Non si sa cosa gli comunicò o gli propose Mancino il giono 1° Luglio, alle ore 19, nel corso dell’incontro, testimoniato da quanto scrisse lo stesso Paolo nella sua agenda grigia, per provocare la reazione di Paolo testiminiata da Gaspare Mutolo quando il Giudice rientrò da quell’incontro.
Non si sa, e forse mai riusciremo a sapere, se non sarà accettato il ricorso in Cassazione della Procura di Caltanissetta avverso l’assoluzione del Capitano Arcangioli, se quest’ultimo, una volta prelevata dalla macchina del Giudice Borsellino la borsa di cuoio contente l’agenda rossa, abbia poi consegnato la stessa agenda a qualcuno in attesa in Via dell’ Autonomia Siciliana, dove terminano la serie di sequenze fotografiche e video che lo ritraggono mentre si allontana speditamente e con aria decisa, dal luogo della strage, per nulla turbato, almeno a giudicare dalle sequenza forografiche, dal sangue e dai brandelli di carne che aveva dovuto calpestare.
Non si sanno i motivi per cui in Via D’Amelio non era stato predisposto il divieto di sosta, quasi a facilitare il compito di chi avesse intenzione di predisporre la strage in quello che era sicuramente, e diversamente da quanto affermano le varie autorità preposte e poi premiate con il trasferimeto e la contemporanea promozione a incarichi più prestigiosi, un obiettivo a rischio per l’abitudine del Giudice ad andare a trovare la madre almeno due o tre volte la settimana.
Non sia sa perchè lo stesso Pietro Giammanco gli comunicò solo quel giorno quella delega per condurre in prima persona le indagini in corso a Palermo che fino a quel momento gli aveva negato e perchè lo fece solo dopo aver saputo da una informativa, non comunicata a Paolo, che era arrivato a Palermo il carico di tritolo necessario per l’attentato che lo avrebbe eliminato.
Non si sa perchè per Paolo non venne mai organizzato un servizio di scorta adeguato nonostante le richieste, fino al giorno prima della strage, degli stessi componenti delle scorte che si erano offerti di organizzarlo in maniera adeguata a fronte dell’evidente inefficienza, dal punto di vista dei mezzi e dell’addestramento non certo del coraggio e dall’abnegazione, di chi è stato volutamernte mandato a sacrificare la propria vita insieme a lui e a difenderlo facendo uso solamente del proprio corpo.
Sono passati quasi 16 anni come mi ha raccontato il Dott. Romano De Grazia, insieme al quale ho avuto l’onore di partecipare a un incontro in Calabria, a Petronà, da quando per la prima volta è stato depositato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare che permetterebbe di risolere nella maniera più semplice un paradosso giuridico che vieta ai sottoposti alla misura di prevenzione di sorveglianza speciale perchè indiziati di appartenere alla mafia o ad altre organizzazioni criminali, di esercitare il diritto di voto con sentendogli tuttavia di svolgere propaganda elettorale.
E’ evidente come ciò favorisca i perversi interessi esistenti e spesso accertati tra criminalità organizzata e uomini politici ad essa legati, ma nonostante si tratti di un provvedimento semplice, a costo zero e dai molteplici effetti positivi come dimostrato dalla documentazione che il Magistrato mi ha fornito e che riporto di seguito, non si è mai arrivati a discutere il disegno di legge in alula e a farlo diventare legge dello stao.
Sembrano argomenti diversi ma sono legati da un unica causa che entrambi li origina, cioè la mancata volontà autonoma dello Stato Italiano di combattere in maniera costante, determinata e decisa, la criminalità organizzata e questo a causa dei complessi intrecci che legano quest’ultima alla nostra clase politica e a tutte le altre “entita” deviate che minano alle radici la nostra democrazia.
E’ quanto denunncia Giancarlo Caselli in un commento all’ultimo libro di Saverio Lodato in un altro post di questo sito quanfo, riferendo le parole di Salvatore Lupo sostiene una verità che è di solito occultata, cioè come non si possa dire che “i risultati nel contrasto alla mafia siano stati ottenuti dallo Stato, che anzi ha ampiamente ostacolato il lavoro svolto da altri. Quei risultati sono frutto di un gruppo composto di rappresentanti dell’opinione pubblica, di uomini delle istituzioni e di uomini della politica, probabilmente minoritario in tutti e tre i settori; che tuttavia – pur col suo peso ridotto – ha ottenuto quella che Lupo definisce «una grande vittoria», la dimostrazione che la mafia si può sconfiggere, almeno ciclicamente. Se la sconfitta non è stata definitiva, ciò è dipeso anche dal fatto che ad un certo punto l’isolamento – invece che verso Cosa nostra – si è indirizzato verso coloro che cercavano di contrastarla“.
A completamento della documentazione su progetto di legge riporto anche due articoli di Vittorio Grevi che, a distanza di ben 13 anni continuano a parlare di questo progetto di legge ad orecchie che purtroppo non possono o non vogliono sentire.
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“Centro Studi Regionale “Giuseppe LAZZATI”
Presidente: Prof.ssa Nero Provengano
Art.1
Alle persone indiziate di appartenere ad associazioni di tipo mafioso, alla camorra o ad altre associazioni comunque localmente denominate che perseguono finalità o agiscono con metodi corrispondenti a quelle delle associazioni di tipo mafioso, sottoposte alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è fatto divivieto di svolgere propaganda elettorale in favore o in pregiudizio di candidati e simboli, con qualsiasi mezzo, direttamente o indirettamente.
Art. 2
Il sottoposto a sorbeglianza speciale di p.s. e che, trovandosi nelle condizioni di cui all’art.1, propone o accetta di svolgere attività di propaganda elettorale, e il candidato che la richiede o in qualsiasi modo la sollecita sono puniti con la reclusione da uno a sei anni.
Art. 3
Con la sentenza di condanna il Tribunale dichiara il candidato inelleggibile per un tempo non inferiore a cinque ani e non superiore a dieci e, se eletto, l’organo di appartenenza ne dichiara la decadenza.
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6) Lo strumento normativo proposto è più efficace della normativa allo stato vigente in quanto :
– lo scioglimento dell’assemblea elettiva è provvedimento generalizzato e per questo iniquo, penalizzando l’immagine dell’intera comunità e coloro che sono stati liberamente e democraticamente eletti;
– consente a forze dell’ordine e ad inquirenti di intervenire al momento della raccolta del consenso, evitando poi l’adozionne del provvedimento dell scioglimento;
– fa riferimento al mero ed accertabile fatto dell’attività di propaganda da parte di persona indiziata di appartenenza ad associazione mafiosa e per tale ragione sottoposta a misura di sorveglianza speciale, è pertanto più efficiente della normativa del voto di scambio, la cui concreta applicazione è condizionata dall’acquisizione della prova circa le ragioni e l’utilità reciproche che hanno indotto politico e malavitoso a raggiungere l’accordo elettorale, prova questa difficile da acquisire in materia di delitti di mafia e, comunque, generalmente, a volte acquisita a distanza di tempo, con nessuna incidenza, quindi, sulla competizione elettorale in occasione della quale il fatto è avvenuto.
A) – Il Concetto di attività di propaganda elettorale non puù fare assolutamente riferimento al singolo atto di esortazione al voto per un candidato o un simbolo, come da qualche parte pretestualmte si tenta di far credere.
Attività di propaganda comporta concettualmente una molteplicità di atti, con predospizione a tal fine di persone e mezzi e cioè di una struttura elettorale;
B) – consegue che il sorvegliato speciale può svolgere “direttamente” cioè personalmente o “indirettamente” a mezzo di terze persone tale attiività di propganda e queste rispondono del reato a titolo di concorso ex art. 110 c.p.
C) – oltre alla sanzone penale, per il candidato sono previste ineleggibilità e decadenza, provvedimenti adottati a seguito di sentenza di condanna passata ingiudicata (in caso di ineleggibilità dal Tribunale precedete; in caso di decadenza dall’organo parlamentare di appartenza del candidato eletto.
D) – Nel giudizio le regole sono quelle sancite dal codice di procedura penale ed è sempre la Pubblica Accusa che deve provare materialità storica del reato ed elemento psicologico, sicchè non vale assolutamente l’ipotesi, pretestuosamente prospettata, di chi, per danneggiare un candidato o un simbolo, faccia rinvenire nella disponibilità del sorvegliato speciale o di un suo collaboratore, materiale elettorale appartenente a detto candidato.
Lo strumento proposto mira, pertanto, a recidere alle origini (al mometo elettorale) questo intreccio perverso fra politica e malaffare, togliendo la politica ai delinquenti e la delinquenza ai politici di pochi scrupoli, a qualunque schieramento appartengano.
POLITICA E MALAFFARE
di Vittorio Grevi
Col che si verrebbe a incidere su uno dei nodi cruciali nei delicati rapporti tra politica e malaffare, che in diverse regioni d’ Italia proiettano ombra nefasta sulle istituzioni democratiche.
Non può non stupire, in realtà, che le persone sottoposte a sorveglianza speciale di polizia in forza di apposito decreto del tribunale (tali, per esempio, gli indiziati di appartenere alla mafia o ad altre organizzazioni similari) siano per legge private dell’elettorato attivo e passivo, ma rimangano del tutto libere di svolgere propaganda elettorale e quindi di esercitare una loro influenza sul terreno politico.
Circostanza questa che offre alle stesse persone ampi spazi di pressione, soprattutto nei piccoli centri, sugli orientamenti dell’elettorato. E poichè si tratta di persone riconosciute socialmente pericolose è fin troppo evidente come, in ipotesi del genere (si pensi, soprattutto, in certe zone, ai fiancheggiatori di guppi mafiosi), possano risultarne favoriti perversi intrecci di interesse tra le medesime e gli uomini politici a esse elegati,
E’ questo, per l’appunto, ciò che la proposta di legge vuole evitare, avendo evidentemente lo sguardo rivolt a situazioni concrete di reciprococondizionamento tra piccoli o grandi boss del malaffare e uomini politici eletti grazie alla “protezione” dei primi, ovvero successivamente bisognosi del loro appoggio, che sarebbe difficile immaginare disinteressato. Sembra poco, ma si tratta di una proposta importante, che mira a colmare una lacuna del sistema, assicurando una più efficace tutela della trasparenza nella vita politica. Ed è sintomatico che l’iniziativa provenga da un Centro studi calabrese che si richiama al nome di Giuseppe Lazzati, il non dimenticato rettore dell’ Università Cattolica di Milano eal suo impegno civile e di pulizia morale.
********* Corriere della Sera – 15 Ottobre 2006
Sospetti di mafia ed elezioni inquinate
di Vittorio Grevi
La via per affrontare e risolvere questi gravi problemi è quella indicata da Prodi quando ha promesso un “piano sistemico” e “di lungo periodo”” contro la criminalità organizzata. Allo scopo è certo importante la prospettiva della repressione dei più gravi delitti (oltrechè di quella fascia di illecità minore che spesso ne costituisce il corollario), ed è quindi essenziale che vengano assicurate le necessarie risorse di uomini e di mezzi. Senonchè è altrettanto importante la prospettiva volta all’affermazione del primato della legalità, come costume di vita e come regola di comportamento. E ciò alla luce della consapevolezza, sempre più diffusa anche tra i giovani (è difficile dimenticare la magnifica testimonianza offerta l’anno scorso dai ragazzi di Locri), che il valore della legalità, in quanto presupposto della sicurezza, rappresenta una condizione imprescindibile per lo sviluppo economico e per il progresso sociale delle zone infestate dall’ipoteca dei poteri criminali.
Quanto agli intrecci perversi tra criminalità organizzata e politica, sullo sfondo dei quali è maturato anche il delitto Fortugno, tra le altre possibili inziative suscita grande interesse quella proposta dal centro studi “Giuseppe Lazzati” di Lamezia Terme, e dal suo fondatore Romano De Grazia, diretta a sancire il “divieto di propaganda elettorale” a carico dei soggetti sottopsti a sorveglianza speciale di polizia (tali, per esempio gli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose), pertanto già a oggi privati dell’elettorato attivo e passivo.
Una iniziativa sostenuta anche dall’intero consiglio regionale della Calabria che si è tradotta negli ultimi mesi in diverse identiche proposte di legge, sottoscritte dai parlamentari di tutti gli schieramenti a dimostrazione di un’esigenza sentita e largamente condivisa, dinanzi al rischio di interferenze mafioe sul terreno politico-elettorale. Se si volesse basterebbero pochi giorni perchè tali proposte diventassero legge (a costo zero), e così si offirebbe un segnale importante nel contrasto dello Stato contro ogni subdolo rapporto tra politica e ambienti criminali.

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