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Domiciliari illegittimi, torna in carcere Gerlando Alberti Jr

E’ illegittimo il provvedimento di arresti domiciliari per il boss mafioso Gerlando Alberti junior, l’assassino di Graziella Campagna. Una misura emessa per 8 mesi, nel dicembre scorso, dal Tribunale di sorveglianza di Bologna. Lo ha stabilito ieri la prima sezione penale della Cassazione che ha annullato, con rinvio, la decisione dei giudici bolognesi presa per motivi di salute. Il boss, in attesa di un nuovo pronunciamento, secondo l’avvocato Fabio Repici, legale di parte civile, dovrà tornare in carcere e a Il Fatto ricorda che “i familiari di Graziella Campagna avevano sostenuto fin dal primo momento che quella scarcerazione fosse illegittima”. Poi l’avvocato polemizza con alcune toghe: ”Sarebbe bene che ci ripensassero quei magistrati che diedero solidarietà al tribunale di sorveglianza di Bologna. Mi auguro che finalmente la parola garantismo significhi applicazione corretta delle leggi e non carceri da svuotare ”.


Quel provvedimento ha scatenato le polemiche di diversi familiari delle vittime di mafia e il ricorso della Procura generale di Bologna che ha evidenziato la mancanza di una perizia d’ufficio sulle effettive condizioni di salute del mafioso. I giudici si sono basati sulle cartelle cliniche prodotte dalla difesa e dal carcere di Parma dove Alberti junior era detenuto, così come il boss della ‘ndrangheta, Roberto Pannunzi, evaso dopo un altro provvedimento simile. Lo stesso penitenziario dove tentò di essere trasferito il finto stalliere di Arcore, Vittorio Mangano. I giudici bolognesi hanno giustificato i domiciliari per Alberti jr. anche con la mancanza delle scorte necessarie per il trasferimento del boss ergastolano in ospedale ogni volta che doveva fare esami diagnostici. Inoltre lo hanno rispedito nella sua casa di Falcone (in provincia di Messina) perché “il condannato risulta avere goduto di licenze in epoca recente senza mai incorrere in trasgressioni . . .”.

Alberti jr. è stato condannato definitivamente all’ergastolo perché ha ucciso Graziella Campagna nel timore di essere smascherato. Allora era latitante nel messinese. La ragazza diciassettenne lavorava in una lavanderia a Villafranca Tirrena e per caso scoprì che un cliente, conosciuto come l’ingegnere Cannata, era in realtà il mafioso ricercato. Graziella fu uccisa il 12 dicembre dell’85, per la sua morte è stata fatta giustizia appena un anno fa, dopo quasi 25 anni. Il processo è stato lungo e travagliato. Di mezzo c’è anche un proscioglimento per Alberti e per l’altro assassino, Giovanni Sutera, nel ’90. La Procura di Messina riapre le indagini nel ’96 grazie ad alcuni collaboratori di giustizia e a una fondamentale registrazione (in base al ddl intercettazioni sarebbe illegale) di Piero Campagna, uno dei fratelli della vittima. Alberti junior, nuovamente arrestato, riesce a farsi trasferire al centro minorati fisici del carcere di Parma dove c’era già lo zio capo mafia. L’11 dicembre del 2004, lo stesso giorno in cui Marcello dell’Utri viene condannato a Palermo a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, a Messina Alberti junior e Sutera sono condannati all’ergastolo per l’omicidio Campagna. La motivazione di quella sentenza sarà depositata in ritardo e Alberti jr. seguirà il processo d’appello da uomo libero (per decorrenza dei termini della carcerazione) in aula, vicino alla famiglia di Graziella. In secondo grado, il 18 marzo del 2008, viene confermato l’ergastolo. L’anno dopo c’è la sentenza definitiva della Cassazione. Alberti jr, che si trovava a Falcone, va nel carcere più vicino, a Messina. Poi, incredibilmente, viene trasferito in quello di Parma, nonostante nel ’97 il pentito Vincenzo La Piana, cognato del boss, avesse rivelato che quel carcere era ambito dai suoi parenti mafiosi e che le asserite patologie (all’epoca) di Gerlandi Alberti junior erano false.

Il pentito aveva testimoniato anche al processo Dell’Utri dove rivelò che, dopo aver incontrato il senatore, si fece carico di far trasferire Vittorio Mangano nel carcere di Parma, grazie a personaggi che avevano entrature al ministero della Giustizia. Gli stessi attraverso i quali era riuscito a inviare a Parma Alberti senior e junior. Ma per Mangano non sarà possibile. Sempre a Parma, era detenuto un importante boss della ‘ndrangheta, Roberto Pannunzi, ora latitante. Nel maggio 2009 il Tribunale di sorveglianza di Bologna, in base alla cartella clinica del penitenziario, ha concesso il trasferimento in una struttura ospedaliera per gravi problemi cardiaci. I giudici avevano indicato il policlinico romano di Tor Vergata. Pannunzi però è andato alla clinica “Villa Sandra”, da dove è evaso a metà marzo scorso. Gli investigatori se ne sono accorti all’inizio di aprile. Nonostante la sua caratura criminale, è considerato un mediatore tra le cosche calabresi, siciliane e i narcotrafficanti, Pannunzi a Roma aveva soltanto una sorveglianza saltuaria. Si aspettano chiarimenti forti e chiari dal ministero della Giustizia.

Antonella Mascali (il Fatto Quotidiano, 14 maggio 2010)


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