Si riapre, con due mandati di cattura a capi mafi a trapanesi emessi dalla Dda di Palermo, il caso del giornalista ucciso nel 1988. Mentre si commemora solennemente la strage di Capaci. E ci si prepara a un 19 luglio diverso.

È il giorno dell’anniversario della strage di Capaci, e la notizia più battuta dalle agenzie è ancora relativa a un omicidio di mafia. Quello di Mauro Rostagno. A 21 anni dal delitto del 26 settembre del 1988 del sociologo e giornalista che si occupava di lotta alla droga e raccontava ai cittadini dagli schermi di una tv locale, Rtc, gli intrecci fra politici e criminalità, i pm della Dda di Palermo, Antonio Ingroia e Gaetano Paci, hanno chiesto e ottenuto dal gip Maria Pino l’emissione di due ordini di cattura per il delitto.
Destinatari dei provvedimenti, dopo decenni di mezze verità e tanti depistaggi, sono il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il primo mandante, l’altro esecutore dell’omicidio. Ventuno anni non sono pochi per intravedere un barlume di verità. Come del resto poco si sa degli intrecci di interessi che potrebbero essersi concentrati su altri delitti di mafia eclatanti come le stragi del 1992.
A ricordarli è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato ucciso con la sua scorta in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio del 1992. «Il ruolo che giocò Giovanni Falcone andando al ministero di Grazia e giustizia fu fondamentale, soprattutto per consentire le rotazioni ai collegi giudicanti in Cassazione – racconta Borsellino -. In quel modo si salvò la sentenza in Cassazione del maxi processo.
La strategia di Falcone fu vincente, ma probabilmente fu anche il motivo della sua condanna a morte. Si trattava di una grande vittoria dello Stato contro la mafia, della più grande in assoluto dall’emersione del fenomeno mafioso. Da subito si misero in moto le forze per punire chi era stato il motore di quel processo fin dalle prime indagini».
Borsellino, trasferitosi da decenni a Milano per lavoro, ricorda nitidamente quel periodo anche perché coincise con un momento di riavvicinamento, dopo anni di distanza, con il fratello Paolo. «Riuscimmo a vederci per le feste di Natale e a passare del tempo assieme. Era sereno, rilassato, sentiva che erano vicini a sconfiggere Cosa nostra dopo la sentenza di conferma del maxi processo. Lo raccontò più volte.
Poi, dopo la strage di Capaci, parlai con lui al telefono ed era un uomo totalmente diverso. Non era solo il dolore a schiacciarlo, ma la consapevolezza di quello che stava succedendo. Lo disse apertamente, in pubblico alla Biblioteca di Stato, che i mandanti della strage andavano cercati anche nella magistratura. Voleva dire che anche fra i giudici c’era chi aveva interesse a spezzare quella stagione». Falcone aveva toccato certi poteri e certi equilibri, anzi li aveva bellamente scavalcati andando a Roma a gestire la macchina stessa della giustizia.
Era intollerabile. Come era intollerabile per Cosa nostra, quattro anni prima, che «muovendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa nostra e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica, Rostagno aveva toccato diversi uomini d’onore e generato un risentimento diffuso nell’ambito dell’organizzazione criminale».
Così scrivono Ingroia e Paci nella richiesta degli ordini di cattura. Una punizione. E Cosa nostra punisce, con il sangue. Mentre a Palermo si svolgono le commemorazioni della strage di Capaci, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, Salvatore Borsellino prosegue nella sua solitaria battaglia per impedire che il 19 luglio si ripeta la cerimonia in via D’Amelio.
«Noi familiari rifiutammo il funerale di Stato nel 1992, e invece ogni anno ripetono queste commemorazioni riusando i corpi e la memoria di chi lo Stato mandò a morire – spiega Borsellino -. Credo che Paolo non solo sapesse che era destinato a essere ucciso, ma che addirittura lo volesse. C’è chi ha fatto carriera sulla mutazione politica causata dalle stragi, chi ne ha approfittato. Quest’anno no». Ed è per questo che da mesi il fratello del magistrato annuncia di voler impedire la cerimonia. Contro tutti.
Pietro Orsatti (Terra, 24 maggio 2009)

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