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Emozioni e Memoria all’Incontro con Roberta Gatani e Salvatore Borsellino

 


L’incontro di giovedì 29 maggio 2025 presso la sede dell’ANPI Niguarda, dedicato alla presentazione del libro di Roberta Gatani (57 giorni – Ti porto con me alla Casa di Paolo), nipote di Paolo Borsellino, è stato un momento di profonda emozione e riflessione. La presenza di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo e zio di Roberta, ha reso l’atmosfera ancora più toccante, con molte persone in sala visibilmente commosse.

Roberta Gatani ha condiviso un racconto intimo e potente, non solo della figura del grande magistrato, ma soprattutto dell’uomo Paolo Borsellino, visto attraverso gli occhi di una nipote.

Paolo Borsellino, lo Zio Amato Roberta ha ricordato suo zio Paolo come una figura di riferimento fondamentale dopo la morte del padre, quando aveva solo nove anni. Paolo divenne il “capo della famiglia”, un secondo padre per i sette figli di sua sorella Adele. Per Roberta e i suoi fratelli più piccoli, Paolo era solo “la parte dolce”, un uomo sempre sorridente che li viziava e accontentava i loro capricci, contribuendo alla loro crescita “tutto sommato serenamente”.

Nonostante la sua presenza costante, Roberta ha ammesso di essere cresciuta in modo molto “superficiale e spensierato”, disinteressandosi del lavoro dello zio. Sapeva che faceva un lavoro “particolare” per le sirene che preannunciavano il suo arrivo, ma non gli aveva mai chiesto cosa facesse nello specifico.

La Strage di Capaci e il Risveglio Il momento cruciale della presa di coscienza per Roberta fu subito dopo la strage di Capaci. Paolo Borsellino si recò a casa della madre di Roberta e, guardando una strada stretta e senza uscita, disse: “A me mi faranno saltare in aria qui”. Queste parole furono uno spartiacque: Roberta capì che stava succedendo qualcosa di grande e pericoloso, un’emozione che la bloccò, mentre sua madre piangeva. Nonostante il “grande senso di colpa” per aver ignorato la pericolosità della situazione prima, fu in quel momento che percepì la gravità del ruolo dello zio.

I “57 Giorni” e la Nascita del Libro Roberta ha spiegato che la sua ricostruzione dei “57 giorni” tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio è stata frutto di ricerca e documentazione (attraverso le agende e le interviste di Paolo), ma il suo obiettivo non era una ricostruzione storica. Piuttosto, voleva “provare a starli accanto” e raccontare lo stato d’animo dello zio in quel periodo intenso di “decisioni importanti”, “vita”, “lavoro intenso”, “emozioni”, “dolori” e “paura”.

Il giorno della strage di Via D’Amelio, il 19 luglio 1992, Roberta era al largo di Palermo in barca, ignara di tutto, e scoprì la notizia da un passante al rientro in porto, trovandosi davanti a una Palermo surreale, deserta e silenziosa.

Il libro nasce dalla necessità di “salvare” suo zio Paolo. Roberta non riusciva più a tollerare che la memoria di Paolo venisse “uccisa di nuovo” il 23 maggio (data della strage di Capaci), cancellando quei 57 giorni che visse pienamente consapevole del suo destino. Il suo diario, inizialmente pubblicato su Facebook, mirava a raccontare quei giorni e far riflettere sul “perché non si fosse fatto nulla per aiutarlo”. Il senso di colpa per aver “portato” Paolo verso quella strada nel racconto l’ha spinta a voler “salvarlo” portandolo metaforicamente nel luogo in cui continua a vivere: La Casa di Paolo.

Il Ruolo di Salvatore e le “Agende Rosse” Salvatore Borsellino è stato fondamentale nel percorso di Roberta. Dopo la strage, Salvatore tornò a Palermo e iniziò la sua battaglia con il Movimento delle Agende Rosse, diventando per Roberta “la luce”, la “salvezza”. Le ha fatto capire che anche lei doveva fare qualcosa, trasformando il suo “lutto personale” in “forza”. Salvatore ha “investito” Roberta come coordinatrice del gruppo delle Agende Rosse di Trapani, spronandola a non fermarsi mai.

Salvatore ha elogiato il libro di Roberta, riconoscendo che lei ha scritto di Paolo “non come ne hanno scritto gli altri, ma come di quello che era prima di tutto tuo zio, come era prima di tutto mio fratello”. Per Salvatore, il suo sogno della Casa di Paolo “si sarebbe spento” se non ci fosse stata Roberta a portarlo avanti, perché ci voleva una “nipote di Paolo” che avesse vissuto le stesse “vicissitudini”.

La Casa di Paolo: Un Sogno Trasformato in Realtà La Casa di Paolo nasce in un luogo simbolo: la farmacia dei genitori di Paolo, Salvatore e Rita, dove Paolo e Giovanni Falcone giocavano da bambini. Salvatore ha voluto dare una risposta alla domanda che assillava Paolo: perché tanti bambini che giocavano con loro avevano preso “strade sbagliate”? La Casa di Paolo è nata per offrire ai bambini di quel quartiere la “possibilità di scegliere che tipo di vita fare”, fornendo opportunità e strumenti che altrimenti non avrebbero.

L’associazione opera a titolo completamente gratuito, offrendo doposcuola, laboratori, corsi di informatica, materiale didattico, aiuti alimentari, borse di studio e viaggi (persino in Inghilterra, Toscana, Alto Adige). La Casa di Paolo si auto-finanzia tramite donazioni e il lavoro di volontari, senza accettare alcun fondo dallo Stato. Questa scelta è dettata dalla volontà di mantenere la schiena dritta e la testa alta nel chiedere la verità sulla strage di Via D’Amelio, che ritengono una “strage di stato”, senza trovarsi in una posizione di “riconoscenza” che potrebbe attenuare i toni.

Numerose sono le storie di successo, come quella di un ragazzo, che dopo un percorso in carcere e comunità, ha deciso di cambiare vita ispirato dalle parole di Vincenzo Agostino (il padre di Nino Agostino, poliziotto ucciso con la moglie incinta). Questo ha trovato nella Casa di Paolo un punto di riferimento, tanto da ottenerne le chiavi e, persino in carcere, ha difeso l’onore di Paolo Borsellino.

Il quartiere, ha raccontato Roberta, ha accolto la Casa di Paolo come qualcosa di proprio, sentendosi “orgogliosi” del ritorno della famiglia Borsellino in quel luogo. In dieci anni, non c’è mai stata “né minaccia né atto intimidatorio”, segno dell’affetto e della protezione della comunità, che vede la Casa di Paolo come un luogo sicuro dove i loro bambini possono crescere in modo diverso. Anche un episodio di furto di una cassetta delle donazioni da parte di un bambino si è risolto con la restituzione spontanea del maltolto, dimostrando come il bambino avesse capito che “quella in qualche modo era casa sua”.

La Casa di Paolo collabora anche con il Tribunale di Sorveglianza di Palermo per progetti di “messa alla prova”, offrendo lavori socialmente utili a persone che hanno commesso reati minori. Molti di loro, dopo il percorso, sono rimasti come volontari, riconoscendo di aver trovato nella Casa di Paolo un’opportunità di riscatto.

Il Simbolo del Cucchiaino Roberta ha spiegato la metafora del “cucchiaino”: la sua battaglia per la verità e la giustizia contro la mafia e “ben altro” è come “svuotare il mare con un cucchiaino”. Ma, ha detto, “se questo cucchiaino lo prendi in mano pure tu già ci mettiamo la metà del tempo”. È un invito all’azione collettiva, a credere che “chiunque di noi può fare qualcosa”. Tutti coloro che visitano la Casa di Paolo ricevono in dono questi “cucchiaini preziosissimi”, scritti dai bambini.

Nutrimento per l’Anima e la Resistenza Quotidiana Uno dei momenti più commoventi della serata è stato l’intervento di una maestra che era tra il pubblico, che ha definito la storia di Roberta e della Casa di Paolo un “nutrimento” per lei, i suoi figli e i bambini che segue, molti dei quali con storie difficili di guerra e sradicamento. Ha sottolineato la difficoltà di trovare “eroi” e “persone per bene” in un mondo che porta i bambini a conoscere la violenza e la separazione. Ha ringraziato Roberta per aver trasformato un “dolore enorme” in una fonte di valori per tutti, ricordando che “i valori si raccontano con le persone”.

Salvatore, alla fine, ha ribadito la sua visione umile: “io sono soltanto una scintilla”. Ha detto che questa scintilla “si sarebbe spenta” se non ci fosse stato il “carburante” delle persone, dei volontari e di Roberta stessa, che hanno fatto sì che il suo sogno continuasse.

L’incontro si è concluso con l’invito a sostenere l’autofinanziamento tramite i libri di Roberta e le Agende Rosse, simbolo della ricerca di verità e giustizia. Le agende speciali, rilegate da ragazzi con disabilità di Vergata (BO) e regalate a Salvatore Borsellino, sono un ulteriore esempio di come la memoria di Paolo viva attraverso la solidarietà e l’impegno collettivo.

È stato un pomeriggio che ha dimostrato come la memoria non sia retorica, ma una forza viva, capace di ispirare resistenza, giustizia e speranza in ogni singolo “cucchiaino” che si aggiunge a svuotare il mare.

Si ringraziano per l’organizzazione il gruppo Agende Rosse “Peppino Impastato e Susanna Crispino” e l’Anpi Niguarda.

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