24 agosto 2012. Marco Travaglio ha fatto notare ieri come, nella pagina dei commenti del quotidiano La Repubblica, comparissero un paio di giorni fa due articoli, l’uno firmato da Gustavo Zagrebelski e l’altro firmato da Giuseppe Maria Berruti, che giungevano alla stessa conclusione sul ricorso presentato da Giorgio Napolitano contro la Procura di Palermo: i magistrati palermitani, disponendo l’intercettazione sulle utenze telefoniche di Nicola Mancino e rinviando la decisione al GIP di Palermo sulla rilevanza dei colloqui registrati tra Mancino e Giorgio Napolitano, hanno agito correttamente. Non esiste nessuna norma che imponesse agli ufficiali di polizia giudiziaria ed ai magistrati di distruggere le intercettazioni indirette del Capo dello Stato senza passare al vaglio del GIP e delle parti nell’ambito del procedimento che vede coinvolti alcuni boss di Cosa Nostra e rappresentanti delle Istituzioni per la trattativa intercorsa tra l’organizzazione mafiosa e pezzi dello Stato dai primi anni novanta ai giorni nostri.La correttezza dell’operato della Procura palermitana nel caso delle intercettazioni Mancino-Napolitano è ormai talmente chiara che molti commentatori desiderosi di sostenere la linea del Quirinale si vedono costretti agli slalom più impensabili per spiegare le proprie ragioni: si passa dall’inopportunità di indebolire l’Istituzione della Presidenza della Repubblica in questo momento storico alla minimizzazione dello scontro come un normale confronto dialettico tra opposti giuristi fino ad arrivare ai deliri sul ‘populismo giudiziario’. Nulla che abbia più a che fare con i fatti.
Oggi è intervenuto nel dibattito il direttore de La Repubblica Ezio Mauro il quale, apparentemente sulla linea Scalfari-Napolitano, finisce con il suo editoriale per riconoscere indirettamente la correttezza dell’operato dei pm di Palermo. Un ulteriore segnale che dimostra in modo inequivocabile come la lealtà dei magistrati siciliani emerga in modo netto dalle parole di chi vuole capire la questione analizzando i fatti semplicemente alla luce della Costituzione e della Legge.
Marco Bertelli
Un giornale, le procure e il Quirinale
(Ezio Mauro, La Repubblica, 24 agosto 2012)
MA IO, che cosa penso? Me lo chiedono gli avversari di sempre, stupiti di trovare su questo giornale (che hanno presentato per anni come un partito) ciò che sono incapaci di avere sui loro, e cioè un dibattito aperto tra idee diverse, nate da uno stesso filone culturale: una prova di libertà e di ricchezza, soprattutto quando ad argomentare sono persone come Eugenio Scalfari e Gustavo Zagrebelsky, con la loro autorità e la loro passione democratica.
Sconcertati per la libertà di “Repubblica”, sperano almeno di trovare me in difficoltà: Gustavo è per una fortuna della vita un mio grande amico, discutere con lui mi appassiona, lo faccio ogni volta che posso - anche da lontano - e imparo sempre qualcosa. Con Eugenio c’è qualcosa (molto) di più dell’amicizia. C’è un’avventura comune per noi importantissima, che si chiama “Repubblica” e va al di là di noi, c’è il fatto che ci siamo scelti tanti anni fa e continuiamo a farlo ogni giorno.
Tutto questo complica? No, semplifica, perché obbliga alla verità. Noi tre conosciamo non solo le idee l’uno dell’altro ma anche i punti di dissenso di cui parliamo spesso, conosciamo soprattutto la nostra natura, che è alla base delle amicizie vere.
Infine e prima di tutto, c’è poi per me il giornalismo. E poiché molti lettori mi chiedono un’opinione è soprattutto a loro che rispondo. Con le parole di due mesi fa. Perché il giornalismo ha questo di bello: che le parole dette o scritte in pubblico restano, e non si cancellano.
Appena è nato il caso della trattativa Stato-mafia e del contrasto tra la Procura di Palermo e il Quirinale ne ho parlato più volte a “Repubblica domani” (VIDEO “Repubblica domani” del 22 giugno), davanti a due milioni e mezzo di utenti unici del nostro sito che trasmette ogni giorno (salvo il mese delle ferie) la riunione di redazione di “Repubblica”, con gli archivi a disposizione di tutti. Che cosa dicevo allora, ed era la fine di giugno? Quel che penso oggi e che riassumo qui.
Prima di tutto gli italiani hanno il diritto di conoscere la verità sulla trattativa Stato-mafia dopo vent’anni di nascondimenti, di menzogne e depistaggi.
Compito delle Procure non è scrivere la storia ma accertare gli illeciti. Bene, l’indagine della Procura di Palermo, indagando tutto ciò che si è mosso sotto la linea d’ombra delle legalità, può aiutarci a capire cos’è successo tra Stato e crimine organizzato in anni terribili per la Repubblica, all’insaputa dei cittadini, senza alcuna discussione pubblica sulla trattativa, nessuna trasparenza, quindi senza nessuna assunzione politica di responsabilità.
Dunque l’indagine è meritoria, come dicevo due mesi fa. Ma oggi - aggiungo - chi la ostacola? La Procura l’ha conclusa con le richieste di rinvio a giudizio, in piena libertà, com’è giusto, ora tocca al Gip decidere sugli indagati eccellenti. E allora? È un falso palese dire che si vuole bloccare il lavoro di Palermo, anzi è un inganno ai cittadini in buona fede. La Procura continuerà su altre strade - immagino - il suo difficile lavoro di frontiera, una frontiera impegnativa, per cui il compito dei magistrati di Palermo va seguito con attenzione e rispetto. Ma senza evocare fantasmi che non esistono, alla prova dei fatti.
Qui Ezio Mauro, a mio parere, sbaglia e di grosso: è palesemente vero che si voglia ostacolare il lavoro dei magistrati di Palermo. Il caso Mancino-Quirinale nasce dal desiderio di Nicola Mancino, indagato nell’inchiesta palermitana sulla trattativa Stato-mafia per falsa testimonianza, di evitare un confronto con Claudio Martelli davanti ai magistrati. ‘No perchè la mia preoccupazione – dice Nicola Mancino intercettato al telefono con il Consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio il 12 marzo 2012 – è che ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale…‘. Dagli interrogatori svolti a Palermo è emersa infatti una profonda contraddizione tra Claudio Martelli e Nicola Mancino, rispettivamente ministro di Giustizia e ministro dell’Interno nell’estate del 1992: il primo sostiene di aver informato il secondo dei colloqui avviati dall’allora colonello dei carabinieri Mario Mori con Vito Ciancimino, mentre il secondo nega con fermezza la circostanza. Questo è un punto cruciale della cronologia di quell’anno di stragi ed omicidi. Dal 28 giugno 1992 Mancino è il massimo responsabile dell’ordine pubblico nel paese. E’ fondamentale accertare quali siano state le informazioni in suo possesso e le azioni da lui compiute oppure omesse. L’obiettivo è capire come si posero i vertici dello Stato di fronte all’offensiva stragista scatenata da Cosa Nostra a partire dall’omicidio Lima del 12 marzo 1992. Un mancato confronto tra Mancino e Martelli sarebbe stato certamente un ostacolo al lavoro dei magistrati di Palermo, su questo non c’è dubbio.
E veniamo al secondo punto. Un testimone di rango, poi indagato, l’ex ministro degli Interni Mancino, si agita molto per l’inchiesta. Essendo stato presidente del Senato e vicepresidente del Csm ha accesso al Quirinale, ai collaboratori più stretti del Presidente, ai quali telefona continuamente senza sapere di essere intercettato. Così come parla col Capo dello Stato. Ho già detto, e ripetuto, che il comportamento dei consiglieri di Napolitano secondo quelle telefonate è imprudente e improprio, perché sembrano consigliare più il testimone Mancino che il Presidente della Repubblica: e innescano iniziative del Colle tutte legittime, ma sollecitate da una parte in causa - Mancino - che ha una possibilità di accesso al Quirinale che altri cittadini non hanno.
Napolitano, per dichiarazione degli stessi procuratori e di chi li guida, non compie alcun atto illegittimo e soprattutto non dice nella conversazione registrata con Mancino nulla che abbia qualche rilevanza con l’indagine. Ma il Presidente non ritiene che i testi delle sue conversazioni private debbano essere divulgati, a tutela delle sue prerogative più che del caso specifico. Solleva un conflitto di attribuzione su un “buco” normativo: può il Capo dello Stato essere intercettato, sia pure indirettamente? Questo conflitto è perfettamente legittimo. Può non essere opportuno, ed è una valutazione politica: io non lo avrei aperto. Ma è legittimo e a mio parere non vale dal punto di vista logico (lo dico al mio amico Gustavo che conosce quel che penso) l’argomentazione secondo cui il peso delle parti è squilibrato essendo il Quirinale troppo più forte di una Procura: perché allora tanto varrebbe non prevedere la possibilità di ricorrere all’arbitrato della Consulta, per manifesta superiorità del Quirinale.
Anche se il Presidente della Repubblica può legittimamente aprire un conflitto contro i magistrati di Palermo, è altrettanto doveroso fare due osservazioni: un ricorso di tal fatta non ha precedenti nella storia repubblicana e la debolezza delle motivazioni ad oggi note firmate dagli Avvocati dello Stato Ignazio Francesco Caramazza, Antonio Palatiello e Gabriella Palmieri (l’articolo 90 della Carta darebbe al Presidente della Repubblica ‘un’immunità sostanziale e permanente’), è proporzionale solo alla gravità dei giudizi che essi danno sull’operato della Procura palermitana (‘Sussistono precisi elementi oggettivi di prova del non corretto uso del potere giurisdizionale’). L’esprimere giudizi così gravi sull’operato dei magistrati palermitani ha come conseguenza la deligittimazione degli stessi e può determinare l’impossibilità di raggiungere una piena verità sulla stagione di sangue del biennio ’92-93: quale Stato potrebbe mai fare luce su quei fatti nel momento in cui una delle più importanti Istituzioni della Repubblica accusa altri rappresentanti dello Stato di non usare correttamente il proprio potere?
Ma sollevo una questione di semplice buon senso repubblicano, di cui non si è ancora parlato. Il lavoro del Presidente della Repubblica, fuori dagli impegni istituzionali solenni e pubblici, è in gran parte fatto di colloqui, incontri, conversazioni (anche telefoniche) attraverso i quali il Capo dello Stato raccoglie elementi di conoscenza e di valutazione e esercita la sua moral suasion al servizio della Costituzione. Ora, rispondiamo a una domanda: è interesse di Napolitano (posto che non si parla in alcun modo di reati) o è interesse della Repubblica che queste conversazioni non vengano divulgate? Secondo me è interesse di tutti, con buona pace di chi allude senza alcuna sostanza a misteriosi segreti da proteggere, già esclusi da tutti gli inquirenti. Facciamo un’ipotesi astratta, di scuola.
Quante telefonate avrà dovuto fare il Capo dello Stato nelle due settimane che hanno preceduto le dimissioni di Berlusconi da palazzo Chigi? Quante conversazioni avrà avuto, quando le cancellerie europee non parlavano più con il governo, i mercati impazzivano, il Paese era allo sbando senza una guida esecutiva e molti di noi temevano il colpo di coda del Caimano? Se quelle conversazioni - che hanno necessariamente preceduto e preparato l’epilogo istituzionale di vent’anni di berlusconismo - fossero diventate pubbliche, quell’esito sarebbe stato più facile o sarebbe al contrario precipitato nelle polemiche di parte più infuocate, fino a rivelarsi impossibile?
Questa realtà semplice ed evidente viene incupita da sospetti e distorta da allusioni ed evocazioni complottistiche come se fossimo davanti a chissà quale mistero di Stato, o come se il Quirinale fosse addirittura il principale problema del Paese, il centro dei suoi mali. Tutto questo, prima ancora che falso sarebbe ridicolo, se non fosse un nuovo inganno ai danni dei cittadini.
Ad Ezio Mauro sfugge una cosa: i nostri padri costituenti non hanno predisposto una norma che rendesse il Presidente della Repubblica un cittadino diverso dagli altri al di fuori dell’esercizio delle proprie funzioni. Il principio guida è l’art. 3 della Costituzione: per quale motivo non dovrebbe essere valido quando il Presidente agisce al di fuori del suo ruolo? La nostra Costituzione sul punto è molto chiara e non presenta nessun ‘buco’.
Qualora invece le consultazioni telefoniche del Presidente della Repubblica riguardassero la formazione di un possibile governo, esse rientrebbero nell’esercizio delle sue funzioni e sarebbero coperte dall’art. 90 della Costituzione.
Secondo quanto stabilito dalla Costituzione, l’intevento presso altri organi dello Stato a favore di un privato cittadino che non vuole affrontare un confronto con un altro testimone davanti all’Autorità Giudiziaria non rientra nelle funzioni del Presidente della Repubblica.
Ecco perché due mesi fa parlavo di manovra contro il Quirinale, vedendola nascere. Con quel che l’Italia ha passato in questi vent’anni, e con l’emergenza economico-finanziaria che ci getta ai margini dell’Europa, togliendo lavoro e futuro ai giovani, com’è possibile rappresentare la crisi italiana come una manovra di palazzo, orchestrata da un uomo che gli altri Paesi considerano come uno dei pochi punti fermi della nostra democrazia?
Io ho una mia risposta, che non piacerà ai miei critici sui due spalti contrapposti. Il fatto è che l’onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente, ma sempre destra: zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell’emancipazione, delega alle Procure non per la giustizia ma per la redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca.
Si capisce perfettamente che per chi ha questa posizione la cosiddetta “casta” non contempla differenze al suo interno, chi ha umiliato il parlamento sostenendo col voto che la ragazza Ruby era nipote di Mubarak è e deve essere uguale a chi ha resistito votando contro: facendo di ogni erba un fascio in modo da legittimare il lanciafiamme che redima il sistema.
Io penso al contrario che il compito di ogni organizzazione culturale, politica, giornalistica, intellettuale, sia quello di fornire ai cittadini non la famigerata “narrazione”, bensì gli strumenti utili per poter distinguere, che è l’unico modo per potere davvero giudicare, dunque prendere parte.
Ma per chi ha queste posizioni, cultura è già una brutta parola. Meglio alzare ogni giorno di più i toni chiamando i politici “larve”, “moribondi”, “morti”. Meglio alimentare la confusione, fingere che la destra sia uguale alla sinistra, che è il vero nemico, come il riformismo è stato sempre il nemico del massimalismo,
Ecco perché per coloro che sostengono queste posizioni Berlusconi non è mai stato il vero avversario, ma semplicemente lo strumento con cui suonare la loro musica. Per questa nuova destra, Napolitano e Berlusconi devono essere uguali, ingannando i cittadini. E infatti, mentre D’Avanzo rivolgeva le nostre dieci domande a Berlusconi ogni giorno, la nuova destra canzonava il Cavaliere in un linguaggio da Bagaglino, con un “calandrinismo” che rompeva la cornice drammatica in cui stava avvenendo quella prova di forza: deridendo i nomi (incolpevoli, almeno loro) delle persone, scherzando coi loro difetti fisici, stilemi tipici da sempre della destra peggiore. Non Montanelli, per favore, ma il Borghese degli anni più torvi.
Altro che guerra civile a sinistra. Siamo davanti a parole e opere tipiche di una nuova destra che lavora trasversalmente e insidia il campo “democratico” per la debolezza culturale e lo scarso spirito di battaglia della sinistra italiana, e per l’eccessiva indulgenza che tutti abbiamo avuto con l’antipolitica, davanti all’inconcludenza della politica italiana. Finché questo equivoco finirà, e dopo la definitiva uscita di scena di Berlusconi la destra starà finalmente con la destra e la sinistra con la sinistra.
Ecco quel che io penso. Ce n’è abbastanza perché “Repubblica” faccia ricorso a tutte le sue intelligenze e le sue passioni per portare avanti le battaglie di sempre, anche se in minoranza e anche se controvento, a partire dalla tutela della libertà di cronaca se verrà manomessa la normativa sulle intercettazioni telefoniche. Semplicemente in difesa della democrazia e della Costituzione, parlando anche a chi è attratto dall’antipolitica ma non è né antipolitico, né di destra. Nell’interesse di un Paese con il diritto di sapere che non vive in un eterno complotto: ma in una democrazia che dobbiamo rinnovare e migliorare, ma nella quale possiamo persino credere.
Nell’ultima parte dell’articolo Mauro si lancia in un ragionamento politico che è interessante, ma nulla ha a che fare con i fatti sui quali si basa lo scontro aperto da Napolitano contro i pm di Palermo, cioè le sue intercettazioni indirette con Nicola Mancino. I magistrati si occupano di perseguire i responsabili di atti penalemente rilevanti secondo la legge vigente. Nella loro azione non rientrano valutazioni politiche o sociologiche.
Alla fine resta confermato che anche Ezio Mauro ‘non avrebbe aperto il conflitto’ con la Procura di Palermo e che l’operato dei magistrati siciliani è stato eseguito in modo assolutamente conforme alle legge vigenti.
Una domanda conclusiva: cosa avrebbe scritto Eugenio Scalfari se, per pura ipotesi, al posto di Nicola Mancino e Giorgio Napolitano ci fossero stati rispettivamente Walter Lavitola e Silvio Berlusconi?
Testo dell’articolo di Ezio Mauro
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