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	<description>A Paolo, Agostino, Claudio, Eddie Walter, Emanuela,  Vincenzo Fabio.</description>
	<lastBuildDate>Mon, 02 Nov 2026 10:13:07 +0000</lastBuildDate>
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		<title>POOL STRAGI, L’ALLARME DEI FAMILIARI: A RISCHIO IL COORDINAMENTO DELLE INDAGINI</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/pool-stragi-lallarme-dei-familiari-a-rischio-il-coordinamento-delle-indagini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 10:13:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La denuncia di Nino Di Matteo e il ruolo della DNA nelle indagini sulle stragi Il Coordinamento Nazionale delle Associazioni e dei Familiari delle vittime&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/pool-stragi-lallarme-dei-familiari-a-rischio-il-coordinamento-delle-indagini/">POOL STRAGI, L’ALLARME DEI FAMILIARI: A RISCHIO IL COORDINAMENTO DELLE INDAGINI</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La denuncia di Nino Di Matteo e il ruolo della DNA nelle indagini sulle stragi</strong></p>
<p>Il <strong>Coordinamento Nazionale delle Associazioni e dei Familiari delle vittime di stragi e attentati</strong> esprime forte preoccupazione per quanto appreso dalle colonne del Fatto Quotidiano sulla denuncia, risalente ad alcune settimane fa, del magistrato <strong>Antonino Di Matteo</strong>, relativa all’annichilimento di fatto del “pool stragi” previsto dal progetto organizzativo formalmente in vigore presso la Direzione nazionale antimafia.</p>
<p>Si tratta di una vicenda gravissima che riguarda proprio il tema più caro al Coordinamento. Già da tempo abbiamo denunciato l’azione della Commissione antimafia mirata a ostacolare una ricostruzione compiuta e dettagliata del progetto stragista che ha accompagnato l’abbattimento della prima repubblica e la costituzione dei nuovi equilibri politici e istituzionali consolidatisi dal 1994. Sapere che anche alla Dna, nell’attività di coordinamento delle indagini, si operi impedendo la circolarità delle informazioni fra gli uffici giudiziari e i magistrati del pool stragi è circostanza che impone l’approfondimento sia mediante la doverosa audizione in Commissione antimafia dei magistrati <strong>Nino Di Matteo e Giovanni Melillo</strong> sia presso il Consiglio superiore della magistratura, laddove ancora in tempi recenti il dottor Melillo è intervenuto durante la procedura di nomina di un procuratore aggiunto presso la Dna, contribuendo a intralciare l’attribuzione di quel posto a <strong>Sebastiano Ardita</strong>.</p>
<p>Davanti a quanto abbiamo ascoltato, con sconcerto, durante le ripetute audizioni del Procuratore <strong>Salvatore De Luca</strong>, circa la riduzione di ogni volontà di indagine sulle stragi del 1992 a una sola pista peraltro già archiviata e circa la condivisione di quella visione minimizzante e praticamente negazionista da parte del Procuratore Melillo, la nostra preoccupazione, già manifestata in passato, trova elementi di conferma.</p>
<p>Del resto, il Procuratore Melillo non ha ancora mostrato alcuna sensibilità nei confronti dei tanti familiari delle vittime rappresentati dal Coordinamento, nonostante fra loro vi siano tantissime persone offese che hanno un ruolo nelle indagini sulle stragi del 1992/93.</p>
<p>Ci si chiede se il Procuratore Melillo, che si è ripetutamente incontrato con la Presidente della Commissione antimafia <strong>Chiara Colosimo</strong>, responsabile di un andazzo che abbiamo più volte denunciato come contrario alla ricerca completa della verità sulle stragi, continui, viceversa, a ritenere di trascurare la voce dei familiari delle vittime.</p>
<p>Il Coordinamento fa proprio il grido d’allarme lanciato da Nino Di Matteo e chiede che le Istituzioni e le forze democratiche compiano ogni sforzo necessario perché venga verificato se davvero ci sia stata una violazione delle regole interne alla Direzione Nazionale Antimafia nel coordinamento delle indagini sulle stragi e sugli altri delitti, sui quali esiste o dovrebbe esistere il coordinamento per il quale la DNA nacque, secondo il disegno originariamente voluto da <strong>Giovanni Falcone</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il Coordinamento Nazionale di Associazioni e familiari di vittime di stragi e attentati</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong><u>FIRMATARI:</u></strong></p>
<p><strong>Paolo Bolognesi<br />
</strong>Presidente onorario dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna</p>
<p><strong>Salvatore Borsellino<br />
</strong>Presidente Movimento Agende Rosse e fratello del magistrato Paolo Borsellino, ucciso nella strage di Via D’Amelio</p>
<p><strong>Paolo Lambertini<br />
</strong>Presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna</p>
<p><strong>Sergio Amato<br />
</strong>Figlio del Giudice Mario Amato, ucciso dai NAR</p>
<p><strong>Nunzia Agostino<br />
</strong>Sorella dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso a Villagrazia di Carini</p>
<p><strong>Flora Agostino<br />
</strong>Sorella dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso a Villagrazia di Carini</p>
<p><strong>Paola Caccia<br />
</strong>Figlia del magistrato Bruno Caccia, ucciso a Torino dalla ‘ndrangheta</p>
<p><strong>Giuseppa Catalano<br />
</strong>Sorella dell’agente di polizia Agostino Catalano ucciso nella strage di Via D’Amelio</p>
<p><strong>Tommaso Catalano<br />
</strong>Fratello dell’agente di polizia Agostino Catalano ucciso nella strage di Via D’Amelio</p>
<p><strong>Daniele Gabbrielli<br />
</strong>Vicepresidente Associazione tra i Familiari delle Vittime della strage di Via dei Georgofili.</p>
<p><strong>Roberta Gatani<br />
</strong>Nipote del magistrato Paolo Borsellino, ucciso nella strage di Via D’Amelio</p>
<p><strong>Luana Ilardo<br />
</strong>Figlia di Luigi Ilardo, ucciso a Catania mentre stava per entrare nel programma di protezione per i collaboratori di Giustizia.</p>
<p><strong>Angela Manca<br />
</strong>Madre dell’urologo Attilio Manca, ucciso dalla mafia</p>
<p><strong>Gianluca Manca<br />
</strong>Fratello dell’urologo Attilio Manca, ucciso dalla mafia</p>
<p><strong>Rosaria Manzo<br />
</strong>Presidente Associazione Familiari Vittime della strage del Rapido 904</p>
<p><strong>Manlio Milani<br />
</strong>Presidente Associazione Familiari Vittime della strage di Piazza della Loggia</p>
<p><strong>Brizio Montinaro<br />
</strong>Fratello dell’agente di polizia Antonio Montinaro, ucciso nella strage di Capaci</p>
<p><strong>Donata Montinaro<br />
</strong>Sorella dell’agente di polizia Antonio Montinaro, ucciso nella strage di Capaci</p>
<p><strong>Nino Morana<br />
</strong>Nipote dell’agente di polizia Nino Agostino, ucciso a Villagrazia di Carini</p>
<p><strong>Stefano Mormile<br />
</strong>Fratello dell’educatore carcerario Umberto Mormile, ucciso dalla ‘ndrangheta</p>
<p><strong>Nunzia Mormile<br />
</strong>Sorella dell’educatore carcerario Umberto Mormile, ucciso dalla ‘ndrangheta</p>
<p><strong>Federico Sinicato<br />
</strong>Presidente Associazione Familiari Vittime della strage di Piazza Fontana</p>
<p><strong>Franco Sirotti<br />
</strong>Fratello di Silver Sirotti, vittima della strage del Treno Italicus</p>
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			</item>
		<item>
		<title>P2, la metastasi: come può morire una democrazia</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/p2-la-metastasi-come-puo-morire-una-democrazia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2026 09:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[I mandanti occulti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Una democrazia non muore solo per un colpo di Stato. Può essere erosa piano, da sotto, senza che nessuno se ne accorga. Per decenni la&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/p2-la-metastasi-come-puo-morire-una-democrazia/">P2, la metastasi: come può morire una democrazia</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Una democrazia non muore solo per un colpo di Stato. Può essere erosa piano, da sotto, senza che nessuno se ne accorga. Per decenni la loggia P2 ha agito dietro le quinte della Repubblica, con un progetto alternativo alla Costituzione nata dalla Resistenza.<br />
<strong>Antonella Beccaria</strong> racconta come forme di potere invisibili abbiano agito oltre i confini delle istituzioni democratiche, ricorrendo anche al terrorismo. Mostra come queste vicende abbiano segnato la vita di persone comuni, come nella strage di Bologna. Ricorda anche perché, oggi, riconoscere quelle ombre significa proteggere il cuore della democrazia: diritti, partecipazione e dignità. Giornalista, storica e documentarista, ha lavorato a produzioni per Rai 1, Rai 3 e Radio Rai 3, Sky e Crime-Investigation. Si occupa di terrorismo, eversione neofascista e criminalità organizzata. Tra i suoi libri più recenti, un contributo per l&#8217;opera collettiva «Quanto manca alla verità su stragi e attentati» (Terra Somnia, 2026), «Operazione Bologna. 1975-1980: l&#8217;inarrestabile onda della strategia della tensione» scritto con la storica Cinzia Venturoli (Castelvecchi, 2024) e «Golpe di Stato. Neofascisti, servizi segreti, P2: tutti gli attacchi a una Repubblica incompiuta» (Paper First, 2024)&#8221; <a class="yt-simple-endpoint style-scope yt-formatted-string" spellcheck="false" href="https://www.youtube.com/@TEDx">TEDx Talks</a></p>
<p>Ecco il resoconto della sua esposizione:</p>
<p>La democrazia non sempre muore sotto i colpi plateali dei carri armati nelle piazze. Più spesso viene erosa dall&#8217;interno da un&#8217;infezione silenziosa: da chi ritiene che la trasparenza sia un ingombro, che le istituzioni vadano occupate anziché servite e che l&#8217;opinione pubblica debba essere orientata invece che informata.</p>
<p>Nelle parole pronunciate anni fa da Licio Gelli, la democrazia veniva definita come <em>&#8220;una brutta malattia, una ruggine che corrode&#8221;</em>. Questa è la storia di come un uomo nato a Pistoia nel 1919, ex combattente nella Spagna di Franco e collaboratore della Repubblica Sociale Italiana, si sia inventato imprenditore di materassi fino a diventare il nodo centrale di uno &#8220;Stato nello Stato&#8221;.</p>
<h4><strong>2 agosto 1980, ore 10:25: la macelleria degli inermi</strong></h4>
<p>In un sabato mattina d&#8217;estate che per milioni di italiani voleva dire vacanze e leggerezza, tra i 15 e i 18 kg di esplosivo militare sventrarono la sala d&#8217;aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna. Fu la più grave strage della storia repubblicana e la terza più devastante in Europa dopo quelle di Atocha nel 2004 e Lockerbie nel 1988.</p>
<p>Ma dietro le cifre ufficiali — <strong>85 morti e 216 feriti</strong> — ci sono volti e storie spezzate. Eccone alcuni:</p>
<ul>
<li><strong>Marina</strong>, vent&#8217;anni compiuti da un mese, rimasta sepolta viva per quasi due ore.</li>
<li><strong>Roberta</strong>, sedicenne al suo primo viaggio in treno da sola.</li>
<li><strong>Sonia</strong>, undicenne della Val Gardena che sognava di diventare sciatrice professionista.</li>
<li><strong>Antonio</strong>, 86 anni, sopravvissuto a due guerre mondiali e a una dittatura, ucciso in tempo di pace.</li>
<li><strong>Mirella</strong>, 36 anni, che in stazione ci lavorava, lasciando il figlio quattordicenne Paolo.</li>
<li><strong>Francisco</strong>, ventitreenne catalano che studiava storia dell&#8217;arte da autodidatta.</li>
</ul>
<h4><strong>Il filo rosso: Sindona, Ambrosoli e la scoperta della P2</strong></h4>
<p>La bomba di Bologna non nacque nel vuoto, ma all&#8217;interno di un progetto di prevaricazione e avidità. Per comprenderne le radici bisogna risalire a Milano e all&#8217;assassinio dell&#8217;avvocato <strong>Giorgio Ambrosoli</strong> nel 1979.</p>
<p>Ambrosoli lavorava alla liquidazione dell&#8217;impero finanziario del banchiere siciliano Michele Sindona. Operando in totale solitudine — affiancato unicamente dal maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre — rifiutò pressioni e minacce fino a quando Sindona non gli sguinzagliò contro un killer giunto dagli Stati Uniti. Ai funerali di Ambrosoli le istituzioni furono quasi del tutto assenti.</p>
<p>A raccoglierne il testimone furono due giudici istruttori milanesi, <strong>Giuliano Turone</strong> e <strong>Gerardo Colombo</strong>. Seguendo il filo della finanza devia, i magistrati risalirono a Licio Gelli e alla Loggia Propaganda 2 (P2). Il <strong>17 marzo 1981</strong>, una perquisizione della Guardia di Finanza condotta con buste sigillate portò al rinvenimento dell&#8217;elenco segreto contenente i nomi di <strong>962 affiliati</strong> tra ministri, banchieri, giornalisti e vertici dei servizi segreti.</p>
<h4><strong>&#8220;Una metastasi delle istituzioni&#8221;</strong></h4>
<p>Mentre il Presidente della Repubblica Sandro Pertini definì senza mezzi termini la P2 come <em>&#8220;un&#8217;associazione a delinquere&#8221;</em>, fu l&#8217;ex partigiana e prima donna ministra nella storia d&#8217;Italia, <strong>Tina Anselmi</strong>, a presiedere la Commissione parlamentare d&#8217;inchiesta. Dopo 147 sedute e oltre 91.000 pagine di atti, la Commissione coniò per la P2 la celebre definizione di <strong>&#8220;metastasi delle istituzioni&#8221;</strong>.</p>
<p>La P2 agiva nel solco della cosiddetta <strong>strategia della tensione</strong>: una forma di guerra non ortodossa condotta da apparati d&#8217;intelligence e depistatori in abiti civili. Le bombe — da Piazza Fontana nel 1969 a Gioia Tauro, da Piazza della Loggia al treno Italicus — non erano più solo ordigni, ma brutali strumenti di dialettica politica.</p>
<h4><strong>I 17 depistaggi e la verità sui mandanti</strong></h4>
<p>Sulla strage di Bologna le sentenze hanno accertato ben <strong>17 depistaggi</strong>. Uno dei più clamorosi, denominato <em>Terrore sui treni</em>, fu orchestrato da uomini del SISMI affiliati alla P2 per costruire una falsa pista internazionale e coprire l&#8217;eversione neofascista.</p>
<p>Nel settembre 1982, al momento dell&#8217;arresto di Licio Gelli in Svizzera, gli venne trovato nel taschino un documento manoscritto nominato <strong>&#8220;Documento Bologna&#8221;</strong>, contenente un codice alfa-numerico riferito a un conto bancario svizzero. Quel foglio rimase insabbiato per decenni. Soltanto grazie all&#8217;ostinazione dell&#8217;<strong>Associazione tra i Familiari delle Vittime</strong> e all&#8217;avocazione dell&#8217;inchiesta da parte della Procura Generale di Bologna nel 2017, la pista finanziaria è stata finalmente riaperta.</p>
<p>La sentenza della Corte di Cassazione ha infine messo nero su bianco l&#8217;elenco dei mandanti e degli organizzatori:</p>
<ol>
<li><strong>Licio Gelli</strong> (venerabile maestro della P2).</li>
<li><strong>Umberto Ortolani</strong> (suo braccio destro).</li>
<li><strong>Federico Umberto D&#8217;Amato</strong> (direttore dell&#8217;Ufficio Affari Riservati del Ministero dell&#8217;Interno).</li>
<li><strong>Mario Tedeschi</strong> (ex parlamentare MSI e direttore del settimanale <em>Il Borghese</em>, incaricato dei depistaggi mediatici).</li>
</ol>
<p>La storia della P2 e della strage di Bologna non appartiene a un passato sepolto, ma parla direttamente al nostro presente. La storia raccontata da Antonella Beccaria ci riporta a ferite ancora aperte: le stragi che hanno insanguinato l&#8217;Italia dal dopo guerra fino agli anni &#8217;90. In tutte, compresa quella di Via D&#8217;Amelio, dopo le bombe e le vittime, ci furono depistaggi, omissioni e verità ostacolate. Non soltanto la violenza mafiosa o terroristica, dunque, ma anche il ruolo di apparati dello Stato che, anziché cercare la verità, contribuirono ad allontanarla.</p>
<p>È contro questo tradimento della democrazia che si battono le <strong>Agende Rosse</strong>: perché ricordare non basta. Bisogna pretendere verità e giustizia, senza fermarsi davanti ai depistaggi di Stato.</p>
<p><strong>Finché non sapremo tutto, non ci fermeremo.</strong></p>
<p>Il video completo:</p>
<p><iframe title="P2, la metastasi: come può morire una democrazia | Antonella Beccaria | TEDxSassuolo" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/H33UR_jV7Yg?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/p2-la-metastasi-come-puo-morire-una-democrazia/">P2, la metastasi: come può morire una democrazia</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Antimafia, Di Matteo accusa il procuratore nazionale Melillo con un esposto</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/antimafia-di-matteo-accusa-il-procuratore-nazionale-melillo-con-un-esposto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Bertelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 17:50:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un documento di una decina di pagine, firmato dal sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo, che parla di “disagio e preoccupazione” per quello che&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/antimafia-di-matteo-accusa-il-procuratore-nazionale-melillo-con-un-esposto/">Antimafia, Di Matteo accusa il procuratore nazionale Melillo con un esposto</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-47787 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/melillo-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/melillo-300x217.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/melillo.jpg 656w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Un documento di una decina di pagine, firmato dal sostituto procuratore nazionale antimafia <strong>Antonino Di Matteo</strong>, che parla di “disagio e preoccupazione” per quello che definisce lo “svuotamento delle funzioni” e persino la “paralisi sostanziale” del “gruppo stragi” della Direzione nazionale antimafia. Ad essere messe in discussione ci sono alcune scelte del procuratore nazionale <strong>Giovanni Melillo </strong>(nella foto, ndr), il vertice dell’ufficio di via Giulia dal 2022.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esposto, come riportato oggi da <em>Il Fatto Quotidiano</em>, è stato depositato nelle scorse settimane al Procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione di sorveglianza sul capo della Dna, e alla settima commissione del Csm, competente in materia di organizzazione degli uffici giudiziari.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>Il pool e la sua “ragione sociale”</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Il gruppo stragi è il pool di magistrati che coordina le indagini condotte da diverse Procure sulle bombe del 1992 e del 1993. Di Matteo, già pm a Palermo, è alla Procura nazionale dal 2017 e ne ha sempre fatto parte. Oggi i componenti sono altri quattro: <strong>Anna Canepa, Francesco Polino, Franca Imbergamo</strong> e <strong>Nico Gozzo</strong>, questi ultimi due appena nominati aggiunti dallo stesso Melillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Di Matteo, negli ultimi due anni il pool “è stato privato delle funzioni per le quali era stato istituito”. La causa sarebbe la “mancata circolazione delle informazioni”, o meglio, come si legge in un altro passaggio, la “mancata circolazione delle notizie”. In alcuni casi, sostiene il magistrato, la conoscenza sarebbe stata “limitata” al solo procuratore e a qualche sostituto da lui scelto “fiduciariamente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il magistrato descrive una “prassi” che consisterebbe “nell’obbligare i singoli magistrati” a riferire gli sviluppi investigativi unicamente al vertice dell’ufficio. Ne nascerebbe un “metodo”, quello delle “conoscenze a compartimento stagno”, che “esautora e compromette l’essenza” stessa del gruppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il punto toccato dall’esposto è cruciale nella storia del contrasto a Cosa nostra. La circolazione delle informazioni tra magistrati fu l’idea rivoluzionaria che nei primi anni Ottanta portò alla nascita del primo pool antimafia di Palermo e, in seguito, all’ideazione della Procura nazionale da parte di <strong>Giovanni Falcone</strong>. Oggi, è la tesi di Di Matteo, a quell’impostazione si contrapporrebbe una limitazione dell’accesso alle notizie sulle stragi.<em> Il Fatto Quotidiano</em> ha chiesto una replica a Melillo, senza ricevere risposta.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><br />
Notizie apprese dalla stampa</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">L’esposto elenca una lunga serie di sviluppi nel lavoro delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze: dal filone mafia-appalti alla cosiddetta pista nera dietro le stragi, dall’omicidio di <strong>Piersanti Mattarella</strong> allo scontro tra i pm nisseni e la gip <strong>Graziella Luparello</strong> nell’inchiesta sui mandanti occulti di Capaci e via D’Amelio. Di tutto questo, sostiene Di Matteo, avrebbe saputo solo dagli articoli di stampa.<strong style="font-size: 1em;"> </strong></p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong>La riunione dell’8 gennaio</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo il pm ha scoperto che l’8 gennaio 2026 alla Dna “si era tenuta una riunione di coordinamento con i magistrati” di Caltanissetta e Firenze. Né lui né Imbergamo erano stati però convocati, nemmeno in modo “formale o informale”. Scrive Di Matteo: “Si è, cioè, discusso delle stragi ma alcuni magistrati designati a far parte del gruppo stragi sono stati estromessi dalla partecipazione e dalla conoscenza immediata delle informazioni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo, in quei giorni, i due magistrati avevano scritto a Melillo chiedendo una riunione del pool. Il procuratore, secondo l’esposto, rispose convocando un’assemblea plenaria dell’intera Dna. In quella sede Di Matteo contestò di nuovo la mancata circolazione “interna” delle informazioni, ma l’incontro, a suo dire, si sarebbe trasformato in una sorta di “processo” nei suoi confronti. L’affermazione non è verificabile: sempre secondo l’esposto, il verbale dell’assemblea è stato classificato come “riservato” da Melillo.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><br />
Banche dati e archiviazione su mafia-appalti</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Ma c’è anche un’altra accusa grave. Di Matteo mette in evidenza che negli ultimi due anni i magistrati del gruppo non “siano stati messi nelle condizioni di conoscere quanto accadeva” nelle Procure attraverso la consultazione delle banche dati riservate. La ragione sarebbe il numero esiguo di documenti inseriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso varrebbe per la richiesta di archiviazione sull’indagine di Caltanissetta su mafia-appalti: i suoi contenuti, afferma il pm, sono stati trasmessi ai componenti del pool “solo dopo l’avvenuta divulgazione mediatica”. Il riferimento è all’audizione in Commissione Antimafia di <strong>Salvatore De Luca</strong>, che a San Macuto spiegò di aver “informato” Melillo prima di avviare il lavoro su quella pista. “Il procuratore nazionale – aveva detto – è stato perfettamente d’accordo con noi”.</p>
<h3 style="text-align: justify;"><strong><br />
Il richiamo alla Commissione Antimafia</strong></h3>
<p style="text-align: justify;">L’esposto contiene anche un riferimento diretto ai lavori della Commissione Parlamentare Antimafia, dove, secondo Di Matteo, sarebbe in corso una “riscrittura minimalista e fuorviante della storia delle stragi del biennio 1992/94”. Per il magistrato, una “ricostruzione attenta e più approfondita possibile di quella fenomenologia criminale dovrebbe essere la vera ragione sociale” della Procura nazionale. Un obiettivo che, secondo il pm, sarebbe però compromesso dal “depotenziamento” e dalla “sostanziale neutralizzazione” della funzione del “pool stragi”.</p>
<p><strong>Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-47298 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo-300x225.jpeg" alt="Nino Di Matteo" width="300" height="225" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo-300x225.jpeg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo-1024x768.jpeg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo-768x576.jpeg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo-1536x1152.jpeg 1536w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/07/Di-Matteo.jpeg 1600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />&#8220;Questa mattina abbiamo scritto alla presidente Colosimo per chiedere che quanto prima si provveda alle audizioni del sostituto procuratore presso la Procura Nazionale Antimafia <strong>Nino Di Matteo</strong> (nella foto, ndr) e del Procuratore Nazionale <strong>Giovanni Melillo</strong>. Quanto appreso oggi dalle pagine del <em>Fatto Quotidiano</em> è gravissimo. La denuncia del Pm Di Matteo ha una grandissima rilevanza istituzionale perché segnala una compromissione della piena funzionalità della Dna sul fronte del coordinamento delle indagini sulle Stragi del 1992 e del 1993, con immediate ricadute anche sui lavori della commissione Antimafia”. Lo riferiscono in una nota i componenti del M5S nella commissione Antimafia tra cui l’ex procuratore nazionale antimafia <strong>Roberto Scarpinato</strong>, <strong>Stefania Ascari</strong>, <strong>Anna Bilotti</strong>, <strong>Federico Cafiero de Raho</strong>, <strong>Michele Gubitosa </strong>e <strong>Luigi Nave</strong>. “Di Matteo &#8211; hanno spiegato &#8211; denuncia con disagio e preoccupazione lo svuotamento delle funzioni e la paralisi sostanziale del Gruppo Stragi, a causa della mancata circolazione delle informazioni nel gruppo di lavoro. Se, come denuncia, il magistrato ha appreso dalla stampa e non dal suo ufficio di appartenenza le novità relative alla pista nera, a mafia-appalti e ad altri elementi del lavoro in corso in varie procure, siamo di fronte ad un fatto di allarmante gravità. Nell’esposto Di Matteo afferma, in particolare, che il Pool della Dna non sarebbe stato informato delle indagini condotte dalla Procura di Caltanissetta sulle Stragi di via d’Amelio e di Capaci. Sappiamo che nel corso delle sue audizioni, il Procuratore di Caltanissetta <strong>Salvatore De Luca</strong> ha detto di aver informato il Procuratore Nazionale Antimafia, ricevendo piena condivisione sulla strategia di indagine e sugli esiti finali. A questo punto vogliamo capire se questa informazione, di straordinaria rilevanza, sia stata condivisa da Melillo con il pool Stragi o se, come sembra, anche su questo non vi sia stata la doverosa e necessaria circolazione delle informazioni, che risponde a uno dei più brillanti insegnamenti di <strong>Giovanni Falcone</strong>. Sulla ricerca della verità sulle Stragi del &#8217;92 e &#8217;93 stanno succedendo troppe cose preoccupanti e oscure: in commissione Antimafia la maggioranza porta avanti una verità di comodo ignorando i più basilari principi della logica e, soprattutto, svariate prove documentali che smontano alla radice la pista mafia-appalti; dalla procura e dall&#8217;ufficio di un gip di Caltanissetta escono atti che sembrano commettere gli stessi errori giuridici; alla Dna, secondo quanto denuncia Di Matteo, il lavoro di coordinamento delle indagini sulle Stragi è fermo e addirittura dentro l&#8217;ufficio mancherebbero le più elementari condizioni di lavoro costruttivo. La commissione Antimafia ha il dovere di arrestare la sua corsa verso l&#8217;oblio e riflettere su ciò che sta avvenendo sotto traccia, iniziando dalle audizioni di Di Matteo e Melillo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: AntimafiaDuemila</p>
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		<title>C’ERA UNA VOLTA LE MARCHE: IL MITO INFRANTO DELL’ISOLA FELICE</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/cera-una-volta-le-marche-il-mito-infranto-dellisola-felice/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Christina Pacella]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2026 13:23:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
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		<category><![CDATA[Antimafia]]></category>
		<category><![CDATA[corruzione]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo borsellino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo si legge in quel coro di stupore che liquida tutto come una scossa improvvisa, un’infezione arrivata da fuori a turbare un corpo fino a&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo si legge in quel coro di stupore che liquida tutto come una scossa improvvisa, un’infezione arrivata da fuori a turbare un corpo fino a ieri considerato sano.</p>
<p>C’è un problema nel modo in cui una parte del mondo politico marchigiano sembra affrontare l’inchiesta «<strong>Ricostruzione</strong>» della DDA di Ancona: il rischio di considerarla un’anomalia improvvisa, anziché interrogarsi sulle vulnerabilità che possono averla preceduta.</p>
<p>Le carte dell’inchiesta delineano un quadro grave, articolato in più filoni. Otto persone sono state raggiunte da misure di custodia cautelare in carcere, gli indagati sono 51 e il sequestro preventivo supera i 57 milioni di euro. Cifre che non fotograferebbero una scorreria solitaria, ma una sorta di consiglio d&#8217;amministrazione occulto dove la burocrazia regionale, l&#8217;imprenditoria locale e i colletti bianchi della camorra e della ’ndrangheta parlano la stessa lingua e siedono allo stesso tavolo.</p>
<p>Chi oggi si dice sorpreso ignora la storia recente. La narrazione di una striscia di terra impermeabile alle logiche mafiose crolla di fronte a una sequenza di date precise. Ritorniamo indietro, fino agli anni Novanta. Qui troviamo le prime relazioni della DIA che mappavano gli investimenti immobiliari dei <strong>Casalesi</strong> e del clan <strong>Galasso</strong> lungo la costa adriatica. Il denaro sporco veniva ripulito lì, alla luce del sole.</p>
<p>Ma l&#8217;immagine del modello marchigiano non poteva essere incrinato e, a dispetto dei segnali, la tendenza diffusa è stata quella di voltare la testa dall&#8217;altra parte. Nel gennaio 2016, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore generale <strong>Vincenzo Macrì</strong> richiamò l’attenzione sul deterioramento della situazione della sicurezza pubblica marchigiana registrato dagli anni Novanta e sui fenomeni d’infiltrazione criminale in alcuni settori economico-imprenditoriali. Nel suo intervento segnalò anche la distanza tra le valutazioni rassicuranti sulla situazione regionale e il numero e la tipologia delle indagini per reati di tipo mafioso. Un anno prima, nel gennaio 2015, aveva già lanciato un allarme sui possibili sviluppi delle infiltrazioni mafiose nelle Marche, indicando la necessità di vigilare anche sulle grandi opere pubbliche.</p>
<p>Due anni dopo, l&#8217;inchiesta &#8220;<strong>Stige</strong>&#8221; della DDA di Catanzaro dimostrava come la cosca di <strong>Cirò</strong> avesse radici economiche profonde e stabili tra Ancona e Macerata. Poi, tra il 2020 e il 2023, i report semestrali dell&#8217;antimafia hanno continuato a ripetere lo stesso ritornello: l’enorme torta finanziaria della ricostruzione post-terremoto stava calamitando ditte-schermo e subappalti legati ai clan del Sud.</p>
<p>Una vulnerabilità non casuale, bensì legata alle caratteristiche della costa adriatica e del Fermano. Parliamo di un distretto calzaturiero storicamente forte, un tessuto popolato da piccole e medie imprese che produce ricchezza e, di conseguenza, un&#8217;enorme massa di liquidità legale. Questo benessere ha funzionato come una spugna perfetta per assorbire e mimetizzare i capitali illeciti. Le arterie stradali che collegano la costa alle vallate interne, come la Val di Chienti e la Valtenna, offrono una rete logistica fluida e una frammentazione societaria ideale per far nascere e morire aziende fantasma, nate solo per gestire subappalti opachi e fatturazioni false.</p>
<p>Il fallimento, però, è prima di tutto politico. Se la difesa della legalità fosse stata una priorità strategica inserita nei programmi elettorali dei partiti in modo permanente, e non un paragrafo standard da rispolverare a ridosso del voto, oggi lo scenario sarebbe diverso. Per anni si è preferito considerare la penetrazione mafiosa una bega da delegare alle forze dell&#8217;ordine. È mancata la volontà di costruire barriere preventive, prima che il malaffare diventasse strutturale.</p>
<p>A questa assenza di visione si lega un secondo errore: la diffidenza verso l&#8217;antimafia sociale. Le istituzioni hanno sistematicamente tenuto a distanza i comitati civici, l&#8217;associazionismo e i cittadini che cercavano di monitorare il territorio dal basso. La vigilanza popolare è stata trattata come un fastidio da gestire. Minimizzando il problema e derubricando ogni allarme a &#8220;episodio isolato&#8221;. La coscienza critica della società civile è stata messa a tacere. Questo disarmo culturale ha lasciato campo libero alle consorterie, trasformando il silenzio istituzionale nel miglior alleato dei clan.</p>
<p>Finché la lotta ai sistemi criminali rimarrà un compito delegato esclusivamente ai magistrati e alle forze dell&#8217;ordine l&#8217;illusione dell&#8217;isola felice continuerà a produrre frutti amari. Le Marche, come l&#8217;Italia non può permettersi di guardare il fenomeno da lontano. Adesso sono, inequivocabilmente, il centro di una dinamica malata che si è scelto di non vedere e di non affrontare per troppo tempo. E&#8217; sicuramente arrivato il momento di cambiare. Ma l&#8217;attuale classe politica sarà in grado di dare risposte attraverso azioni concrete destinate ad un reale ripristino della legalità e della trasparenza? Nel frattempo noi continueremo a parlare della mafia. Ne parleremo ovunque, come ci chiese di fare <strong>Paolo Borsellino</strong>.</p>
<p>Di Christina Pacella</p>
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		<title>Il medico Attilio Manca ucciso, l&#8217;ultimatum dello stalker: &#8216;Senatore Morra, uscite le pa**e e mantenete i vostri impegni&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Bertelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Oct 2026 06:02:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
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<p style="text-align: justify;">Così è proprio Coppolino a permettere oggi di risalire a tutti i suoi interlocutori, non indagati e nominati nei rapporti di polizia soltanto come eventuali testimoni. C&#8217;è perfino un accenno, da parte di un suo contatto frequente, a funzionari in pensione dei servizi segreti disponibili a dare un aiuto al presunto stalker. Ma dove vogliono arrivare?</p>
<h2 style="text-align: justify;">Nicola Morra: “Gaetti vorrebbe mandare materiale su Manca”</h2>
<p style="text-align: justify;">Tra i file sequestrati a Coppolino, ecco il vocale su WhatsApp di <strong>Nicola Morra </strong>(nella foto, ndr), 63 anni, già capogruppo in Senato del Movimento 5Stelle e presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 2018 al 2022, successivamente espulso dal partito: &#8220;Gaetti, con cui ho parlato oggi &#8211; dice Morra a Coppolino &#8211; ti vorrebbe mandare, ma nei prossimi giorni quando ha un pochino più di calma, materiale relativo al caso Manca…” (ascolta qui sotto l&#8217;audio originale).</p>
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<a href="https://www.today.it/dossier/potere/caso-manca-coppolino-morra-audio-servizi-segreti.html">LEGGI L&#8217;ARTICOLO COMPLETO SU TODAY.IT (di Fabrizio Gatti)</a></p>
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		<title>Si scrive Marche ma si legge Italia: &#8220;Fuori lo Stato dalla mafia!&#8221;</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/si-scrive-marche-ma-si-legge-italia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Christina Pacella]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 16:46:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha (tristemente) ragione un mio caro amico quando dice: “Si scrive Marche ma si legge Italia.” “Fuori la mafia dallo Stato!” Un grido di dolore&#8230;</p>
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<p>Ha (tristemente) ragione un mio caro amico quando dice: “Si scrive Marche ma si legge Italia.”</p>
<p><strong><em>“Fuori la mafia dallo Stato!”</em></strong> Un grido di dolore e di rabbia diventato una parola d’ordine nell’attivismo antimafia, nei movimenti civici e tra i cittadini. Il grido di una battaglia sacrosanta per difendere le istituzioni dalle infiltrazioni mafiose. Ma c’è una tempesta giudiziaria che sta travolgendo una delle nostre regioni. Questa volta a precipitare sono le Marche. Lo scenario che si presenta davanti a noi ci obbliga a guardare le cose da una prospettiva diversa, una prospettiva molto più inquietante e grave: <strong>&#8220;<em>Fuori lo Stato dalla Mafia!”</em></strong> è l’espressione che si adatta di più ai nostri tempi.</p>
<p>Non semplici pressioni o condizionamenti. L’inchiesta della <strong>DDA di Ancona ipotizza un sistema illecito</strong> nel quale, secondo la ricostruzione degli investigatori, imprenditori, pubblici ufficiali e soggetti ritenuti collegati alla criminalità organizzata avrebbero avuto ruoli diversi. I numeri danno la misura della vicenda: otto persone raggiunte da misure di custodia cautelare in carcere, 51 indagati e un sequestro preventivo di beni per oltre 57 milioni di euro.</p>
<p>Al centro dell’inchiesta ci sono presunte irregolarità nella gestione dei fondi per la ricostruzione privata dopo il terremoto del 2016 e negli appalti pubblici banditi dalla Regione Marche, dall’ERDIS Marche e dall’Università di Camerino. Secondo l’accusa, alcuni lavori sarebbero stati subappaltati anche a soggetti collegati alla criminalità organizzata calabrese e campana.</p>
<p>Tra gli interventi finiti sotto la lente degli investigatori c’è la trasformazione in studentato dell’ex convento delle Monachette, nel centro di Macerata: per l’intervento sono stati indicati finanziamenti complessivi di circa 12 milioni di euro, mentre l’appalto dei lavori sarebbe stato di circa 6 milioni. È inoltre finito all’attenzione degli inquirenti un progetto da circa 6 milioni di euro per destinare a studentato un ex immobile militare ad Ancona.</p>
<p>Le indagini hanno investito anche il settore sanitario. Per quanto riguarda l’ospedale di Fermo, nelle intercettazioni sarebbe emerso il riferimento a un presunto compenso di 300.000 euro collegato all’affare dei servizi di manutenzione. In un distinto filone relativo alla sanità marchigiana, gli investigatori hanno esaminato anche la presunta proroga fino al 2037 di un contratto di multiservizi, anziché procedere con una nuova gara. Si tratta di contestazioni che dovranno essere verificate nelle sedi giudiziarie.</p>
<p><strong>Ci troviamo di fronte a una complicità sistematica in cui la linea tra pubblica amministrazione e criminalità economica si è del tutto dissolta.</strong> Quando chi dovrebbe rappresentare lo Stato siede allo stesso tavolo di chi specula sui servizi pubblici, sui drammi e sulle ferite ancora sanguinanti del terremoto, l&#8217;istituzione smette di fare da scudo e finisce per integrarsi nel sistema mafioso.</p>
<p>Le conseguenze sulle nostre vite, sulle vite dei nostri figli e dei nostri nipoti sono pesanti e inaccettabili. Sottrarre denaro pubblico significa degradare i servizi, lasciare che le infrastrutture cadano a pezzi e spingere le persone verso la rassegnazione, spegnendo la voglia di partecipare.</p>
<p>Il paradosso più stridente si vede quando i cittadini provano a reagire. Quando la gente scende in piazza per difendere i propri diritti, la risposta delle istituzioni si fa rigida e repressiva. Alla fine ci ritroviamo con le piazze militarizzate e i giovani criminalizzati perché difendono i principi della Costituzione, mentre i veri centri di potere continuano a muoversi indisturbati, al riparo, nei loro castelli di carta.</p>
<p>Quando la partecipazione democratica viene trattata come un problema di ordine pubblico anziché come un valore fondamentale, il rischio di scivolare verso una gestione autoritaria non è più un&#8217;affermazione esagerata, ma un pericolo reale. Usare la forza pubblica per proteggere accordi opachi e difendere gli interessi di pochi rappresenta una profonda distorsione della democrazia.</p>
<p>Ma una risposta che viene dal basso, una scintilla, c’è. La scelta di non rassegnarsi alla corruzione e di opporsi alle logiche mafiose dimostra che esiste un Popolo che non ha intenzione di arrendersi. Nelle Marche, come nel resto d’Italia, dobbiamo continuare a pretendere trasparenza, difendendo i nostri diritti costituzionali. Questo è l&#8217;unico modo che abbiamo per curare l’Italia, per liberare il nostro Paese dai tentacoli dei mafiosi.</p>
<p>Di Christina Pacella</p>
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		<title>BRESCELLO: IL DECENNALE CHE NESSUNO HA VOLUTO RICORDARE</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/brescello-il-decennale-che-nessuno-ha-voluto-ricordare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marga M.Venturi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 11:58:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre Reggio Emilia celebrava con cerimonie ufficiali i dieci anni dal maxiprocesso Aemilia, Brescello lasciava passare in silenzio un altro anniversario: quello dello scioglimento del&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/brescello-il-decennale-che-nessuno-ha-voluto-ricordare/">BRESCELLO: IL DECENNALE CHE NESSUNO HA VOLUTO RICORDARE</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre Reggio Emilia celebrava con cerimonie ufficiali i dieci anni dal maxiprocesso Aemilia, Brescello lasciava passare in silenzio un altro anniversario: <strong>quello dello scioglimento del suo Comune per condizionamento mafioso</strong>, deciso nell’aprile 2016. Un processo si ricorda, un’amministrazione sciolta no.</p>
<p>Il paese porta ancora addosso l’amaro di quella vicenda. C’è chi pensa che Brescello non andasse sciolto e che la sorte dovesse toccare ad altri comuni; c’è chi crede che il paese sia stato scelto perché “famoso” per <strong>Peppone e Don Camillo</strong>, quasi a pagare per altri; c’è infine chi ammette, più semplicemente, che la mafia “c’è qui come altrove”. Eppure gli elementi descritti nella relazione che portò allo scioglimento non erano deboli: basta incrociarli con le sentenze dell’inchiesta “<strong>Grimilde</strong>”, arrivate anni dopo, per rendersi conto di quanto fossero fondati.</p>
<p>Sulla base di quella relazione, nel giugno 2023, è stato notificato un avviso di fine indagini ai due ex sindaci, <strong>Giuseppe Vezzani e Marcello Coffrini</strong>. La Dda di Bologna ne ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ottobre 2024, ma il 18 marzo 2025 la gup <strong>Roberta Malavasi</strong> ha deciso il non luogo a procedere: il fatto non sussiste. Tuttavia quella motivazione andrebbe letta per intero, perché non solo vi si ripercorrono le vicende che hanno portato all’affermarsi dell’associazione mafiosa nel paese, ma si dice espressamente che l’esclusione della responsabilità penale non significa che non sussistano altre responsabilità politiche, etiche e morali per l’incontestato consolidamento della ’ndrangheta a Brescello.</p>
<p>Ed è proprio sviando da quelle responsabilità che la narrazione pubblica ha cominciato a scivolare. Intervistato da<strong> Gabriele Franzini a Decoder (Telereggio)</strong> sul senso del commissariamento alla luce del proscioglimento, il segretario provinciale del Pd <strong>Massimo Gazza</strong>, oltre a esprimere la propria felicità, ha affermato: “<em>da un punto di vista storico, invece, è difficile giustificare il commissariamento di un Comune quando poi i principali protagonisti amministrativi del periodo in esame sono stati assolti dalla giustizia</em>”. Ha aggiunto che si tratta di fatti complicati da spiegare all’opinione pubblica.</p>
<p>Che i cittadini abbiano vissuto per anni il commissariamento come una sentenza senza colpevoli è comprensibile; che lo stesso equivoco riaffiori oggi nelle parole di un segretario di partito è, se possibile, ancora più significativo, perché si omette del tutto di considerare quelle responsabilità politiche che il giudice aveva esortato a vagliare, non essendo suo compito farlo.</p>
<p>Il commissariamento, del resto, è un provvedimento amministrativo preventivo, proposto dalla prefettura ed emesso dal ministero dell’Interno, non un atto giudiziario, e risponde a una soglia di accertamento più bassa rispetto a quella richiesta per un rinvio a giudizio o una condanna. Che due strumenti con presupposti e obiettivi diversi arrivino a esiti diversi non è una contraddizione, è semplicemente la normalità, sancita dalle sentenze del giudice amministrativo di rigetto delle richieste di annullamento del decreto di scioglimento. Mescolare decreti di prevenzione amministrativa e sentenze penali, come se rispondessero alla stessa logica, serve solo a fare confusione.</p>
<p>Purtroppo è innegabile che qualcosa si sia inceppato. Due anni di commissariamento non sono serviti a rianimare la partecipazione al voto, che è passata dal 77,2% del 2009 a meno del 50% del 2023: alle ultime comunali, un cittadino su due ha scelto di non votare.</p>
<p>E la Commissione Mista per la Legalità? Riunita una sola volta nel 2026, non ha mai discusso né i fuochi d’artificio sparati in piazza da chi festeggiava, con arrogante impunità, la fine degli arresti domiciliari, né i sospetti roghi dolosi tornati a manifestarsi. Episodi che per il momento non hanno interessato Brescello, ma che potrebbero costituire un elemento di dibattito all’interno della Commissione, in quanto osservatorio privilegiato.</p>
<p>“<em>Abbiamo sconfitto il nazifascismo e sconfiggeremo allo stesso modo la mafia</em>”, qualcuno ha detto. Ma il paragone tiene sempre meno, perché oggi mancano i presupposti che lo rendevano vero: la lotta al nazifascismo ha potuto contare su una comunità coesa, capace di riconoscersi e organizzarsi contro di esso. È proprio quel tessuto identitario, che oggi servirebbe per fare fronte comune contro la ’ndrangheta, a mancare. Il paragone con la Resistenza funziona ancora solo perché continuiamo a evocarlo, ma le condizioni che lo resero possibile forse oggi mancano del tutto.</p>
<p>Il rischio, dieci anni dopo, non è che la ’ndrangheta torni con le stesse facce. È che su quella mancanza non si sia mai ragionato fino in fondo e che la si sia solo messa a tacere per un po’, con il commissariamento come anestetico, senza cercare una cura in questi anni. La politica locale celebra i successi della magistratura, ma non si ferma, dieci anni dopo, a fare i conti con Brescello. Forse perché ricordare avrebbe voluto dire spiegare, e spiegare, a differenza di confondere, richiede il coraggio di decidere cosa fare. Restare in silenzio, dieci anni dopo, è la confessione di resa più disarmante.</p>
<p>Reggio Emilia, 24 ottobre 2026</p>
<p><strong><em>Agende Rosse  &#8211; Rita Atria &#8211; di  Reggio Emilia e Provincia</em></strong></p>
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		<title>Omicidio Attilio Manca, una nuova pista nelle chat sequestrate a uno stalker</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/omicidio-attilio-manca-una-nuova-pista-nelle-chat-sequestrate-a-uno-stalker/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Bertelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Oct 2026 17:39:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>22 ottobre 2026 &#8211; Attilio Manca, 34 anni, giovane e promettente urologo in servizio all&#8217;ospedale di Viterbo, viene trovato morto la mattina dell&#8217;11 febbraio 2004&#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-24316 alignleft" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2021/02/attiliomanca-300x288.jpg" alt="" width="300" height="288" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2021/02/attiliomanca-300x288.jpg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2021/02/attiliomanca-20x20.jpg 20w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2021/02/attiliomanca.jpg 750w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />22 ottobre 2026 &#8211; <strong>Attilio Manca,</strong> 34 anni, giovane e promettente urologo in servizio all&#8217;ospedale di Viterbo, viene trovato morto la mattina dell&#8217;11 febbraio 2004 nel suo appartamento. Il volto sfigurato dalle torture. Tracce di eroina nel corpo. Due fori di aghi nel braccio sinistro. L&#8217;indagine ufficiale chiusa come overdose.</p>
<p style="text-align: justify;">Impossibile, denunciano la fidanzata e i genitori del medico: Attilio non faceva uso di droghe, era uno specialista stimato e un mancino puro. Un mancino si sarebbe iniettato l&#8217;eroina nel braccio destro. L&#8217;overdose, secondo la loro denuncia, è una messinscena per coprire gli assassini. Un caso Regeni tutto italiano. Ma ora una corposa mole di chat e messaggi sequestrata dalla polizia, che pubblichiamo qui sotto, potrebbe fare riaprire le indagini (nella foto vicino al titolo, Attilio Manca con la mamma e il papà, morto di crepacuore nel 2023).</p>
<h2 style="text-align: justify;">Il generale dei carabinieri rimasto ignoto: cosa dice la sentenza</h2>
<p style="text-align: justify;">Salto in avanti di quasi vent&#8217;anni. Nel 2023 la sentenza di condanna definitiva di un mafioso, riconosciuto colpevole fino all&#8217;anno 2000,<strong> Rosario Pio Cattafi,</strong> 71 anni, accenna per la prima volta alla morte di Attilio Manca come omicidio. Non come overdose.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><a href="https://www.today.it/dossier/potere/caso-attilio-manca-chat-sequestrate-morra-colonna-coppolino.html">LEGGI L&#8217;ARTICOLO COMPLETO SU TODAY.IT (di Fabrizio Gatti)</a></strong></p>
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		<title>Potere e informazione. Chi controlla chi?</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/potere-e-informazione-chi-controlla-chi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angela Romano]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 07:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incontro pubblico - Ingresso libero]]></category>
		<category><![CDATA[Gruppo Umberto Mormile]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di stampa]]></category>
		<category><![CDATA[Perugia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Potere e informazione: l’incontro a Perugia A Perugia, il 31 ottobre, giornalisti, studiosi e professionisti a confronto sui condizionamenti dell&#8217;informazione. L&#8217;iniziativa del Movimento Agende Rosse&#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2>Potere e informazione: l’incontro a Perugia</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>A Perugia, il 31 ottobre, giornalisti, studiosi e professionisti a confronto sui condizionamenti dell&#8217;informazione. L&#8217;iniziativa del Movimento Agende Rosse – Gruppo Umberto Mormile, in direzione ostinata e contraria.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è una differenza sostanziale tra raccontare il potere e raccontare quello che il potere vorrebbe sentirsi dire. Nel primo caso si fa giornalismo. Nel secondo, qualcosa di molto più comodo. Almeno per chi comanda.</p>
<p style="text-align: justify;">Le vicende che hanno coinvolto <em>Report</em> e Sigfrido Ranucci hanno riportato all&#8217;attenzione pubblica un problema che non nasce oggi e non riguarda soltanto la Rai: quanto può essere indipendente l&#8217;informazione quando le inchieste toccano interessi politici, economici e istituzionali?</p>
<p style="text-align: justify;">Non serve aspettare una censura dichiarata per interrogarsi sulla libertà di stampa. Il condizionamento può assumere forme meno vistose: una pressione, una scelta editoriale influenzata da interessi esterni, una notizia che non trova spazio. Non significa che ogni decisione di una redazione nasconda un&#8217;interferenza. Significa che il rapporto tra informazione e potere merita di essere osservato con attenzione, soprattutto quando chi dovrebbe controllare rischia di essere controllato.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;<strong>articolo 21 della Costituzione</strong> stabilisce che «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». E aggiunge: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».</p>
<p style="text-align: justify;">Parole chiarissime. Il problema è capire quanto siano rispettate nella pratica. Perché la libertà di informare non è un favore concesso ai giornalisti. È una garanzia per i cittadini, che senza notizie verificate e inchieste indipendenti hanno meno strumenti per giudicare chi esercita il potere.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poi una distinzione che troppo spesso si preferisce ignorare: quella tra <strong>informazione e propaganda</strong>. La prima verifica i fatti, li mette in relazione, distingue le notizie dalle opinioni e lascia al lettore la libertà di farsi un&#8217;idea. La seconda parte da una conclusione già scritta e sceglie ciò che serve a sostenerla. Non è necessario inventare una notizia falsa per fare propaganda. <strong>A volte basta raccontare soltanto la parte di verità che fa comodo.</strong> Ed è proprio lì che l&#8217;informazione smette di controllare il potere e rischia di diventare uno dei suoi strumenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste riflessioni nasce <strong>«Potere e informazione – Chi informa chi? Chi condiziona chi?»</strong>, l&#8217;incontro pubblico promosso dal <strong>Movimento Agende Rosse – Gruppo Umberto Mormile</strong>, in programma <strong>sabato 31 ottobre 2026, alle ore 17, al Sangallo Palace Hotel di Perugia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Un&#8217;occasione per discutere non soltanto di libertà di stampa, ma del rapporto tra informazione, interessi, responsabilità e diritto alla conoscenza. Senza dare per scontato che chi dispone di un microfono sia sempre libero di usarlo come vorrebbe. E senza dimenticare che un giornalismo incapace di fare domande scomode finisce per essere molto utile a chi preferisce non riceverne.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In direzione ostinata e contraria</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A promuovere l&#8217;iniziativa è un gruppo che ha scelto di portare nel proprio nome quello di <strong>Umberto Mormile</strong>, educatore penitenziario assassinato nel 1990.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua memoria non è una ricorrenza da archiviare con una cerimonia. È un impegno che continua, attraverso la ricerca della verità, l&#8217;approfondimento dei fatti e la volontà di non lasciare che il tempo faccia calare il silenzio sulle domande ancora aperte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>«In direzione ostinata e contraria»</strong>, l&#8217;espressione resa celebre da Fabrizio De André, racconta bene il senso di questo percorso. Ostinata, perché la ricerca della verità richiede tenacia. Contraria, perché non sempre la strada più facile coincide con quella giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">A curare l&#8217;incontro sono <strong>Angela Romano, del Movimento Agende Rosse, e Stefano Mormile, fratello di Umberto</strong>. Attraverso questa iniziativa intendono tenere insieme memoria e attualità: ricordare Umberto Mormile e, nello stesso tempo, aprire una discussione pubblica sui meccanismi che possono influenzare ciò che sappiamo e il modo in cui lo veniamo a sapere.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta di sovrapporre storie diverse. La vicenda di Umberto Mormile e quella di <em>Report</em> hanno contesti e caratteristiche differenti. Il punto di contatto è un altro: <strong>la verità non si difende evitando le domande, ma continuando a farle</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il confronto a Perugia</strong></p>
<p style="text-align: justify;">A discuterne saranno <strong>Paolo Mondani</strong>, giornalista d&#8217;inchiesta; <strong>Stefania Limiti</strong>, giornalista investigativa; <strong>Alessandro Bartolini</strong>, di Radio Sankara; <strong>Ulderico Sbarra</strong>, illustratore e disegnatore satirico; e <strong>Fabio Repici</strong>, avvocato.</p>
<p style="text-align: justify;">A moderare l&#8217;incontro sarà <strong>Antonella Beccaria</strong>, storica e giornalista.</p>
<p style="text-align: justify;">Voci ed esperienze differenti per affrontare una questione che riguarda tutti, non soltanto chi lavora nei giornali o in televisione. Perché un&#8217;informazione libera può essere scomoda per il potere. Un&#8217;informazione condizionata, invece, può diventare scomoda per la democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;appuntamento è sabato 31 ottobre 2026, alle ore 17, al Sangallo Palace Hotel, in Via Luigi Masi 9, a Perugia.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>In direzione ostinata e contraria.</em></p>
<p><em>di Angela Romano e Gianni Pucci</em></p>
<p data-wp-editing="1"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47710 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/01-300x300.png" alt="Incontro “Potere e informazione. Chi informa chi? Chi condiziona chi?”, a Perugia il 31 ottobre 2026." width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/01-300x300.png 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/01-150x150.png 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/01.png 512w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47711 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/02_carosello-300x300.png" alt="Una mano muove i fili di un giornale: chi decide cosa diventa notizia e quanto spazio resta alle domande scomode?" width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/02_carosello-300x300.png 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/02_carosello-150x150.png 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/02_carosello.png 512w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47712 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/03_carosello-300x300.png" alt="Paolo Mondani, Stefania Limiti e Alessandro Bartolini: giornalismo d’inchiesta, giornalismo investigativo e informazione radiofonica indipendente." width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/03_carosello-300x300.png 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/03_carosello-150x150.png 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/03_carosello.png 512w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47713 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/04_carosello-300x300.png" alt="Ulderico Sbarra, illustratore e disegnatore satirico, e Fabio Repici, avvocato: il rapporto tra informazione, satira e giustizia." width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/04_carosello-300x300.png 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/04_carosello-150x150.png 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/04_carosello.png 512w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47714 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello-300x300.jpeg" alt="Antonella Beccaria, storica e giornalista, modera l’incontro sul rapporto tra potere e informazione." width="300" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello-300x300.jpeg 300w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello-150x150.jpeg 150w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello-768x768.jpeg 768w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/05_carosello.jpeg 1254w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-47715 size-medium" src="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/slide_6_con_loghi_originali-230x300.png" alt="Potere e informazione: 31 ottobre 2026, ore 17, Sangallo Palace Hotel, via Luigi Masi 9, Perugia. Organizza il Movimento Agende Rosse, Gruppo Umberto Mormile." width="230" height="300" srcset="https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/slide_6_con_loghi_originali-230x300.png 230w, https://www.19luglio1992.com/wp-content/uploads/2026/10/slide_6_con_loghi_originali.png 512w" sizes="auto, (max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
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		<title>SCARPINATO AVREBBE DEPISTATO? I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL DECRETO BOLOGNA</title>
		<link>https://www.19luglio1992.com/scarpinato-avrebbe-depistato-i-dubbi-sulla-ricostruzione-del-decreto-bologna/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Garavaglia Fragetta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Oct 2026 09:15:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Altri documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriali]]></category>
		<category><![CDATA[In Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel decreto di archiviazione relativo all’indagine su mafia-appalti, il giudice Santi Bologna arriva a definire «attività depistante» la condotta di Roberto Scarpinato nei confronti di&#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/scarpinato-avrebbe-depistato-i-dubbi-sulla-ricostruzione-del-decreto-bologna/">SCARPINATO AVREBBE DEPISTATO? I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL DECRETO BOLOGNA</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Nel decreto di </span><b>archiviazione</b><span style="font-weight: 400;"> relativo all’indagine su </span><i><span style="font-weight: 400;">mafia-appalti</span></i><span style="font-weight: 400;">, il giudice </span><b>Santi Bologna</b><span style="font-weight: 400;"> arriva a definire «attività depistante» la condotta di </span><b>Roberto Scarpinato</b><span style="font-weight: 400;"> nei confronti di </span><b>Gioacchino Natoli</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il punto è noto: nella conversazione del gennaio 2024, Scarpinato ricorda a Natoli la riunione del 14 luglio 1992 alla Procura di Palermo e gli chiede di riferire che in quella sede si era parlato anche della richiesta di archiviazione. Per il giudice, quelle parole avrebbero contribuito a inquinare la ricostruzione dei fatti.</span></p>
<p><strong>Ma siamo sicuri che sia questa l’unica lettura possibile?</strong></p>
<p><b>Partiamo dalle audizioni del luglio 1992.</b><span style="font-weight: 400;"> Bologna attribuisce grande importanza al fatto che nessuno dei magistrati sentiti dal CSM abbia riferito che, durante quella riunione, si fosse parlato della richiesta di archiviazione. Ma quanto può essere significativo un silenzio, se non si verifica prima che cosa venne effettivamente chiesto ai testimoni? <strong>Non risulta infatti che in quelle audizioni vennero fatte domande specifiche su archiviazioni dell&#8217;indagine o di filoni di essa</strong>. E perché quindi l’assenza di quel riferimento dovrebbe essere considerata decisiva?<br />
</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span><span style="font-weight: 400;">Il procure Salvatore De Luca stesso, sul quale abbiamo espresso dubbi nel comunicato che potete leggere qui (</span><a href="https://www.19luglio1992.com/salvatore-de-luca-e-la-persona-giusta-per-guidare-la-procura-di-caltanissetta-nella-ricerca-della-verita-sulle-stragi/"><span style="font-weight: 400;">Salvatore De Luca è la persona giusta per guidare la procura di Caltanissetta nella ricerca della verità sulle stragi?</span></a><span style="font-weight: 400;">), nelle audizioni del &#8217;92, aveva detto: &#8220;io pensavo che mafia, appalti, politica costituisse il tema sul quale si sviluppavano poi l&#8217;esito delle indagini, le attività investigative svolte, ebbene mafia, appalti e politica a questo punto fu approfondito soltanto su un processo, posso anche dire qual&#8217;è, un processo contro Angelo Sino, costruttore, chiamiamolo così, costruttore, in odor di mafia&#8230;&#8221;. E ancora, alla domanda dei consiglieri del CSM se Borsellino avesse chiesto formali chiarimenti o sollevato contestazioni in assemblea sul processo appalti, De Luca rispose: &#8220;no in sede di quella assemblea no, assolutamente no, lo potrei giurare&#8221;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il decreto ridimensiona anche le dichiarazioni rese molti anni dopo da </span><b>Guido Lo Forte e Luigi Patronaggio</b><span style="font-weight: 400;">, che hanno riferito di aver affrontato la questione della richiesta di archiviazione. Il ritardo con cui sono emersi questi ricordi può essere certamente un elemento da valutare. </span><b>Ma se nessuno fece loro prima una domanda diretta</b><span style="font-weight: 400;"> perché, dato che non c&#8217;è contrasto coi ricordi precedenti ma un arricchimento degli stessi, vengono giudicati meno attendibili?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C’è poi un elemento nuovo che merita particolare attenzione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 20 ottobre </span><i><span style="font-weight: 400;">Il Fatto Quotidiano</span></i><span style="font-weight: 400;"> ha pubblicato un articolo su un’intercettazione del </span><b>25 ottobre 2023</b><span style="font-weight: 400;">, nella quale Natoli, parlando con <strong>Antonio Ingroia</strong>, ha fatto riferimento proprio alla riunione del 14 luglio 1992 e alla richiesta di archiviazione predisposta da Lo Forte e Scarpinato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Siamo di fronte a una conversazione avvenuta quasi tre mesi prima di quella con Scarpinato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E allora la domanda è inevitabile: </span><b>se Natoli parlava già di quella riunione e della richiesta di archiviazione nell’ottobre 2023, come si può sostenere che il ricordo sia stato introdotto o costruito soltanto dopo il colloquio del gennaio 2024?</b></p>
<p><b>Nell’audizione dello stesso giorno dell&#8217;articolo, in Commissione Antimafia</b><span style="font-weight: 400;">, il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, viene sollecitato da una domanda di Cafiero De Raho proprio su questo argomento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">De Raho pone una questione precisa: perché la conversazione del 25 ottobre 2023 tra Natoli e Ingroia, nella quale si fa riferimento alla riunione del 14 luglio 1992 e alla richiesta di archiviazione, non sarebbe stata valorizzata come quella del 18 gennaio 2024 tra Scarpinato e Natoli?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">De Luca non ha condiviso questa impostazione. Ha sostenuto che la conversazione debba essere letta nel contesto più ampio dei rapporti telefonici di Natoli e di quelli che la Procura considera tentativi di influenzare i ricordi degli interlocutori. La sua sostituta Pasciuti ha contestato che Ingroia, nella conversazione, dimostri di ricordare chiaramente la riunione: secondo la sua lettura, non sembra neppure ricordare con certezza se fosse presente.</span><span style="font-weight: 400;"><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il punto, però, non è stabilire se Scarpinato abbia sollecitato Natoli a parlare della riunione del 14 luglio 1992: la conversazione del gennaio 2024 lo documenta. Il punto è capire se gli abbia suggerito di riferire un fatto falso oppure se gli abbia ricordato una circostanza di cui Natoli aveva già parlato, quasi tre mesi prima, con Antonio Ingroia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’intercettazione del 25 ottobre 2023 non dimostra, da sola, che la richiesta di archiviazione sia stata effettivamente discussa durante quella riunione. Ma pone una domanda che non può essere elusa: </span><b>se Natoli aveva già collegato la riunione del 14 luglio alla richiesta di archiviazione prima della conversazione con Scarpinato, su quali elementi si fonda la conclusione che quel ricordo sia stato costruito o inquinato proprio da quel colloquio?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Procura di Caltanissetta ha proposto una propria interpretazione, richiamando il contesto delle altre conversazioni e mettendo in dubbio l’attendibilità dei ricordi di Natoli e Ingroia. Ma questo non cancella la necessità di valutare nel merito anche l’intercettazione precedente, distinguendo ciò che essa prova da ciò che non prova.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È questa la questione che merita una risposta documentale, non una contrapposizione tra tesi precostituite: </span><b>quali elementi dimostrano che Scarpinato abbia introdotto un ricordo falso, se Natoli aveva già fatto riferimento alla riunione e alla richiesta di archiviazione nell’ottobre 2023?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Perché una cosa è ritenere discutibile o inattendibile la ricostruzione di un testimone; un’altra è concludere che un interlocutore abbia compiuto un’attività depistante. Tra le due affermazioni deve esserci una dimostrazione, e proprio su questo passaggio è legittimo chiedere chiarezza.</span></p>
<p><b>Approfondimento:</b><a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/10/20/mafia-appalti-scarpinato-non-depisto-nulla-la-prova-in-unintercettazione/8543812/"> <span style="font-weight: 400;">Il Fatto Quotidiano – </span><i><span style="font-weight: 400;">Mafia-appalti, Scarpinato non depistò nulla: la prova in un’intercettazione</span></i><i><span style="font-weight: 400;"><br />
</span></i></a><span style="font-weight: 400;">audizione procuratore De Luca del 20-10-26: </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=uQc5OAaayo8"><i><span style="font-weight: 400;">https://www.youtube.com/watch?v=uQc5OAaayo8</span></i></a></p>
<p>Movimento delle Agende Rosse</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.19luglio1992.com/scarpinato-avrebbe-depistato-i-dubbi-sulla-ricostruzione-del-decreto-bologna/">SCARPINATO AVREBBE DEPISTATO? I DUBBI SULLA RICOSTRUZIONE DEL DECRETO BOLOGNA</a> proviene da <a href="https://www.19luglio1992.com">19luglio1992.com</a>.</p>
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