17/11/2024 – La notizia è in coda: quando sta per finire il convegno organizzato dal Movimento delle Agende Rosse per chiedere verità completa sulla morte del procuratore di Torino Bruno Caccia ucciso da un commando della ‘ndrangheta il 26 giugno 1983 in via Sommacampagna, l’avvocato Fabio Repici, legale dei figli del magistrato (Paola e Cristina presenti in aula), dice: «Caccia, negli anni precedenti al suo assassinio fu monitorato dai servizi di sicurezza (all’epoca Sid, poi Sisde). Che lo indicavano come magistrato con simpatie comuniste inteso – a mio modo di vedere, come uno che non guardava in faccia nessuno. Il suo è stato un delitto commesso per fondare nuovi equilibri nella città di Torino». Hai voglia – secondo Repici – a raccontare che quel delitto «maturò in una sorta di spontaneismo della sola ‘ndrangheta».
Fu un omicidio avvenuto in un clima complicato. Dentro e fuori dal palazzo di Giustizia. Basta citare quanto raccontato, dal giornalista Ettore Boffano, all’epoca cronista di giudiziaria: «Con la premessa che la mia testimonianza non vuole attribuire ad alcun magistrato ruoli di mandanti o partecipi, ricordo che il 27 giugno (il giorno dopo il delitto) io e un collega de La Stampa ci recammo negli uffici della vecchia procura perché volevamo raccogliere le reazioni di choc del mondo giudiziario. In una stanza incontrammo un alto magistrato all’epoca in servizio che era stato messo all’angolo da Caccia. Ci disse: “Hai visto? A furia di rompere i coglioni a tutti va a finire che qualcuno si incazza”. Non l’ho mai detto, né scritto. Lo faccio 41 anni dopo. Ricordando nitida la sensazione che all’epoca, in quel palazzo ci fosse qualcosa di ammalorato e se si potrà ancora cercare la verità credo che anche su questo sarà opportuno riflettere e che tutto questo in qualche modo possa avere avuto un peso». Si capisce a questo punto perché Paola e Cristina Caccia, in apertura del dibattito (a cui erano presenti l’ex procuratore Giancarlo Caselli, l’attuale Giovanni Bombardieri e il sostituto della Dna Roberto Sparagna) abbiano parlato della storia del loro papà come «una strada ancora da percorrere, un cammino aperto che non finisce, in attesa di una chiarezza che non ci pare sia stata ancora fatta».
Di Caccia si è detto tanto. Il procuratore generale Lucia Musti lo ha ricordato come «collega univa ad elevatissime capacità e competenze giuridiche, ma anche direttive, un forte carattere di magistrato, quel carattere che è un requisito indispensabile quando si dirige un ufficio ed in particolare un ufficio requirente di rilievo qual era ed é tuttora la Procura della Repubblica di Torino». Precisando con nettezza: «Sia il nostro ufficio requirente che quello di Milano hanno fatto il loro dovere fino in fondo». Ma i retroscena hanno avuto il loro peso. E Repici, da sempre sostenitore di livelli superiori da approfondire ha detto: «Esattamente come per la strage di via D’Amelio e quella della stazione di Bologna quello di Caccia è un delitto che è servito a nuovi equilibri di potere in questa città». Ancora: «Che Domenico Belfiore e Rocco Schirripa fossero colpevoli non c’è dubbio (sentenze definitive ndr) ma insieme a chi hanno ucciso Caccia? Con quali mandanti e con quale causale?».
Giuseppe Legato (La Stampa)

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