Mi ero appena rinsavito ed ecco che la strage di Capaci mi fece di nuovo sprofondare nel regno ipogeo. Le ferite lancinanti per aver perso i miei migliori amici erano li a testimoniare tutta la mia fragilità di uomo. La morte di Lillo, Roberto, Beppe, Ninni e Natale (tutti miei colleghi della Mobile palermitana) squarciarono la mia anima, non ero più io e giunsi a rinnegare il mio lavoro di contrasto contro Cosa nostra. No! Era davvero troppo. Dopo aver visto i cadaveri di Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e Rocco Chinnici m’ero convinto che questo Paese era un Paese di ciechi e sordi: una Nazione variopinta in mano ad imbelli soggetti che la governavano ad uso e consumo privato e non nell’interesse supremo del Popolo. E quando dopo qualche anno la mia anima cominciava a quietarsi, quando la mia mente riacquistava, seppure parzialmente, il discernimento del bene sul male, ecco che una telefonata mi fece ripiombare nuovamente nell’agone tra me e la mafia. Dovevo assistere Giovanni Falcone agli interrogatori di un nuovo pentito di Cosa nostra, del quale conoscevo ogni minuzia della sua vita. ‘Presente’, risposi! Non potevo rifiutarmi, i miei Amici andati non avrebbero capito il mio diniego colmo di solitudine e dramma. Ripresi la disputa contro Cosa nostra, con maggior vigore di prima. Conclusi il mio lavoro e salutai Falcone, per abbracciarlo dopo qualche mese in occasione di un altro interrogatorio.
Smisi di sognare e vidi con nitidezza i vari attori travestiti con abiti istituzionali che ancora oggi puzzano di compromesso e promiscuità coi boss mafiosi. Ci fu persino il ministro Mancino che candidamente dichiarò di non conoscere Paolo Borsellino e di non averlo mai incontrato, salvo poi rettificare. Una dichiarazione davvero inquietante, visto che Paolo Borsellino, insieme a Giovanni Falcone, aveva istruito il maxi-processo di Palermo. Eppoi, tutti i mass media, avevano dato risalto all’incarico di Borsellino per la strage di Capaci. Solo lui non lo conosceva, allora mi chiedo: come poteva Mancino fare il ministro dell’Interno se non era in grado di conoscere la realtà del Paese? E che dire degli esemplari individui che vigliaccamente affondarono le proprie mani nel corpo martoriato di Paolo Borsellino per rubargli l’Agenda rossa? Ieri ho scritto: “Nessuna mano violenta potrà mai fermare la mia sete di verità sulle stragi mafiose del 92/93. Se ciò dovesse accadere, altri continueranno ad avere sete ed è questa la forza che mi consente di urlare: Giustizia per i nostri caduti. Quando otterrò Giustizia, ricomincerò di nuovo a sognare”.
Pippo Giordano

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