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È sempre Carnevale

Farla franca o quasi. Un interessante pezzo di Enrico Bellavia, su Micromega (“E se Calogero Picciotto…”, 5/1999) metteva a confronto le difficoltà nel condannare Andreotti, nonostante la mole impressionante di fatti accertati, con la disinvoltura con la quale furono all’opposto condannati all’ergastolo due presunti mafiosi, dando per scontata l’attendibilità di testimoni oculari tanto dubbi da contarne uno perfino cieco.

Quest’ultima vicenda, protagonista Marcello Dell’Utri, potrebbe dunque essere l’ennesima rappresentazione del copione dell’occhio di riguardo dovuto a chi ha la fortuna di trovarsi in una certa posizione, ma è il modo con il quale si è giunti alla riproposizione del processo di secondo grado a lasciare più di una perplessità.

Proviamo ad ignorare le discutibili dichiarazioni di Iacoviello sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa, cui ha egregiamente risposto Ingroia sul Fatto Quotidiano, e analizziamo invece le eccezioni espresse dallo stesso procuratore generale nella requisitoria: è stato chiesto l’annullamento per l’evidenza di gravi lacune nelle motivazioni della sentenza di appello.

E se anche Gioacchino Genchi, decisamente lontano dalle posizioni di Dell’Utri, era stato facile profeta nel prevedere la doverosa bocciatura della sentenza di secondo grado, sarebbe interessante sapere come sia potuto succedere che un processo tanto delicato abbia sortito un giudizio in appello così tanto attaccabile.

E chi ha redatto quella sentenza così lacunosa? Marco Travaglio aveva scritto, alla vigilia della condanna in secondo grado a Dell’Utri, che “la Corte non fa mistero di una gran voglia di assolverlo, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui ha rigettato quasi tutte le richieste dell’accusa”. Giuseppe LoBianco e Sandra Rizza raccontarono poi, sul Fatto Quotidiano, le vicende dei figli del presidente della Corte, Claudio Dall’Acqua: l’uno, Riccardo, architetto di “Abitalia”, collegata a “Aedilia Venusta”, azienda espulsa da Confindustria per mafia e il cui titolare fu arrestato per riciclaggio, e l’altro, Fabrizio, commissario generale del comune di Palermo, per nomina fiduciaria del sindaco PdL Diego Cammarata (molto legato a Micicché, a sua volta vicino a Dell’Utri). Accuse tanto gravi che il Csm decise di aprire una “pratica a tutela” in favore dei magistrati, che, a dispetto delle parole di Travaglio e della cronaca sui figli del presidente, condannarono comunque il senatore Dell’Utri a sette anni.

Ora però, con la requisitoria di Iacoviello e con il conseguente pronunciamento della Corte di Cassazione, si scopre che quella sentenza, anche se di condanna, è da invalidare e salverà probabilmente il fondatore di Forza Italia dal carcere.

L’annullamento della sentenza di appello causerà infatti la ripetizione di parti del processo e, pur volendo ignorare l’eventualità della prescrizione (di cui, affermano gli avvocati, pare Dell’Utri non si voglia avvalere), il senatore, classe 1941, sarà probabilmente già ultrasettantacinquenne al momento della sentenza definitiva e, dunque, sconterebbe a casa sua un’eventuale pena, sempre che non preferisca un esilio dorato (o, meglio, una latitanza) ad Hammamet o a Panama.

Insomma, che si tratti di Andreotti, di Mannino o di Dell’Utri, si potrebbe proprio dire che, in un modo o nell’altro, è sempre Carnevale.

da: NuovaSocietà.it

 

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