Vibo Valentia 23 Agosto 2011 Gentile Salvatore Borsellino, mi rivolgo a Lei nella speranza che mi risponda. Mi chiamo Natasha , ho 33 anni e vivo nella sperduta e dolorosa terra vibonese, scrivo a lei perchè so che anche LEI ha conosciuto la violenza e la ferocia di quei cani che governano il sud-Italia, da troppo tempo ormai. Non voglio essere lacrimevole o avere la pietà di qualcuno, ma le chiedo come si fa a vivere in un città, in un quartiere dove sei cresciuto e trovare solo tanta indifferenza a cominciare dalle Istituzioni? Il mio compagno Giuseppe Morelli, ha ereditato un mulino (l’attività esiste dal 1965) e in quel luogo ha creato la sua vita. I suoi figli sono cresciuti con quel pane e in tutta la provincia non esisteva un panificio che non si servisse del signor Morelli. Prima dal padre, poi dallo zio, poi dal mio compagno. Quando la nostra vita cominciava a fiorire, nel Luglio del 2008 una banda di malavitosi ci ha chiesto un regalo, un pensierino di 35 mila euro subito e 12 mila euro ogni Natale.
Sono iniziati poi gli avvertimenti: prima la benzina con le cartucce, poi i colpi alla serranda: il solito copione quasi poliziesco. Sono arrivati persino a seguirci con la macchina, e purtroppo in uno di questi inseguimenti ho affrontato il dolore più grande che possa capitare ad una donna: ho perso il bambino al 5° mese di gravidanza!
So che Lei ha a cuore le vicende delle vittime di mafia e spero che nel suo dolore e nella sua battaglia ci sia spazio per il nostro.
Natasha Denysova e Giuseppe Morelli
la storia di Giuseppe MorellI:
RACKET, UN MARCHIO SULLA PELLE
La storia di Pino Morelli: «Il mio viaggio all’inferno»VIBO VALENTIA C’è un segno che si porta addosso, il solo che ad occhio nudo gli altri non possono vedere. E’ un bersaglio. Ci convive da quasi tre anni, osservandone il riflesso in tutto ciò che rappresenta la sua vita. L’impresa di famiglia, i suoi cari, quel poco che gli resta dopo aver rifiutato di piegarsi al racket. Gli altri segni chiunque può riconoscerli. Sono i segni del dolore, impressi sulla pelle; inchiostro nella carne, «affinché – dice – ogni giorno, guardandomi allo specchio, possa ricordare ciò che è la mia vita».
Pino Morelli ha la tempra del guerriero. Ha dovuto combattere, suo malgrado, anche nella sfida più improba in un territorio asfissiato dal crimine, laddove chi ha il coraggio di resistere «non è considerato un eroe, ma un infame». Nel 1988 ha assunto la guida nel vecchio mulino di famiglia, azienda che prende il grano e lo trasforma in farina per poi venderla, alle panetterie, alle pasticcerie e alle pizzerie. E’ ubicato in un vecchio immobile al confine della città di Vibo, lungo la strada che conduce alla frazione Piscopio. «Gli affari, per circa dodici anni, sono andati benissimo». Cresceva il fatturato e l’azienda avviata all’inizio del secolo scorso, con le macchine di un tempo, aveva conquistato il mercato anche oltre i confini della Calabria.
Poi la crisi, strutturale, del mercato. «Rifornivo quasi tutti i panifici della provincia – racconta – ma ciò non bastava più a fronte dei costi sostenuti. Non eravamo sull’orlo del baratro, eravamo solo in difficoltà, come accaduto per la maggior parte delle imprese. Passata la crisi potevamo rialzarci e ritornare quelli di qualche anno prima».
Poi, però, cadde nell’incubo temuto da ogni imprenditore, grande o piccolo che sia. Prima un avvertimento. «E’ qui che sono cresciuto, ho provato a capire cosa volevano da me. Se è stato uno sgarro mi chiedevo perché. Mi dicevo che forse hanno sbagliato». E così ha iniziato a scandagliare i bassifondi della mala, specie nell’hinterland. Comprese cosa significasse quel segnale quando un giovanotto si presentò da lui. Per mettere le cose a posto – diceva – era necessario un pensiero per gli amici e per gli amici degli amici: «Volevano 35mila euro subito e dodici per ogni Natale».
Lui, però, 35mila euro subito e dodici per ogni Natale, non sapeva proprio dove prenderli. «Solo dopo mi sono chiesto se avrei pagato qualora mi fossi trovato nelle condizioni di farlo. Mi sono detto che non avrei pagato lo stesso. Allora però – spiega Morelli – quella domanda non ero neppure nelle condizioni di pormela». Glielo disse chiaro: «Qui rischiamo di chiudere, non posso pagare». Ed il picciotto rispose con altrettanta chiarezza: se alla fine del mese il mulino sarà chiuso non ci saranno problemi, se sarà aperto o paga o saranno loro a chiuderlo.
Non ci fu pietà. «Provai a risolverla diversamente, temevo che se li avessi denunciati dall’inferno non sarei più uscito». Tentò di mediare, di spiegare, cercò un’interlocuzione con la malavita e non ci fu niente da fare. Tra una ’mbasciata e l’altra, un avvertimento e l’altro, capì che per non perdere tutto era necessario un atto di coraggio estremo: rivolgersi ai carabinieri. Raccontò il suo calvario e, in pochi mesi, i militari dell’Arma fecero la retata: 5 settembre 2008. La chiamarono operazione “Zain”, come la spada ebraica scesa tra gli uomini per rendere giustizia, quella che Pino Morelli si tatuò sul braccio destro.
Il suo viaggio verso l’inferno non era però finito. «Ad un certo punto chi denuncia si sente schiacciato tra lo Stato e l’Antistato. Perché la giustizia non sempre va come dovrebbe, perché la burocrazia è un nemico che ti annienta, perché per la malavita diventi un bersaglio peggio che prima e se ne non ti uccidono fisicamente ti uccidono in ciò che ti resta». Dalle piccole alle grandi cose. «Vorrei essere un eroe per i miei figli. E forse un giorno capiranno che il gesto compiuto dal loro padre è un atto di straordinario coraggio e non d’infamia». «Rifornivo quasi tutti i panifici di questa provincia, ora sapete quanti me ne restano? Quattro. Mi hanno fatto terra bruciata, nessuno viene più da me. Vorrei che chi fa impresa capisse che in ciò che ho fatto non c’è infamia, ma coraggio e dignità».
Ha visto la sua esistenza spegnersi giorno dopo giorno e, quando non ne ha potuto più, ha venduto l’anima al diavolo. «L’ho fatto davvero – racconta -. Il diavolo per me è la morte ed io con la morte ci ho parlato. Pensavo che solo il male può combattere il male. E così ho venduto la mia anima». S’è tatuato anche la morte, sul braccio destro, con una lupara: «Prima o poi verranno, mi dicevo, e lei anziché prendermi, veglierà su di me». I pensieri, nella solitudine, s’accavallavano uno dietro l’altro, a ritmo incalzante. «Pensavo che solo la vendetta potesse tirarmi fuori da quest’inferno». L’ha pensato, e s’è tatuata pure quella, sull’avambraccio sinistro. La sua odissea, però, era ancora all’inizio.
I suoi figli sono la sua vita. Glieli ha donati una donna eccezionale, sua moglie. Il loro matrimonio è finito, ma hanno mantenuto un dialogo forte e sano anche quando le loro strade si sono divise. Poi ha conosciuto un’altra donna eccezionale, Natasha, che il calvario di Pino l’ha condiviso sempre, allo stremo delle forze. Stava per nascere un bambino dal loro amore. «Per quel che abbiamo passato, lei l’ha perso». Natasha è in lacrime mentre Pino racconta. E’ stato il dolore più grande, anche questo impresso sulla pelle, nella carne, come il nome di lei sull’avambraccio sinistro.
Non poteva arrendersi al male e così ha continuato a combattere, come un leone. Ha diritto al porto di pistola per difesa personale, frequenta da tempo un poligono di tiro. Un leone, una pistola ed un poligono, come quelli sull’avambraccio destro. «So che ho un bersaglio addosso e devo essere pronto, me lo dico da tempo». Da quando ha scoperto che alcuni degli arrestati – alcuni condannati, altri assolti – dopo la sua denuncia, sono ammanicati col Crimine di Polsi, «’ndrangheta – spiegano i magistrati di Reggio – ad altissimi livelli».
Per tutti i danni subiti lo Stato gli ha concesso una provvisionale di 28 mila euro, poi definitivi. Centomila li ha presi da Artiganfidi e dovrà restituirli con gli interessi. «Tutto ciò – spiega – a fronte di un danno acclarato dal commercialista per un milione 720mila euro».
«Il problema – spiega Giovanna Fronte, nota penalista che assiste i testimoni di giustizia -. E’ che la legge non funziona, è necessaria una riforma per snellire una burocrazia che finisce col soffocare le vittime dei reati di estorsione e di usura più di quanto già non lo siano».
«Nella giustizia – conclude Pino Morelli – ho sempre creduto. Ho lottato e lotto ancora contro un locale di mafia che ora sappiamo tutti risponde al Crimine di Polsi. Ma mi sento abbandonato da tutto e da tutti. Non ho più amici, un lavoro degno di essere considerato tale, una famiglia. Mi hanno distrutto. Mi hanno minacciato di lupara bianca. Ma non è questo che mi fa più paura, tanto lo so di essere un morto che cammina. Ho paura di dover combattere con una mafia che vede tutti liberi, da una parte, e contro lo Stato e la burocrazia che mi hanno voltato le spalle, dall’altra. La mia vita, ogni giorno, è un’agonia. Eppure il mio desiderio era solo quello di lavorare in pace».
E così lascia un suo testamento: «Se un giorno dovessi sparire vorrei essere un esempio per gli imprenditori che subiscono. Sappiano che non mi sono mai piegato, trovino il coraggio di fare altrettanto. Lo Stato? E’ tale solo se ci consente di essere ciò che siamo alla nascita, uomini liberi».
PIETRO COMITO
p.comito@calabriaora.it
Le bombe non servono. Adesso basta la parola
Anche l’Agenzia per stranieri chiude… «per ’ndrangheta»
PIETRO COMITO
p.comito@calabriaora.it

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