Boccassini: “No, erano state già apprese quelle circostanze, avvocato”.

Avv. F. Repici: “Erano state apprese da chi?”

Ilda Boccassini: “Apprese, erano già note, ufficiali”.

Avv. F. Repici: “Lei il 6 settembre 1994, insieme ai suoi colleghi, dottoressa Palma e dottore Petralia, raccoglie un verbale di dichiarazioni di Vincenzo Scarantino su La Barbera, Di Matteo e Cancemi. Leggendo questa nota, apprendiamo che nel suo ufficio era già arrivata informalmente la notizia che Scarantino avrebbe chiamato in correità La Barbera, Di Matteo e Cancemi. Posso sapere lei come lo ha appreso nella riunione di ufficio, o meglio, per bocca di chi?”

Ilda Boccassini: “Non me lo ricordo”.

Avv. F. Repici: “Va bene, questo è il contributo possibile”.

Ilda Boccassini: “Il contributo possibile, avvocato, è quello che è scritto nelle relazioni, piaccia o non piaccia”.

Avv. F. Repici: “A me sarebbe piaciuto di più se ci fossero stati i nomi, dottoressa”.

La lettera del 12 ottobre, quella firmata con Roberto Saieva, come si è visto, fu trasmessa anche alla Procura di Palermo. Chiamati a dare spiegazioni sul perché di quella scelta, i due magistrati hanno riferito le loro ragioni. Le quali, in particolare quelle del dottor Saieva, rispetto a quelle espresse nel 2014 e 2015 durante il processo Borsellino Quater, hanno evidenziato un’integrazione non indifferente.

Le dichiarazioni al processo “Borsellino Quater” (2014 e 2015):

Ilda Boccassini: “Ma perché ci sembrava sempre doveroso informare anche la Procura di Palermo, che aveva non solo la gestione di tre importantissimi collaboratori, almeno da noi giudicati tali, che erano La Barbera, Di Matteo e Cancemi, quindi siccome grazie alle collaborazioni di queste persone erano state arrestate un bel po’ di persone e vi erano indagini in corso, era ovvio che bisognava avvisare il Procuratore (…)”. (…) “Ritenemmo doveroso, anche per un fatto di… di memoria per i colleghi e quant’altro, mettere nero su bianco tutte le nostre perplessità”. (…) “Diciamo che io e Roberto Saieva siamo due persone scrupolose, quindi abbiamo voluto lasciare un’impronta prima di andarcene a 360 gradi”.

Roberto Saieva: “Alla Procura di Palermo, dato il collegamento investigativo che, anche con riferimento a quella indagine, c’era con quell’altro ufficio giudiziario”. (…) “Sì, debbo dire che l’appunto aveva anche questa motivazione, cioè da lì a qualche giorno sicuramente avrebbe lasciato l’ufficio la dottoressa Boccassini e con tutta probabilità lo avrei fatto anch’io. Sicuramente lei, perché la sua era una applicazione da un ufficio ad un altro, il termine era biennale, andava a scadere e non poteva essere prorogato. Io avrei potuto essere prorogato nell’applicazione, ma conoscevo già un orientamento negativo del Procuratore Nazionale Antimafia, il Presidente Siclari, anche perché in quella fase stava già valutando la possibilità di una mia applicazione a Palermo. E in effetti poi, l’anno successivo, fui applicato alla Procura di Palermo per un certo periodo. E quindi si voleva fissare in un atto scritto queste valutazioni perché rimanessero a disposizione dei colleghi”.

Le dichiarazioni al processo “Bo + 2” (2019-2020):

Avv. Fabio Repici: “(…) Aveva paura che la lettera firmata con Saieva potesse scomparire dall’ufficio della procura di Caltanissetta?”

(…)

Ilda Boccassini: “Poteva esserci questa eventualità, visto il clima troppo accondiscendente nei riguardi di Scarantino e per questo motivo la mandammo anche a Palermo, più di questo non si poteva fare, affiggere i manifesti per la città di Caltanissetta, mah, chissà, forse questa poteva essere una strada”.

Avv. F. Repici: “Questo timore prima che accadesse, lei lo riferiva a qualche persona in particolare o era un timore generico?”

Ilda Boccassini: “No, non ad una persona in particolare, era quella che era la struttura di Caltanissetta”.

Roberto Saieva: “Io ricordo una breve interlocuzione con il procuratore Tinebra che era molto irritato per l’iniziativa che era stata assunta, prima ancora per il merito, per il metodo, perché riteneva che non si dovesse scrivere”.

Avv. Giuseppe Scozzola: “Lei ha detto ‘l’abbiamo inviata a Palermo perché avevamo paura che non venisse protocollata’. Da cosa nasceva questa paura?”

Roberto Saieva: “Dal contrasto che si era già evidenziato”.

Roberto Saieva: “Era un contrasto piuttosto aspro, da una parte, da parte nostra si mettevano in rilievo (inc., ndR) che inducevano a svalutare di molto l’attendibilità di Vincenzo Scarantino, dall’altra parte invece si riteneva che si dovesse fare di tutto per salvare il collaboratore, cercando ogni mezzo per superare gli elementi di criticità che erano emersi. In questo contesto di scontro dialettico nasce la nota e l’iniziativa di trasmetterla anche alla procura di Palermo. Per il sospetto che non avesse un seguito, che potesse non rimanerne alcuna traccia”.

Avv. Rosalba Di Gregorio: “Con riferimento ad ‘ogni mezzo per superare gli elementi di criticità’, (…) stiamo parlando, per quello che avete percepito all’epoca e quindi per quello che è il suo ricordo, stiamo parlando di applicazione comunque di principi di frazionabilità o stiamo parlando anche di altro? (…)”

Roberto Saieva: “L’esperienza giudiziaria insegna che quando si evidenziano delle defaillances nelle dichiarazioni di un collaboratore si può compiere uno sforzo per indurre il dichiarante a superarle. Mentre invece si può assumere una posizione terza e puntare invece ad arrivare ad un punto di verità processuale. Questa è la dicotomia alla quale facevo riferimento”.

Roberto Saieva: “In un ufficio di procura alla fine decidono i capi. Una delega può essere sempre ritirata. Quindi per evitare che alla fine prevalessero delle opinioni diverse dalle nostre e senza che delle nostre rimanesse traccia si fece quella nota”.

Avv. Vincenzo Greco: “(…) Lei ha detto che avevate preoccupazioni che non venisse protocollata. (…) Ma da chi, all’interno, (…) a chi si riferisce proprio in particolare?”

Roberto Saieva: “Beh, la decisione sarebbe stata assunta sul punto dal dottore Tinebra, dal procuratore”.

Avv. V. Greco: “Quindi l’invio contestuale di questa nota a Palermo aveva questa finalità, che venisse lasciata traccia. (…) Ma aveva anche una finalità protettiva nei confronti degli autori della lettera?”

Roberto Saieva: “Protettiva sul piano personale no, sul piano professionale sì. (…) Volevamo che rimanesse traccia del fatto che avevamo espresso posizioni diverse”.

Alla motivazione relativa al coordinamento delle indagini tra procure si aggiungono, quindi, anche i timori per una possibile “scomparsa” della nota, cioè della prova che i due magistrati avevano preso posizioni diverse sul collaboratore Vincenzo Scarantino. Al centro di quei timori, la “struttura di Caltanissetta” e il procuratore Giovanni Tinebra. Peccato che, tra la conclusione del processo “Borsellino Quater” (20 aprile 2017) e l’avvio del processo “Bo+2” (5 novembre 2018), Tinebra sia morto, rendendo impossibile chiamarlo a testimoniare per chiedergli conto delle parole dei suoi colleghi.

 

In che momento Ilda Boccassini ebbe il dubbio sulla falsità delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino?

Le risultanze dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, incentrati principalmente sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, sono state quasi del tutto spazzate via dalle rivelazioni del “vero pentito di Via D’Amelio”, Gaspare Spatuzza.

Il processo “Borsellino Uno” riguardava principalmente le dinamiche attorno al furto e all’utilizzo della Fiat 126 usata come autobomba in Via D’Amelio, mentre il “Borsellino Bis” allargava il campo sui mandanti e sugli esecutori della strage. Non è stato del tutto chiaro, ascoltando la testimonianza della dottoressa Ilda Boccassini all’udienza del 20 febbraio 2020 (ma anche leggendo le trascrizioni di quella precedente nel processo “Borsellino Quater”), in che momento preciso il magistrato ebbe contezza della inattendibilità delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino; sembrerebbe, da quanto è parso capire, che i dubbi sorsero già con le prime rivelazioni fatte all’inizio della sua collaborazione, nel giugno 1994, quando il collaboratore riferì della famosa riunione a villa Calascibetta.

Avv. Fabio Repici: “A quella data del 19 luglio 1994, lei aveva perplessità sulla collaborazione di Vincenzo Scarantino?”

Ilda Boccassini: “Avevo perplessità sulla figura di Scarantino, si era ancora all’inizio e ritenevo che le perplessità iniziali che potevano essere giustificate dalla famiglia ancora a Palermo, dalla paura di affrontare una nuova situazione e quindi che, andando avanti, si poteva capire meglio se diceva una serie di fregnacce o se diceva qualche verità mischiata con qualche bugia”.

Pm Stefano Luciani: “Lei dice che le perplessità sullo Scarantino nascono non soprattutto per il fatto che aveva chiamato in causa i tre collaboratori (Di Matteo, Cancemi, La Barbera, durante l’interrogatorio del 6 settembre 1994, ndR) nella villa di Calascibetta ma anche solo per aver parlato della riunione nella Villa Calascibetta, nei termini in cui l’aveva descritta. (…) quelle dichiarazioni lo Scarantino le rende sin dal primo interrogatorio, le rende nell’interrogatorio del 24 giugno, le rende poi nell’interrogatorio del 29 giugno e in quello del 6 settembre aggiunge solo i tre collaboratori e Raffaele Ganci”.

Pm Stefano Luciani: “Lei dice che al rientro dalle ferie legge i due interrogatori che sono stati fatti da Scarantino l’11 e il 12 agosto 1994, ai quali lei non partecipa, e (lei dice, ndR) “io e il dottore Saieva ci vengono i capelli dritti”. (…) Andando ad analizzare il contenuto di questi interrogatori, in realtà sono interrogatori di dettaglio, di specificazioni di dichiarazioni che lo Scarantino aveva già reso nei primi quattro interrogatori, resi tra l’altro anche a lei. Ma perché questi interrogatori (…) le fanno rizzare i capelli?”

Ilda Boccassini: “Forse sono stata eccessiva nell’espressione, diciamo che il fatto che c’avessero… quegli interrogatori non è che ci furono dati subito da leggere, nel senso che sembrava tutto più o meno coperto, e questo accresceva in noi la sensazione che certi indirizzi che si stavano prendendo non ci convincevano. Anche l’atteggiamento dei colleghi quando siamo ritornati, ora è difficile dire ‘questo e quest’altro’, sa, ma tutto un insieme che non mi piaceva, ecco”.

Eppure, nonostante i dubbi della dottoressa Boccassini, la richiesta di misure cautelari per gli indagati del procedimento “Borsellino Bis” – avanzata dai Pm nel luglio 1994, dopo l’inizio della collaborazione di Scarantino ma prima del verbale in cui chiama in causa i tre boss pentiti – vede anche la sua firma.

Pm Stefano Luciani: “(…) Quindi voglio comprendere (…) se la sua sottoscrizione della richiesta custodiale che dà luogo al “Borsellino Bis” è una sottoscrizione convinta o solo per amor d’ufficio”.

Ilda Boccassini: “Diciamo più per dovere di ufficio”.

Ilda Boccassini: “Era giusto quello che chiedeva Tinebra, ‘anche se ci sono colleghi, alcuni di voi, che si stanno occupando di altro, anche pur condividendo non hanno scritto una parola, non hanno sentito tizio caio e sempronio, la firma va messa da parte di tutti i sostituti delegati alle stragi’. E quindi venivano firmati da tutti”.

Avv. Giuseppe Seminara: “Quindi sostanzialmente lei era costretta a firmare quegli atti?”

Ilda Boccassini: “No no, nessuno mi ha mai costretto in vita mia, avvocato, le ho detto che era una linea dell’ufficio, nessuno mi ha costretta mai”.

Riassumendo: la dottoressa Boccassini non era affatto convinta che le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino corrispondessero tutte al vero (eccetto forse quelle riferite al furto della 126) ma, per “dovere d’ufficio”, firmò lo stesso la richiesta di misure cautelari. D’altronde fu proprio lei, assieme al procuratore capo Giovanni Tinebra, a condurre la conferenza stampa relativa all’arresto degli indagati nel procedimento “Borsellino Bis”. Era il 19 luglio 1994 e le parole che i due magistrati pronunciarono nelle stanze del Viminale apparentemente non lasciavano molti spazi a dubbi sull’attendibilità di Vincenzo Scarantino.

Giovanni Tinebra: “Noi oggi qui celebriamo il secondo anniversario dell’eccidio di via d’Amelio ed abbiamo la profonda, commossa, consapevole soddisfazione di celebrarlo nel modo giusto, cioè in maniera fattiva. Ieri infatti abbiamo chiesto ed ottenuto sedici ordinanze di custodia cautelare nei confronti di alcuni dei mandanti e degli esecutori materiali della strage. (…) Scarantino. Io credo di poter dire finalmente che questa Direzione Distrettuale Antimafia ha onorato i suoi impegni. Due anni fa, tra le macerie ancora fumanti e taluni focolai di incendio che stentavano a spegnersi, io e i miei collaboratori dicemmo “ce la metteremo tutta per arrivare in fondo a questa vicenda”, pur sapendo che avevamo di fronte un’impresa titanica, pur sapendo che i precedenti non deponevano per un segno positivo di questo nostro proponimento. (…) Ed ecco che finalmente viene la luce. Viene la luce dopo le indagini, e qui ancora una volta desidero sottolineare che abbiamo seguito il metodo Falcone, indagini sul campo. I collaboratori di giustizia ci sono, per dare colore ad un quadro che è già stato delineato nelle sue connotazioni essenziali. E finalmente abbiamo saputo di avere avuto ragione… Un’ultima annotazione, perché è importante che si faccia. Noi abbiamo avuto la ventura, non perché siamo bravi ma solo perché le nostre indagini ci hanno portati ad incontrare determinati fatti, di affermare talune cose che a prima vista sembravano un poco strane, non vi parlo della commissione interprovinciale, ne parleremo in altra occasione, vi parlo invece del famoso discorso degli uomini d’onore riservati. Riina da un certo periodo in poi, affilia uomini d’onore che non presenta a nessuno. Abbiamo la riprova della esattezza di questa linea di strategia del Riina. Scarantino è un uomo d’onore riservato”…

Ilda Boccassini: “(…) Ribadisco il concetto espresso dal capo di questo ufficio, a cui va tutto il mio riconoscimento per il lavoro svolto a Caltanissetta. Cioè sono state premiate ancora una volta le indagini investigative pure. Ci siamo mossi con una logica di aggressione sul territorio e questo è stato premiale nel momento in cui una delle persone che era responsabile di questo reato ha accettato di collaborare con lo Stato. (…) non sarebbe stato possibile gestire per la prima volta con Scarantino nel carcere di Pianosa e non portato subito in una struttura extracarceraria, gli eccellenti risultati che noi stiamo ottenendo. (…) Lo ha dimostrato ancora una volta l’indagine sulla morte di Paolo Borsellino. Ma è arrivata, lo ripeto, questo concetto va ripetuto fino alla noia, perché vi erano già delle indagini che hanno consentito di valutare appieno quello che Scarantino Vincenzo ci diceva. Ma attenzione, Scarantino Vincenzo è stato per ventuno mesi sottoposto al regime del 41 bis. In un carcere speciale come quello di Pianosa e non ha avuto la possibilità, come è giusto che sia, di avere contatti con altri detenuti esponenti di cosa nostra e gli è stato consentito, così come la legge prevedeva, di avere colloqui solo con i propri familiari. Quindi il 41 bis è stata ancora un volta una scelta vincente. E lo dimostriamo con i fatti non con le parole”.

Quindi, alla data del 19 luglio 1994, Ilda Boccassini credeva all’attendibilità del neo-collaboratore Vincenzo Scarantino, come sembra di capire dal suo intervento alla sopracitata conferenza stampa, tanto da firmare l’ordinanza di custodia cautelare del “Borsellino Bis”? Oppure aveva già forti dubbi sulla sua affidabilità, soprattutto sulla riunione tenutasi nella villa di Calascibetta (“il discorso era patetico, ridicolo”), come ha affermato nelle udienze dell’attuale processo e del processo “Borsellino Quater” e firmò la richiesta di misure cautelari solo “per dovere d’ufficio”?

Successivamente, intervenne il famoso interrogatorio del 6 settembre 1994, durante il quale Vincenzo Scarantino chiamò in causa i tre importanti collaboratori di giustizia Mario Santo Di Matteo, Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera. Circa un mese più tardi, le due lettere del 10 e 12 ottobre e, dopo pochi giorni, la dipartita dalla procura di Caltanissetta prima di Ilda Boccassini e, poi, di Roberto Saieva.

Non si saprà mai con certezza quali sarebbero state le scelte processuali di Ilda Boccassini e Roberto Saieva nei primi due procedimenti su Via D’Amelio, se i due magistrati fossero rimasti. Quello che possiamo sapere, perché è agli atti, è la valutazione di parziale inattendibilità che il sostituto procuratore generale Roberto Saieva diede a Vincenzo Scarantino. Roberto Saieva, infatti, dopo essersi allontanato da Caltanissetta, vi tornò come magistrato della Procura generale e, in tale veste, fu titolare del processo di appello del “Borsellino Uno”. Pur esprimendo “un giudizio di larga inattendibilità di Scarantino”, utilizzò “nella massima estensione possibile il principio di frazionabilità”, salvando “soltanto il segmento relativo al furto dell’autovettura che, secondo le originali dichiarazioni, a Scarantino era stato richiesto dal cognato Profeta”.

A fine 1998, quindi, Scarantino non venne considerato del tutto inattendibile neanche da uno dei due estensori della famosa nota del 12 ottobre 1994.

 

Testimone VS pubblico ministero

Ilda Boccassini: “Me lo faccia dire, oggi, signor pubblico ministero, che sono qui per la quarta volta a ripetere sempre le stesse cose e mi chiedo perché”.

Pm Gabriele Paci: “Lei è qui, dottoressa Boccassini, perché i suoi ricordi e le sue parole sono ritenute dal nostro ufficio utili nel processo che stiamo celebrando”.

Nel 2009 la dottoressa Ilda Boccassini venne convocata dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta come persona informata sui fatti. Gaspare Spatuzza aveva iniziato a collaborare con la giustizia l’anno precedente e i pubblici ministeri necessitavano di prendere a verbale ciò che era a sua conoscenza circa le indagini degli anni ’90 sulla strage di Via D’Amelio. Dopo un primo rifiuto per legittima impossibilità a presenziare per impegni d’Ufficio e una rinnovata richiesta da parte dei Pm, l’ex magistrato della procura di Milano comparve davanti ai magistrati nisseni il 9 giugno 2009. In quell’occasione, la donna consegnò ai procuratori di Caltanissetta una lettera, di cui riportiamo la trascrizione quasi completa:

(…) Come vi è ben noto mi sono occupata, in virtù, già allora, di provvedimento di applicazione presso la Procura di Caltanissetta, delle indagini relative alle stragi di Capaci e Via D’Amelio. In particolare, nell’ambito dell’attività istruttoria ed investigativa volta a far luce sull’assassinio del Dott. Borsellino ho avuto, anche, occasione di valutare le dichiarazioni del collaboratore Scarantino – come emerge dalla relazione conclusiva redatta da me e dal collega Saieva – che oggi sembrano messe in discussione dalle nuove rivelazioni del sig. Spatuzza.

Inoltre, vi è noto come io sia, al momento, titolare del procedimento penale instauratosi presso questa Procura della Repubblica a seguito delle dichiarazioni rese da Spatuzza Gaspare nel corso del colloquio investigativo con il Procuratore Nazionale Antimafia in merito all’attentato di via Palestro in Milano indagini, quindi che risultato collegate a quelle, condotte dalle Procure di Firenze, di Palermo e, ovviamente, di Caltanissetta, sugli attentati mafiosi del ’92 e ’93 – avendo partecipato, proprio in virtù di questo collegamento investigativo, alla riunione di coordinamento tra le diverse Procure presso la Direzione Nazionale Antimafia.

In considerazione della mia pregressa esperienza il Dott. Grasso proponeva (…) la mia applicazione presso la Procura di Caltanissetta.

Come ben sapete, il procedimento di applicazione prevede per il suo perfezionamento anche l’acquisizione dei pareri, meramente consultivi, dei Procuratori della Repubblica di Milano e di Caltanissetta. Mi risulta che da Milano il parere sia pervenuto; nulla so, invece, del parere da formularsi da parte del Dott. Lari.

Il decreto di citazione a comparire trasmesso alla Collega della quale, nelle stesse ore, il Procuratore Nazionale Antimafia proponeva l’applicazione presso la Vostra Procura, non può che apparire come implicita espressione di contrarietà alla decisione del Dott. Grasso.

Peraltro non comprendo quali contenuti informativi e conoscitivi io possa offrire in qualità di persona informata dei fatti che non possa – meglio, debba – già condividere in virtù del collegamento investigativo sussistente tra le rispettive Procure ex art. 371 c.p.p.

Non mi sogno certo di contestare la vostra libera determinazione riguardo l’utilità e opportunità della mia applicazione: sia ben chiaro.

Rilevo soltanto che l’atto istruttorio da Voi richiesto rischia di interferire nella sostanza – non tanto per le sue conseguenze in termini giuridici quanto di mera opportunità – con il procedimento di applicazione.

Coerente, come sempre, con i principi di lealtà, responsabilità e correttezza cui credo di dovermi ispirare nel ruolo istituzionale che mi è proprio, mi limito ad esprimere apertamente le mie impressioni, senza alcuna intenzione di sollevare questioni formali”.

Nel 2009 venne quindi proposta alla dottoressa Ilda Boccassini la possibilità di essere applicata alla Procura di Caltanissetta sulle nuove indagini riguardanti la strage di Via D’Amelio, aperte in seguito alla collaborazione di Gaspare Spatuzza. Il magistrato accolse prontamente l’offerta, tanto da lamentarsi del mancato arrivo del necessario parere favorevole del Procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, per mandare avanti la pratica.

Viene da chiedersi cosa ne sarebbe stato delle interessanti, necessarie e plurime testimonianze rese negli anni successivi dalla dottoressa Ilda Boccassini nei processi sulla strage di Via D’Amelio e sul depistaggio delle relative indagini, se l’ex magistrato di Milano avesse avuto la meglio e fosse stata applicata, come da lei fortemente auspicato, alle indagini, visto che – forse non tutti sanno – il suo ruolo di pubblico ministero sarebbe stato incompatibile con quello di testimone.

 

Si sarebbe potuto fare qualcosa di più?

Nel giugno 2012 si chiusero le indagini sui soggetti indagati nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Uno dei quattro pubblici ministeri titolari, Paolo Guido, in disaccordo con le conclusioni a cui erano giunti gli altri colleghi, scelse di non apporre la sua firma. Con quel gesto, prese una posizione pubblica e, infatti, molti giornali la evidenziarono e ne parlarono. Poteva, quindi, un generico “dovere d’ufficio” essere motivazione sufficiente perché si firmasse una richiesta di misure cautelari (quella del “Borsellino Bis”, l’inchiesta che non faceva capo al furto della Fiat 126) nonostante si avessero già forti dubbi su quella parte delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino? O forse il falso pentito era stato, almeno fino al 19 luglio 1994, “costruito” sufficientemente bene da ingannare anche Ilda Boccassini?

Al di là del momento in cui Ilda Boccassini e il suo collega Roberto Saieva ebbero effettivamente contezza della inattendibilità delle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, se nel giugno o nel settembre 1994, la convinzione che le dichiarazioni di Scarantino fossero, almeno in larga parte, del tutto inattendibili pare emergere chiaramente il giorno in cui Boccassini e Saieva firmarono la ormai famosa lettera del 12 ottobre 1994. Subito dopo, però, i due magistrati lasciarono Caltanissetta.

Se avevano timori sulla futura sorte della loro nota, tanto da rendersi indispensabile l’invio di questa anche alla procura di Palermo perché ne venisse lasciata traccia, perché non si assicurarono personalmente di consegnarla nella mani dei loro colleghi o, quantomeno, che venisse protocollata?

Vedendo come si andavano determinando i processi sulla strage, leggendo sulle prime pagine dei giornali delle pubbliche e incredibili ritrattazioni di Vincenzo Scarantino, Ilda Boccassini e Roberto Saieva avrebbero potuto intervenire in qualche modo? Avrebbero potuto esprimere in modo più incisivo le loro posizioni? Come espresso dall’avvocato dei figli di Paolo Borsellino, Vincenzo Greco, non hanno sentito “in un certo qual modo, un bisogno istituzionale o comunque (…) un dovere da un punto di vista giuridico di poter intervenire in qualche modo, attraverso delle denunce, piuttosto che altri tipi di attività”?

Perché scelsero di non rivolgere mai i rilievi espressi nella loro nota a quella che poteva essere la sede competente, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura?

Certo, con il senno del poi sono tutti fuoriclasse nell’avere la risposta perfetta a queste domande. E’ anche vero, però, che persone innocenti sono state condannate all’ergastolo e che, per il ritardo accumulato e per la morte di determinati protagonisti, la verità su una parte fondamentale della storia d’Italia forse è andata persa per sempre.

 

Addendum

C’è un’ultima frase, pronunciata da Ilda Boccassini a circa metà dell’udienza presa in esame, che pare degna di nota. Era in atto il controesame dell’avvocato di Salvatore Borsellino e dei figli di Adele Borsellino, Fabio Repici. Ad una richiesta di specificazioni su un dettaglio concernente il primo interrogatorio da collaboratore di Vincenzo Scarantino, dopo un botta e risposta tra il legale e il Pubblico ministero, la dottoressa Boccassini si è intromessa, dicendo: “No, è per farmi cadere in contraddizione ma non ci riuscirà, avvocato Repici, non ci riuscirà con me, e comunque da ora risponderò sempre ‘non ricordo’, questo sia chiaro, anche per il Presidente e per i pubblici ministeri, sono passati trent’anni e non mi ricordo più nulla”.

I commenti li lasciamo ai lettori.

 

Redazione 19luglio1992.com

 

 

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L’auto dopo l’attentato

di redazione 19luglio1992.com

Nella notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 il Dott. Giuseppe Antoci, allora Presidente del Parco dei Nebrodi, subisce un attentato, che fallisce grazie all’auto blindata su cui viaggia, alla freddezza degli agenti della scorta, l’assistente capo Sebastiano Proto e l’assistente capo Salvatore Santostefano, e soprattutto grazie al pronto intervento del vice questore aggiunto, Daniele Manganaro, che sopraggiunge su altra vettura pochi istanti dopo con l’assistente capo Tiziano Granata.

Nel corso della serata del 17 maggio Giuseppe Antoci aveva partecipato a una riunione col sindaco di Cesarò, Salvatore Calì, e alcuni esponenti della giunta. Al termine dell’incontro Antoci, Calì e Manganaro andarono a cena. Conclusa la cena, Antoci e gli uomini della scorta, a bordo della blindata, si avviarono verso l’abitazione a Santo Stefano di Camastra, mentre Manganaro si intrattenne ancora alcuni minuti col sindaco Calì.

Il dott. Daniele Manganaro (clicca per ingrandire)

Intorno alle ore 1.55, in contrada Volpe, la blindata fu costretta a fermarsi per la presenza di alcuni grandi massi che sbarravano la strada, mentre la fiancata sinistra veniva colpita con diversi colpi d’arma da fuoco, sparati probabilmente da almeno due soggetti, appostati sul lato sinistro della carreggiata.

Il Dott. Antoci, da Presidente del Parco, aveva redatto un Protocollo che andava a stroncare un meccanismo in virtù del quale le famiglie mafiose della zona potevano ricevere, usando metodi fraudolenti, ingenti fondi all’agricoltura stanziati dall’Europa.

Di qui il ragionevole movente dell’attentato.

Qualcuno però, ben presto, inizia a lavorare per screditare Antoci e i suoi soccorritori agli occhi dell’opinione pubblica.

Innanzitutto, in un’intervista di Gaetano Pecoraro delle Iene il presunto reggente del clan Pruiti (al posto del fratello ergastolano) insinua il dubbio che l’attentato sia stato organizzato dalle stesse vittime. 

Dal sito delle stesse Iene (autore del servizio sempre Gaetano Pecoraro) poi apprendiamo che  «nel frattempo nelle procure iniziano ad arrivare esposti anonimi in cui si sostiene che l’attentato ad Antoci sarebbe stata tutta una simulazione per ottenere promozioni e distinzioni»

In poco tempo tali insinuazioni raggiungono i media locali, poi quelli nazionali, infine le istituzioni, e diventa una vera e propria valanga che travolge Antoci, la sua scorta, i poliziotti intervenuti quella notte e persino i magistrati che hanno indagato sull’attentato.

Sempre dal sito delle Iene leggiamo che:

Il dott. Giuseppe Antoci (clicca per ingrandire)

«I Pm indagano e si spingono perfino a intercettare Antoci (e Manganaro, Proto, Granata, Santostefano, ndr), ma senza che emerga nulla per giustificare una presunta messinscena. La procura di Messina lo mette per iscritto: gli esposti anonimi appaiono calunniosi, aggiungendo che “i vari esposti riportavano aspetti della vicenda che potevano essere conosciuti solo a soggetti che avevano accesso a informazioni riservate”.
Possibile che ci fosse dietro una persona vicina alle forze dell’ordine?
Questi esposti sarebbero arrivati nelle mani di un ex poliziotto, Mario Ceraolo.
Nuccio Anselmo, giornalista della Gazzetta del Sud, sostiene che Ceraolo avrebbe cercato di mettere in dubbio la veridicità dell’attentato ad Antoci, anche attraverso la diffusione di questi esposti. Inoltre, l’ex poliziotto avrebbe anche svolto delle indagini su quanto avvenuto quella sera.
Il Pm Angelo Cavallo sostiene però che il medesimo Ceraolo “Con noi ha sempre collaborato, (ma, ndr) non ha collaborato a questo tipo di indagini”.»

«Nella vicenda del “mascariamento” contro Giuseppe Antoci, comunque, appare un altro possibile protagonista: il giornalista Francesco Viviano, che in un articolo pubblicato su ‘L’Espresso’ sostiene che anche i boss starebbero cercando il responsabile dell’attentato ad Antoci: la fonte sarebbero alcune intercettazioni in cui i mafiosi si chiederebbero chi è stato ad organizzarlo.
Una notizia che, se fosse vera, sarebbe clamorosa. Il Pm Cavallo però, mentre conduce le indagini, chiede a tutte le procure interessate di verificare l’esistenza di queste intercettazioni citate da Viviano, che nessuna procura però rinviene.»

Già nel 2013 Viviano si rese protagonista di un clamoroso falso scoop: il ritrovamento dell’agenda scomparsa di Paolo Borsellino. Un vero e proprio tentativo di “intralciare e di condizionare il processo Borsellino quater” secondo l’avvocato Fabio Repici.

La commissione Antimafia siciliana, che ha aperto un’inchiesta sull’episodio occorso ad Antoci, sente in sede di audizione i soggetti coinvolti a vario titolo nella vicenda. Al termine dell’inchiesta, la commissione non arriva a una conclusione, ma a tre possibili scenari:
1. un attentato mafioso fallito che intendeva eliminare il dottor Antoci;
2. un atto dimostrativo destinato non ad uccidere ma ad avvertire;
3. nessun attentato ma solo una messinscena.
Ritenendo però l’attentato di mafia “il meno plausibile”!!

Le indagini della procura di Messina erano, però, arrivate a un’altra conclusione: anche se non è stato possibile identificare gli autori dell’attentato, nel decreto di archiviazione si legge: “Innegabile che tale gravissimo attentato è stato commesso con modalità tipicamente mafiose e al deliberato scopo di uccidere”.

Le posizioni della procura e della commissione, quindi, divergono: forze dell’ordine e magistratura sembrano essere concordi nell’identificare con sicurezza l’attentato come un attacco di stampo mafioso, mentre la commissione sembra di parere diverso.

I dubbi della commissione Antimafia vengono sintetizzati dal consulente Bruno Di Marco nella conferenza stampa di presentazione della relazione. Tra questi, il primo è che l’attentato sia stato fatto su una strada statale e quindi presumibilmente con passaggio di auto frequente. Peccato che sul luogo dell’attentato la prima macchina a passare da quelle parti si è vista dopo circa due ore. Ma sarebbe bastato fare un sopralluogo come abbiamo fatto noi per rendersi conto che anche in un orario diurno di un giorno feriale (11.30) la frequenza di passaggio  è scarsissima (abbiamo incontrato 3 autovetture in 40 minuti tra San Fratello e Cesarò).

Un altro punto che secondo Di Marco non torna è “da dove sono scappati gli attentatori?” Avvalorando la tesi dell’avvocato Ceraolo (principale sostenitore della tesi del falso attentato) secondo cui la via di fuga sarebbe stata complicata dato che ci sarebbero volute “ore per uscire dal bosco”. Siamo stati sul luogo dell’attentato e abbiamo provato a capire le difficoltà di cui parla Ceraolo. Giudicate voi.
 

Leggendo la relazione traspare chiaramente che il punto di vista del dott. Mario Ceraolo sia preso in grandissima considerazione rispetto a tutte le altre dichiarazioni, eppure nel gennaio del 2020 la polizia decide di premiare gli uomini che salvarono la vita di Antoci: promozione per merito Straordinario e Medaglia al Valor Civile.

Ci sono poi altre perplessità che affronteremo in un altro post che ci fanno pensare che per la commissione antimafia, per dirla con parole loro, l’obiettivo meno plausibile fosse la ricerca della verità. I finti dubbi sulla scorciatoia, i punti importanti dell’audizione del Procuratore Angelo Cavallo non riportati in relazione, le parole messe in bocca mai dette…

Relazione con le conclusioni della Commissione Regionale siciliana.

Intervista di Gaetano Pecoraro al Presidente della Commissione Claudio Fava (1° parte).

Intervista di Gaetano Pecoraro al Presidente della Commissione Claudio Fava (2° parte).

 

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Attentato Antoci: ricompense per i Poliziotti che lo hanno sventato

 

 

 

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21 Marzo – Mostra in Cascina Roccafranca con le Agende Rosse di Torino https://www.19luglio1992.com/21-marzo-mostra-in-cascina-roccafranca-con-le-agende-rosse-di-torino/ Thu, 05 Mar 2020 10:58:16 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21519 di Clelia Gervasi Movimento Agende Rosse gruppo ‘Paolo Borsellino’ – Torino Il 21 Marzo è il primo giorno di primavera e, non a caso, anche…

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di Clelia Gervasi
Movimento Agende Rosse gruppo ‘Paolo Borsellino’ – Torino

Il 21 Marzo è il primo giorno di primavera e, non a caso, anche la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie.

Un risveglio della natura dunque e, si spera, delle coscienze, per la lotta alle mafie di qualunque tipo.

In occasione di questo evento le Agende Rosse di Torino, in collaborazione con la Cascina Roccafranca, allestiranno una mostra con i nomi delle circa 900 vittime di mafia.

La mostra si terrà dal 16 al 27 Marzo presso la Galleria della Cascina Roccafranca Via Edoardo Rubino, 45 dalle ore 9 alle ore 20.

Si ringraziano per la collaborazione la responsabile ed il Servizio Accoglienza della Cascina Roccafranca. 

 

 

 

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Processo trattativa Stato-mafia: Servizi segreti, Falange Armata e detenzione di Riina – Riaperta istruttoria https://www.19luglio1992.com/processo-trattativa-stato-mafia-servizi-segreti-falange-armata-e-detenzione-di-riina-riaperta-istruttoria/ Tue, 03 Mar 2020 12:46:41 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21494 di Aaron Pettinari Saranno sentiti Palmeri ed i pentiti calabresi su caso Mormile Stralciata la posizione di Massimo Ciancimino Si riapre l’istruttoria dibattimentale del processo…

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di Aaron Pettinari

Saranno sentiti Palmeri ed i pentiti calabresi su caso Mormile
Stralciata la posizione di Massimo Ciancimino

Si riapre l’istruttoria dibattimentale del processo trattativa Stato-mafia. La Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino (giudice a latere Vittorio Anania), oltre ad aver acquisito una serie di documenti presentati da accusa e difesa, ha accolto le richieste dei sostituti procuratori generali, Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, per approfondire alcuni temi come la vicenda della “Falange Armata”, l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile (il primo fatto che fu rivendicato dalla misteriosa sigla), il coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi, e gli accertamenti sulla detenzione di Totò Riina a Rebibbia nell’estate del 1993.
Così, dovranno essere sentiti quattro collaboratori di giustizia calabresi (Vittorio Foschini, Salvatore Pace, Antonino Fiume ed Antonino Cuzzola), ed il pentito alcamese, Armando Palmeri.
Quest’ultimo, ex boss di Alcamo e factotum del capomafia Vincenzo Milazzo (ammazzato per vendetta dai corleonesi nel luglio del 1992), già sentito nel processo nisseno contro Matteo Messina Denaro per le stragi del 1992 ed anche al processo ‘Ndrangheta stragista, ha raccontato in quelle udienze degli incontri che vi sarebbero stati nell’estate 1992, con uomini dei servizi che “volevano mettere in atto una strategia di destabilizzazione dello Stato con bombe e attentati”.

Delitto Mormile e Falange Armata
I collaboratori di giustizia calabresi, invece, dovranno essere sentiti su punti specifici di cui hanno parlato proprio a Reggio Calabria nel procedimento che vede imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, in particolare sul movente ed i mandanti dell’Omicidio Mormile.
“Quanto alla loro pertinenza e conoscenza rispetto ai fatti di causa – ha detto il presidente Pellino leggendo l’ordinanza –, val rammentare che una parte cospicua dell’istruttoria dibattimentale di primo grado è stata dedicata all’approfondimento del tema di un possibile coinvolgimento di soggetti appartenenti agli apparati di sicurezza o di intelligence in vicende che fanno da sfondo o che intersecano quelle più specificamente oggetto del presente giudizio, e alla verifica dell’ipotesi che terzi ignoti possano avere concorso al reato di minaccia a corpo politico dello Stato per cui qui si procede: e ciò per le possibili ricadute sulla posizione di alcuni degli odierni imputati, accreditati di avere legami con apparato o esponenti qualificati dei Servizi, o addirittura attinti, direttamente o indirettamente, da propalazioni che li vorrebbero in contatto con esponenti di spicco di Cosa nostra per favorire l’avvento di nuovi scenari politico-istituzionali (strategia nella quale s’inserirebbero i fatti qui in contestazione), o legati ad ambienti interessati a quei nuovi scenari”.
Nello specifico si deve ricordare che, così come avevano sintetizzato i Pg all’udienza del 9 dicembre, il collaboratore di giustizia Pace, coinvolto nell’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, ha riferito del brindisi che uomini di ‘Ndrangheta ebbero a fare in occasione delle stragi e delle morti di Falcone e Borsellino. Inoltre ha raccontato delle sinergie strette tra le organizzazioni criminali, Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, in nord Italia, riunite in un organo denominato “Consorzio”.
Il pentito Cuzzola ha parlato del coinvolgimento dei servizi segreti nell’omicidio Mormile, e del depistaggio su quelle indagini. Sempre dell’omicidio Mormile, di Falange Armata e Consorzio ha riferito anche Foschini il quale avrebbe inoltre appreso “nel dicembre 1992 che Bagarella e Brusca volevano porre in essere altri attentati terroristico mafiosi”. Il collaboratore ha anche parlato dell’omicidio Scopelliti e degli accordi della ‘Ndrangheta con i servizi di sicurezza per la copertura delle latitanze, in cambio della cessazione dei sequestri di persona. Il pentito Fiume invece, ha raccontato di rapporti tra gli esponenti apicali della famiglia De Stefano ed i Servizi, degli investimenti su Milano 2, delle stragi e delle attività del Consorzio.

La detenzione di Riina e l’informativa sul “telefonino”
Con il rinnovamento dell’istruttoria sarà approfondita la vicenda dell’informativa per cui Riina, nei giorni di agosto 1993, sarebbe stato in possesso di un telefonino cellulare, durante la sua detenzione presso il carcere di Rebibbia. Un dato emerso nel corso del processo durante l’audizione dell’ex funzionario del Dap Andrea Calabria, oggi presidente titolare della Corte d’Assise d’Appello di Roma.
Questi aveva raccontato dell’esistenza di una segnalazione riservata del ministro dell’Interno con una nota del Capo della Polizia in cui si ipotizzava che Riina, con l’ausilio di alcuni agenti penitenziari, avesse a disposizione un telefonino per parlare con l’esterno. E al contempo l’aveva relazionata all’esigenza di trasferire Riina dal carcere di Roma.
L’intera vicenda è stata approfondita dalla Procura generale che ha chiesto ed ottenuto di sentire Franco Battaglini, autore di quell’appunto Sisde e il capo centro del Sisde di allora, Maurizio Navarra che, sentito dalla Procura generale, avrebbe sollevato dubbi sul documento riferendo di non aver mai appreso una notizia simile.
Battaglini, da parte sua, avrebbe anche indicato alla Procura generale i nomi delle possibili fonti che, sentite a loro volta, avrebbero negato di aver mai riferito un fatto simile. Una vicenda particolarmente intricata.
Per approfondire tutti i contorni della vicenda saranno anche ascoltati Andrea Calabria, Carmelo Cavallo, Giovanni Salomone, Antonino Cosentito e Pietro Folena (ex segretario regionale Pds).
Inoltre la Corte ha anche disposto la citazione d’ufficio di Enrico Ragosa, ex direttore della struttura del Dap, per riferire anche dei suoi rapporti con Francesco Di Maggio, e sui contrasti all’interno del Dipartimento nel periodo tra luglio e novembre 1993.
Sono stati acquisiti anche i verbali di interrogatorio dei collaboratori di giustizia individuati come detenuti a Pianosa, all’epoca in cui era presente Giuseppe Graviano, nonché le documentazioni sulla vicenda della detenzione dei fratelli Graviano al carcere di Milano-San Vittore.
Ugualmente sono stati acquisiti i documenti presentati dalle difese di Mario Mori e Giuseppe De Donno come i verbali di interrogatorio e manoscritti di Vito Ciancimino, ma anche i documenti concernenti attività investigative condotte da De Donno, “nell’ottica difensiva utili per dimostrare che la collaborazione avviata con i carabinieri prima – e poi sviluppata con la Procura di Palermo – aveva contenuti e finalità diverse da quelle indicate dalla pubblica accusa”. E poi ancora documenti sulla programmazione delle sedute in Commissione Parlamentare antimafia nel mese di ottobre 1992.
Verrà inoltre acquisita agli atti anche l’inchiesta sul misterioso suicidio in carcere del mafioso Antonino Gioè, la sua lettera – testamento, che suscitò i commenti dell’ex consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e gli accertamenti sui suoi legami con Paolo Bellini, l’uomo vicino agli ambienti di estrema destra che tentò una trattativa con i boss per il recupero delle opere d’arte rubate.

Stralcio Ciancimino
La Corte d’Assise d’Appello ha anche disposto lo stralcio della posizione di Massimo Ciancimino, imputato per calunnia e condannato ad 8 anni in primo grado, accogliendo la richiesta della difesa.
In particolare i due legali, Roberto D’Agostino e Claudia La Barbera, avevano chiesto sentenza di non luogo a procedere “per intervenuta prescrizione”. La Corte d’Assise ha deciso che lo “stralcio” sarà trattato nell’udienza del prossimo 16 aprile.

Foto © ACFB/Imagoeconomica

Tratto da: www.antimafiaduemila.com

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Alessandra Antonelli coordinatrice del gruppo Carlo Alberto Dalla Chiesa e Emanuela Setti Carraro di Ancona e provincia del Movimento delle Agende Rosse

Le Agende Rosse, presenti stamattina nell’aula consiliare di Jesi (AN) insieme agli attivisti di Libera e ad alcuni rappresentanti di associazioni locali, hanno appreso con soddisfazione la decisione, presa dalla maggioranza, di ritirare la mozione di conferimento della cittadinanza onoraria a Sergio De Caprio (Capitano «Ultimo»).

Questa notizia è stata accolta con grande soddisfazione da Salvatore Borsellino e tutto il Movimento delle Agende Rosse.

Movimento Agende Rosse

LINK: Jesi, cittadinanza onoraria a ‘Ultimo’. I dubbi del Movimento Agende Rosse (26 febbraio 2020)

 

 

 

 

 

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Cittadinanza onoraria a «Ultimo»? I dubbi del Movimento «Agende Rosse» https://www.19luglio1992.com/cittadinanza-onoraria-a-ultimo-i-dubbi-del-movimento-agende-rosse/ Wed, 26 Feb 2020 20:54:06 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21458 Domani mattina, 27 febbraio, il locale gruppo di Agende Rosse sarà presente al Consiglio Comunale di Jesi, durante il quale un consigliere di maggioranza presenterà…

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Domani mattina, 27 febbraio, il locale gruppo di Agende Rosse sarà presente al Consiglio Comunale di Jesi, durante il quale un consigliere di maggioranza presenterà una mozione per conferire la cittadinanza onoraria a Sergio De Caprio, meglio conosciuto come (già Capitano) “Ultimo”. Con la nostra presenza manifesteremo tutte le nostre riserve e ribadiremo all’Amministrazione la richiesta di ritirare/revocare la mozione. Invitiamo anche la cittadinanza a essere presente in aula a partire dalle ore 12.00 circa, vista l’importanza della questione che verrà trattata.

Come Movimento Agende Rosse abbiamo infatti già esposto e documentato ufficialmente all’Amministrazione comunale tutti i fatti che evidenziano le numerose, gravi e ancora attuali ombre su “Ultimo”, denunciate da anni ma che solo una minima parte della stampa (ad es.  “AntimafiaDuemila”) ha ripreso, diffuso e condiviso.

Temiamo che le fiction televisive (in particolare quella con Raoul Bova – “Ultimo”, produzione Taodue del gruppo Mediaset, facente capo a Silvio Berlusconi, colui che – è stato dimostrato – versava soldi alla mafia anche da primo ministro), insieme all’assordante silenzio di quasi tutti i mezzi di comunicazione, abbiano purtroppo contribuito a diffondere nell’immaginario collettivo l’idea che “Ultimo” sia un “eroe”.

A questo risultato ha contribuito lo stesso De Caprio, che in un’intervista del 28 gennaio 1993, rilasciata al Corriere della Sera appena 15 giorni dopo l’arresto di Riina, rendendo dichiarazioni su quella operazione (con le quali peraltro si “bruciavano” sia il covo del Capo dei capi, sia il nome del pentito Di Maggio, che dovevano ovviamente restare riservati) si intestò ufficialmente il merito dell’arresto, con il prevedibile risultato di diventare nell’immaginario collettivo un “eroe” e, contemporaneamente, un bersaglio della mafia.

Ci sono tuttavia alcuni episodi per cui “Ultimo” ha già subito dei processi e per i quali potrebbe subirne anche un altro, che gettano forti ombre sul suo operato e su quello del ROS dei Carabinieri di Palermo e Messina degli anni ’92-‘93la mancata perquisizione del covo di Riina successivamente al suo arresto (15.01.1993) e la mancata cattura del boss latitante Benedetto Santapaola (con il rischio di uccidere l’incensurato ventiquattrenne Fortunato Imbesi) a Terme Vigliatore, in provincia di Messina, il 6 aprile 1993. Per tale secondo episodio, per il quale “Ultimo” veniva sentito nel processo di appello “Mori Obinu” relativo alla mancata cattura di Bernardo Provenzano, la Corte di Appello di Palermo ha trasmesso alla Procura di Palermo le sue dichiarazioni “per le valutazioni in ordine alla sussistenza del reato di falsa testimonianza”.

A questi link (salvo altri) è possibile approfondire i fatti, accertati, che hanno visto “Ultimo” ‘protagonista’:

“Ultimo” e il mistero della cattura del boss
http://www.antimafiaduemila.com/home/rassegna-stampa-sp-2087084558/cronache-italia/40145-ultimo-e-il-mistero-della-cattura-del-boss.html

6 aprile 93, Santapaola a pochi passi, Ultimo spara ad un giovane incensurato
http://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/40668-6-aprile-93-santapaola-a-pochi-passi-ultimo-spara-ad-un-giovane-incensurato-.html

“Capitano Ultimo”, è tutto oro quello che luccica?
http://www.19luglio1992.it/index.php?option=com_content&view=article&id=8699:capitano-ultimo-e-tutto-oro-quello-che-luccica&catid=2:editoriali&Itemid=4

Quello che Ultimo non ci ha voluto raccontare
https://www.19luglio1992.com/quello-che-ultimo-non-ci-ha-voluto-raccontare-2/

Processo Stato-mafia: dal covo di Riina al mancato blitz contro Provenzano
http://www.antimafiaduemila.com/dossier/processo-trattativa-stato-mafia/71129-processo-stato-mafia-dal-covo-di-riina-al-mancato-blitz-contro-provenzano.html

Ridate la scorta a Capitano Ultimo ma evitate di chiamarlo eroe o paladino della giustizia
https://www.19luglio1992.com/ridate-la-scorta-a-capitano-ultimo-ma-evitate-di-chiamarlo-eroe/

Per quanto “Ultimo” non sia stato condannato nei processi che ha subito, riteniamo che si dovrebbero ben valutare le ombre che ancora aleggiano su di lui e sui fatti in cui fu coinvolto, che il medesimo – pure contattato dal Movimento Agende Rosse – non ha mai voluto chiarire, e per i quali nel processo “trattativa stato-mafia” (dove era chiamato come testimone e indagato di reato connesso, ovvero falsa testimonianza per i fatti di Terme Vigliatore) si è avvalso della facoltà di non rispondere. Un Carabiniere dovrebbe rinunciare a tale facoltà per mettere davanti a tutto il dovere verso l’Arma e verso i cittadini che difende. Un “eroe” che dice di ispirarsi al Generale Dalla Chiesa e che dovrebbe essere d’esempio per sconfiggere l’omertà che ha reso la mafia quasi invincibile lo dovrebbe fare, se non ha nulla da nascondere.

Ricordiamo che anche Paolo Borsellino diceva che non ci si può nascondere dietro lo schema della sentenza e dunque della mancata condanna penale, in quanto la magistratura è chiamata a fare solo un accertamento giudiziale, per il quale potrebbero non raggiungersi le prove del compimento di un reato, ma di un certo comportamento si deve comunque valutare e opportunamente considerare, anche in caso di mancata condanna, l’irreprensibilità.

“Ultimo”, che ha sempre difeso il suo superiore, Mario Mori, anche dopo la sua recente condanna in primo grado a 12 anni nel processo “trattativa stato-mafia”, in passato ha altresì offeso pesantemente due familiari di vittime di mafia ben consapevoli del ruolo dello stato deviato negli assassinii dei loro cari e nei successivi depistaggi: Salvatore Borsellino e Sonia Alfano, che nei loro post e discorsi pubblici parlavano apertamente delle stragi del ’92-’93 come di stragi di stato. Ultimo dichiarò all’agenzia di stampa ANSA che chi parla di stragi di stato, con riferimento a quelle di Capaci e di via D’Amelio, “è un vile criminale” e lavora “per delegittimare lo Stato e legittimare Cosa Nostra”. Purtroppo le successive sentenze hanno confermato le parole di Salvatore Borsellino e degli altri familiari delle vittime.

Infine, l’eventuale conferimento a “Ultimo” della cittadinanza onoraria del Comune di Jesi stonerebbe assai con il precedente e medesimo riconoscimento già assegnato nell’anno 2016 al Dott. Antonino Di Matteo, attualmente componente del Consiglio Superiore della Magistratura ma per decenni impegnato in prima linea nella lotta alla mafia militare e ai poteri occulti che con essa hanno ordito le stragi di stato, da ultimo nel processo “trattativa stato-mafia”, conclusosi in primo grado con la condanna, oltre che di mafiosi e di esponenti politici (Marcello Dell’Utri), anche di Giuseppe De Donno, ex collega di “Ultimo” al ROS dei Carabinieri e con lui coinvolto nella vicenda di Terme Vigliatore.

I veri “eroi”, così come i “servitori dello Stato indomiti”, sono infatti quelli che, ogni giorno, tra mille ostacoli e difficoltà, non si nascondono e non scappano, ma lottano con coraggio e onorano le Istituzioni anche mettendo a repentaglio la propria vita per cercare Verità e Giustizia per chi la vita l’ha persa nelle stragi dello stato-mafia.

Salvatore Borsellino e il Movimento delle Agende Rosse

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‘L’ergastolo a Schirripa non basta: in questa città troppe cose indicibili’ https://www.19luglio1992.com/lergastolo-a-schirripa-non-basta-in-questa-citta-troppe-cose-indicibili/ Sat, 22 Feb 2020 10:28:38 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21450 ‘E’ arrivato il momento. Quelli che sanno parlino’. Paola Caccia, figlia del Procuratore Bruno Caccia, ucciso 37 anni fa quando era una giovane madre, ha…

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‘E’ arrivato il momento. Quelli che sanno parlino’. Paola Caccia, figlia del Procuratore Bruno Caccia, ucciso 37 anni fa quando era una giovane madre, ha seguito da scuola, dove fa l’insegnante, gli sviluppi giudiziari in Cassazione. ‘Sono contenta per un altro pezzetto che è andato al suo posto – dice, a proposito della conferma della condanna all’ergastolo di Rocco Schirripa, come componente dell’organizzazione che progettò il delitto – ma ci sono ancora troppe cose da chiarire e quel che non via giù è che ci siano tante persone in questa città che sanno e non si sono mai fatte avanti’.

Come può avere questa certezza?

‘Lo so da sempre. E ancora con i miei fratelli aspettiamo che venga fuori la verità. E’ il brutto di questa città: troppe cose indicibili.’

Sono trascorsi quasi quarant’anni ormai, pian piano tutti quelli che possono aver saputo qualcosa se ne stanno andando.

‘Per questo è importante farsi avanti adesso. Penso a quello che è accaduto con Luigi Moschella, uno dei colleghi di mio padre, tutti erano convinti che fosse morto. Invece lui è vissuto fino al 2017 a poche centinaia di metri dal palazzo di Giustizia di Torino’.

Il magistrato messinese noto per le sue ‘liaisons dangereuses’ con ambienti malavitosi e personaggi della criminalità organizzata, è stato ricordato in un intero capitolo del libro di Paola Bellone ‘Tutti i nemici del procuratore’ sull’omicidio di Bruno Caccia.

‘Si, ma a Paola Bellone, che è andata a cercare tutti i testimoni, fu detto che Moschella era morto da anni’.

Poi c’è quella cosa che voi figli non siete mai stati sentiti dal giorno dell’omicidio. Come è stato possibile?

‘Per la prima volta un anno fa ci ha convocati tutti e tre il PG di milano che ha il fascicolo su Francesco D’Onofrio, quello indicato da Domenico Agresta come uno dei killer. Poi da quel momento non abbiamo saputo più nulla. Ma più grave ancora è che nessuno dei colleghi di mio padre, quelli che lavoravano con lui, siano mai stati sentiti nelle indagini’.

Il PG di Cassazione nella sua requisitoria ha detto che sono ‘encomiabili tutti gli sforzi delle parti civili per fare piena luce su ogni anfratto di questo efferato delitto’. E’ un bel segnale.

‘Ci ha fatto molto piacere. Noi sappiamo quanto è stato approfondito e ad ampio raggio il lavoro del nostro avvocato, Fabio Repici. Il PG ha anche dichiarato che ‘le trame di questo omicidio sono ampie e complesse’, ciò che noi abbiamo sostenuto da sempre.

Un approccio diverso da quello del tribunale di Milano?

‘Eccome. Nel dibattimento hanno avuto sempre l’atteggiamento opposto, stretti nel piccolo perimetro di quel che riguardava Rocco Schirripa e guai a chi cercava di allargare lo spettro delle indagini. Così oggi le cose che ha detto il procuratore Viola, sono una consolazione da n lato. Dall’altro fanno arrabbiare ancor di più, perché ci mettono di fronte all’evidenza che il primo processo dovesse esser fatto meglio.’

Cosa farete adesso?

Andremo avanti e chiediamo a tutti di aiutarci ad arrivare alla verità. Ci sono ancora due fascicoli di indagine a Milano e tremiamo al pensiero che possano essere archiviati. Il nostro avvocato si è opposto alle richieste di archiviazione, anche per quella che era la nostra prima pista, del casinò di Saint Vincent. Ma da quel momento tutto tace’.

di Giustetti e Ricca (La Repubblica Torino, 21/2/2020)

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Il magistrato Teresi a Follonica (GR) https://www.19luglio1992.com/il-magistrato-teresi-a-follonica-gr/ Fri, 21 Feb 2020 14:41:38 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21414 di Redazione 19luglio1992.com   Il dott. Vittorio Teresi, presidente del Centro Studi “Paolo e Rita Borsellino” e già Pubblico Ministero del processo sulla trattativa Stato-mafia, è…

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di Redazione 19luglio1992.com

 

Il dott. Vittorio Teresi, presidente del Centro Studi “Paolo e Rita Borsellino” e già Pubblico Ministero del processo sulla trattativa Stato-mafia, è stato ospite nei giorni 12 e 13 febbraio scorsi della città di Follonica (GR), dove ha incontrato diverse classi dell’Istituto Comprensivo Leopoldo II di Lorena nonché la cittadinanza di Follonica, che nel pomeriggio del 12 ha gremito la Sala Tirreno, messa a disposizione dal Comune.

La presenza del Magistrato è stata fortemente voluta dalla Dirigente Scolastica, Paola Brunello, e da un gruppo di insegnati impegnate per il secondo anno consecutivo nel progetto “SeminiAmo la legalità”, in collaborazione con il Rotary Club di Follonica e con il gruppo Agostino Catalano-Maremma del Movimento delle Agende Rosse.

Già nell’incontro nella sala Tirreno sono cominciate a fioccare le domande degli alunni della Scuola elementare Don Milani, lasciando presagire cosa sarebbe potuto accadere il successivo pomeriggio.

Le domande dei ragazzi, nel corso dei due pomeriggi, sono state pertinenti, profonde ed in alcuni casi sconcertanti, per il loro essere semplici e dirette.

Molte domande sono state di tipo personale a riguardo delle soddisfazioni, delle paure, delle responsabilità, dei rischi; altre sul rapporto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; altre ancora sono scese nel “tecnico” come il pool antimafia o la differenza fra magistrato e giudice, mostrando quanto questi alunni abbiano interiorizzato certi concetti particolarmente complessi (e talvolta sconosciuti) anche per gli adulti.

E le risposte del dott. Teresi sono state anch’esse dirette, talvolta ricche di emozione, fra l’attenzione dei ragazzi.

Ecco le domande:

  • perché lei ha scelto di fare il giudice?
  • ha mai pensato di abbandonare il suo lavoro per paura e per la sua famiglia?
  • ha mai rischiato la vita per il suo lavoro?
  • qual è la più grande soddisfazione nel suo lavoro?
  • le piace avere la scorta?
  • che rapporto aveva con Falcone e Borsellino?
  • le volevo chiedere se ha mai visto l’agenda rossa di Paolo Borsellino?
  • come fa lei a essere un giudice e a giudicare la vita degli altri?
  • quante volte hai aiutato Falcone e Borsellino nelle indagini?
  • facevi parte anche tu del pool antimafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
  • qual è il ricordo più bello che hai di Falcone e quale di Borsellino?
  • cosa vorrebbe dire a Falcone e Borsellino se li incontrasse oggi?
  • lei quando era piccolo ha mai combattuto qualche prepotente o qualche mafioso che vedeva che era ingiusto con altri bambini?
  • lei crede che ancora oggi i siciliani si possono definitivamente liberare dalla mafia anche se non ci sono più Falcone e Borsellino?
  • quali sono i giudici che adesso sono in prima linea e stanno combattendo contro la mafia?
  • dov’era mentre Paolo Borsellino stava morendo?
  • come hai deciso di diventare un magistrato contro la mafia?
  • come sei rimasto quando il pool antimafia si è sciolto?
  • come è fare il giudice?
  • ti mancano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
  • secondo te cosa c’era scritto nell’Agenda Rossa di Paolo?
  • come ha reagito alla morte di Falcone e Borsellino?
  • non mi è chiara una cosa: che differenza c’è fra magistrato e giudice e lei faceva il giudice o il magistrato?
  • Giovanni e Paolo si conoscevano quando erano piccoli: anche tu li conoscevi?
  • le è mai capitato che quando andava in sala processo qualche imputato la insultasse?
  • com’è lavorare sapendo che ogni giorno rischia la vita?
  • ha mai lavorato con un giudice corrotto?
  • com’è la giornata di un giudice?
  • cosa ne pensi della collaborazione fra stato e mafia?
  • ha mai pensato di lasciare il lavoro per paura della morte?
  • quando lei esce si deve mettere qualcosa di speciale?
  • ha mai ricevuto minacce dalla mafia?
  • da quant’è che hai avuto la scorta?
  • qual è il mafioso più pericoloso, più importante che hai condannato?
  • come si riproduce la mafia?

Un’ora e un quarto di grandi emozioni: questo è stato l’incontro delle classi terze, quarte e quinte della Scuola Don Milani di Follonica con il magistrato Vittorio Teresi.

Al termine dell’ultimo incontro alla Scuola Don Milani, il Magistrato ha tracciato ai nostri microfoni un bilancio molto positivo delle due giornate appena trascorse, davanti all’ulivo piantato nel giardino della Scuola e gemellato con quello di Via D’Amelio.

Di seguito la documentazione video e fotografica degli incontri, l’intervista al Magistrato, il servizio di Simone Paradisi a TV9.

 

12-02-2020 Follonica (GR) – Incontro con il dott. Vittorio Teresi in Sala Tirreno
di Guido e Patricia di Gennaro su Vimeo

 

13-02-2020 Incontro del dott. Vittorio Teresi con la Scuola Don Milani
di Guido e Patricia di Gennaro su Vimeo

 

13-02-2020 Il dott. Teresi fa il bilancio dei due giorni a Follonica
di Guido e Patricia di Gennaro su Vimeo

 

12-13-02-2020 Il magistrato Vittorio Teresi a Follonica – Le immagini
di Guido e Patricia di Gennaro su Vimeo

 

15-02-2020 Servizio TV9 sul magistrato Teresi a Follonica

 

12-02-2020 – Il dott. Teresi alla scuola Bugiani – foto di Monica Grandi

 

12-02-2020 – Il dott. Teresi alla scuola Buozzi – foto di Pat&Guido

 

12-02-2020 – Follonica incontra il dott. Teresi – foto di Pat&Guido

 

12-02-2020 – Il dott. Teresi al Rotary di Follonica – foto di Pat&Guido

 

13-02-2020 – Il dott. Teresi alla scuola Bugiani – foto di Pat&Guido

 

13-02-2020 – Il dott. Teresi alla scuola Don Milani – foto di Pat&Guido

 

Articolo correlato:
A Follonica (GR) il dott. Vittorio Teresi incontrerà studenti e cittadini

 

 

 

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Ferdinando Domè e Francesco Mongiovì incontrano gli studenti di Rivoli (Torino) https://www.19luglio1992.com/ferdinando-dome-e-francesco-mongiovi-incontrano-gli-studenti-di-rivoli-torino/ Thu, 20 Feb 2020 20:09:32 +0000 https://www.19luglio1992.com/?p=21381 a cura di Rita Rossi – Movimento Agende Rosse gruppo “Paolo Borsellino” – Torino Si è svolto venerdì 14 febbraio l’incontro con gli studenti dell’Istituto…

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a cura di Rita Rossi – Movimento Agende Rosse gruppo “Paolo Borsellino” – Torino

Si è svolto venerdì 14 febbraio l’incontro con gli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Giulio Natta” di Rivoli (TO) al termine del percorso educativo condotto dagli attivisti delle Agende Rosse Lorenzo Amadio e Maria Bergadano.

Condividono le loro storie, i ricordi e le emozioni personali vissute:

Ferdinando Domè
Figlio di Giovanni Domè, custode del palazzo in cui il 10 dicembre 1969 andò in scena la strage di Viale Lazio.

La strage di Viale Lazio, avvenuta a Palermo il 10 dicembre 1969, fu uno dei più cruenti regolamenti di conti della storia di Cosa Nostra.
Un commando di killer composto da molti uomini fra cui Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella irruppero con addosso uniformi da agenti di polizia, negli uffici del costruttore Girolamo Moncada in viale Lazio, a Palermo, covo del boss Michele Cavataio detto il Cobra, capo della Famiglia dell’Acquasanta ritenuto colpevole di avere scatenato la guerra fra le famiglie mafiose.

Francesco Mongiovì
Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, già componente della scorta del giudice Giovanni Falcone (Quarto Savona 15) e della sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, attualmente responsabile per i progetti sulla legalità del sindacato di polizia UIL Sicurezza.

Si ringraziano gli ospiti con le loro famiglie, i ragazzi e l’Istituto per aver contribuito a realizzare questo evento.

 

14-02-2020 – Ferdinando Domè e Francesco Mongiovì a Rivoli – foto di Rita Rossi

 

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