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Dietro la morte di Bruno Caccia l’ombra di mafia e servizi segreti

di Giuseppe Caruso – 12 febbraio 2014

Chi ha ucciso Bruno Caccia? A trent’anni dalla maorte dell’allora Procuratore capo di Torino, l’unico omicidio eccellente attribuito all ‘ndrangheta nel nord d’Italia, i tre figli del magistratio chiedono che sia fatta chiarezza. Paola Caccia, una delle figlie, racconta di come la famiglia ‘si augura finalmente di arrivare alla verità su quanto avvenne il 26 giugno del 1983 e su tutti i responsabili della morte di mio padre. La procura di Milano ha il dovere di andare fino in fondo a questa vicenda’. I figli di Caccia hanno affidato all’avvocato Fabio Repici le indagini difensive che hanno portato alla stesura di un esposto presentato alla procura meneghina.
La storia ufficiale racconta che per l’omicidio del magistrato è stato condannato nel 1992, in via definitiva, Domenico Belfiore, boss della ‘ndrangheta, in qualità di unico mandante. I Belfiore sono una ‘ndrina di Gioia Tauro che negli anni settanta iniziò un’opera di colonizzazione di Torino e provincia. Nella sentenza di Cassazione, che confermò quella di primo grado, è scritto che Domenico Belfiore volle l’uccisione di Caccia in quanto ‘non avvicinabile’. Una motivazione piuttosto singolare, considerando come la ‘ndrangheta al nord non abbia mai colpito nemmeno quei magistrati che ne hanno incarcerato i vertici. Invece nel caso di Caccia sarebbe bastato il solo fatto di ‘non essere avvicinabile’. E gli esecutori materiali? Mai trovati.
Ma singolare è anche il modo in cui si è arrivvati alla verità giudiziaria, come è puntualmente ricostruito nell’esposto. Il processo iniziale, sostenuto dalla procura milanese e che all’inizio vedeva imputati Domenico Belfiore e alcuni dei suoi uomini, si basava principalmente sulle dichiarazioni rese da Francesco Miano, mafioso, fratello del più celebre Jimmy, a capo dei cursoti catatnesi che tra gli anni settanta ed ottanta operavano tra Milano e Torino. Francesco Miano era stato attivato da un funzionario del Sisde (servizio segreto civile, oggi Aisi ndr) all’interno del centro clinico del carcere di Torino, dove era stato trasferito una decina di giorni dopo l’omicidio Caccia per raccogliere le confidenze del boss Domenico Belfiore. Nell’autunno del 1984 Miano decise ufficialmente di collaborare con la giustizia e le sue dichiarazioni divennero la prova fondamentale contro lo stesso Belfiore.
Venticinque anni dopo, siamo nel 2009, viene effettuata un’intercettazione telefonica ai danni del magistrato Olindo Canali, pm di Barcellona Pozzo di Gotto, indagato dalla procura di Reggio Calabria per falsa testimonianza aggravata. Durante la conversazione, Canali fa un riferimento all’avvocato Rosario Pio Cattafi, condannato in primo grado a Messina come capo della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, ed indicato da alcuni collaboratori di giustizia come uomo di collegamento tra mafia, politica, massoneria ed ambienti dei sefizi segreti. Cattafi, in gioventù appartenente a gruppi eversivi neofascisti, è un nome sempre più ricorrente nei rapporti tra criminalità organizzata e spezzoni (deviati o meno) dello Stato. Nell’intercettazione telefonica Canali dice: ‘Quel Saro Cattafi in cui trovammo in casa la rivedicazione dell’omicidio Caccia fatta dalle Brigate Rosse, che in realtà poi sappiamo fu ucciso dai calabresi e dai catanesi’.
Il riferimento è al tentativo di depistaggio avvenuto subito dopo l’omicidio Caccia, con diverse rivendicazioni a nome delle Br. Ma come faceva Canali a conoscere dettagli di questo tipo mai emersi nei processi? A metà degli anni ottanta era stato uditore giudiziario del pm milanese Francesco Di Maggio, titolare delle indagini sull’omicidio Caccia. La perquisizione, nel maggio del 1984, avvenne nell’ambito di un procedimento a carico dello stesso Cattafi per il sequestro dell’industriale Giuseppe Agrati. Negli atti è possibile leggere le dichiarazioni di Enrico Mezzani, sedicente emissario del Sisde, che raccontò come Cattafi diede ‘una spiegazione dall’interno dell’omicidio del procuratore di Torino, il magistrato Bruno Caccia’.
Mezza, prima dell’omicidio, aveva raccolto informazioni sulla criminalità del Nord Italia sotto il controllo del tenente colonnello della Guardia di Finanza, Michele Bertella, in servizio presso il nucleo di polizia tributaria di Alessandria. La raccolta delle informazioni portò a stabilire il movente dell’omicidio Caccia, vale a dire le indagini che in quel periodo la procura di Torino aveva avviato sul casinò di Saint Vincent. E prorpio in quelle settimane era aperta la gara di aggiudicazione della gestione del casinò di San Remo. Gara a cui prese parte una cordata mafiosa di cui faceva parte Benedetto Santapaola, personaggio legato a doppio filo a Rosario Cattafi. Senza dimenticare come nel febbraio del 1983 l’inchiesta iniziata con il così detto ‘Blitz di San Valentino’ ai danni di mafiosi e colletti bianchi, aveva portato alla luce gli interessi dei clan dei casinò di San Remo, Saint Vincent e Campione d’Italia. Le informazioni acquisite da Mezzani, furono riversate in un dossier, che aveva come fonte principale Rosario Cattafi e che diventerà il primo spunto dell’inchiesta del pm Di Maggio. Poi arriveranno le dichiarazioni di Francesco Miano, che faranno scendere il velo su qualsiasi altra pista.
Nell’esposto viene anche ricordato come un coraggioso pretore di Aosta, Giovanni Selis, nel dicembre del 1982 titolare di un’indagine sul casinò di Saint Vincent, rimase vittima di un attentato che mai ci si sarebbe aspettati in quel contesto: un’autobomba. Il lavoro di ricostruzione svolto dall’avvocato Repici suggerisce anche l’identità di uno dei killer di Bruno Caccia. Si tratta di un personaggio legato al clan catanese di Angelo Epaminonda detto il Tebano (a sua volta legato a Santapaola) ed ai calabresi di Torino. Una persona oggi incredibilmente libera, sebbene sia stata condannata per reati gravissimi.

Giuseppe Caruso (L’Unità, 12 febbraio 2014)

‘Bruno Caccia, una storia ancora da scrivere’ – Milano, 17 febbraio 2014


di Redazione 19luglio1992.com – 9 febbraio 2014

Lunedì 17 febbraio 2014 sarà presentato a Milano il documentario BRUNO CACCIA Una storia ancora da scrivere (autori Elena Ciccarello e Davide Pecorelli; regia e montaggio di Christian Nasi, produzione a cura di Libera Piemonte e Acmos). La presentazione avrà luogo alle ore 20:45 in Via Borgogna 3.
Interranno: Nando dalla Chiesa (presidente onorario di Libera), Mario Portanova (giornalista de Il Fatto Quotidiano) e Fabio Repici (legale della famiglia Caccia). Saranno presenti gli autori.

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Redazione 19luglio1992.com


 
 
Un viaggio per ricostruire la storia di Bruno Caccia, Procuratore Capo di Torino, ucciso il 26 giugno del 1983. Dopo trent’anni dall’omicidio esiste un unico colpevole: Domenico Belfiore, ritenuto dalla Giustizia il mandante dell’assassinio.
Partendo dalla richiesta dei figli, che dopo 30 anni chiedono che sia fatta chiarezza attorno all’esecuzione del padre, il documentario ricostruisce – attraverso la voce dei protagonisti di quegli anni – il contesto di Torino, le inchieste più scomode condotte da Bruno Caccia e gli scenari inediti e inesplorati che evidenziano altri interessi dietro l’eliminazione del magistrato, oltre a quelli di Domenico Belfiore e della ‘ndrangheta.
Il documentario ( autori Elena Ciccarello e Davide Pecorelli; regia e montaggio di Christian Nasi) è prodotto da Libera Piemonte e Acmos – See more at: http://www.narcomafie.it/2013/06/25/bruno-caccia-una-storia-ancora-da-scrivere-video/#sthash.vCkMi2J9.dpuf
Un viaggio per ricostruire la storia di Bruno Caccia, Procuratore Capo di Torino, ucciso il 26 giugno del 1983. Dopo trent’anni dall’omicidio esiste un unico colpevole: Domenico Belfiore, ritenuto dalla Giustizia il mandante dell’assassinio.
Partendo dalla richiesta dei figli, che dopo 30 anni chiedono che sia fatta chiarezza attorno all’esecuzione del padre, il documentario ricostruisce – attraverso la voce dei protagonisti di quegli anni – il contesto di Torino, le inchieste più scomode condotte da Bruno Caccia e gli scenari inediti e inesplorati che evidenziano altri interessi dietro l’eliminazione del magistrato, oltre a quelli di Domenico Belfiore e della ‘ndrangheta.
Il documentario ( autori Elena Ciccarello e Davide Pecorelli; regia e montaggio di Christian Nasi) è prodotto da Libera Piemonte e Acmos – See more at: http://www.narcomafie.it/2013/06/25/bruno-caccia-una-storia-ancora-da-scrivere-video/#sthash.vCkMi2J9.

 

 

 


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