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Di Matteo al CSM: il furto dell’agenda rossa è l’inizio del depistaggio

18 Settembre 2018

il furto dell'agenda rossa è l'inizio del depistaggiodi Federica Giovinco

“Aspettavo da molto tempo questo momento”, esordisce così il sostituto Procuratore Nazionale Antimafia Antonino Di Matteo dinanzi alla I Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, audizione per accertare le responsabilità inerenti alle false dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, avvenuta nella giornata del 17 settembre 2018 in seduta pubblica, così come richiesto da Di Matteo. Il magistrato tiene a fare una premessa a qualsiasi punto di discussione, ossia tenere presenti “le falsità, ingiuste generalizzazioni che da tempo vengono diffuse e rilanciate con grande clamore mediatico” nei suoi confronti, afferma. Il dott. Di Matteo fornisce dati oggettivi per provare la sua estraneità alla vicenda Scarantino e, di conseguenza, ingiusta, seppur lui stesso definisce “doverosa”, convocazione al Csm. Il depistaggio non inizia con l’inizio della collaborazione di Scarantino bensì con le prove oggi ritenute false: “Quindi il depistaggio inizia nel 1992, due anni e sei mesi dopo io mi verrò ad occupare anche dei processi. Io non ho seguito completamente le prime indagini, non ho mai parlato con i magistrati che hanno seguito le prime indagini dal 1992 al 1994. Non ho mai interrogato Candura e Valenti (mafiosi coinvolti nel depistaggio), non ho mai ascoltato le intercettazioni, semplicemente perché non c’ero. Quando sono stato incaricato del primo processo Borsellino, quello che oggi è stato travolto dalla declaratoria di inutilità, io non l’ho seguito né nella fase investigativa né nella fase dibattimentale. Le dichiarazioni di Scarantino hanno portato al VIA D’AMELIO BIS ed io me ne sono occupato solo nella fase dibattimentale”.

Di Matteo vuole far sapere anche, che proprio lui, insieme agli altri PM, si è accorto nel corso del processo che l’attendibilità di Scarantino era limitata, tanto da chiedere di tenere in considerazione solo i primi tre verbali resi nel 1994. Questi i fatti che testimoniano l’estraneità di un giovane Di Matteo che, all’epoca dei fatti incriminati, non c’era ancora e, una volta incaricato, entrò a indagini concluse e ad udienza preliminare fatta, senza nemmeno conoscere il dott. La Barbera “che forse se mi incontrava nemmeno mi rivolgeva il saluto”, dice Di Matteo. Poi continua: “Nel processo VIA D’AMELIO TER, quello che ho seguito io, Scarantino non è stato nemmeno citato tra i teste dell’accusa”, quindi, legittimamente si sfoga di tutte le inesattezze che sentiamo o leggiamo oggigiorno: “Altro che processi tutti fondati sulle dichiarazioni Scarantino”, dimostrando che ci sono ben 26 condanne, tutte definitive, per concorso in strage, “non è vero che tutto è stato inutile”.

La preoccupazione che il giudice antimafia sottolinea ogni momento della sua audizione è che tutto questo spostare l’attenzione sulla vicenda Scarantino sia soltanto un modo per “bloccare quel percorso di completamento della verità proprio nel momento in cui quella verità è più vicina, soprattutto sul movente principale della strage e sulla possibilità che in quella strage abbiano avuto un ruolo ambienti esterni a cosa nostra”. Di Matteo non si preclude di fare anche il nome dell’allora imprenditore Berlusconi che, a detta di Riina, faceva parte di quella parte di Stato con la quale il suddetto boss di Corleone era in trattativa, dicendo: “sono state gettate le basi di tutto quello che oggi dovremmo approfondire però andiamo alle circostanze oggettive.” E qui si sente un mormorio dei membri della I Commissione per un problema tecnico con l’audio. “Non è vero che Brancaccio spunta con Spatuzza nel 2008, prima di Spatuzza erano stati condannati […] tutti gli uomini di punta del mandamento di Brancaccio. Questi sono dati di fatto con cui dobbiamo confrontare tutte le nostre ipotesi. Io potrei dire facilmente che escludevano Brancaccio per salvare Berlusconi e Dell’Utri, però di fatto quelle indagini avevano colpito Brancaccio”, dice Di Matteo, ma la commissione del Csm si appresta subito a ringraziare il giudice per la disponibilità e per i chiarimenti, chiudendo, così, la seduta.

Il giudice Di Matteo quindi ha spiegato molto chiaramente il motivo per cui è “falso e strumentale” accostare il suo nome a quelle vicende, ammettendo anche una cosa molto importante e, può dirsi tranquillamente, dalla portata innovativa: “Se c’è stato un depistaggio come io credo ci sia stato, questo depistaggio è iniziato UN MINUTO DOPO LO SCOPPIO DELL’ESPLOSIONE IN VIA D’AMELIO. È iniziato CON LA SOTTRAZIONE DELL’AGENDA ROSSA DEL GIUDICE”. Innovazione questa, dal momento che, dell’agenda rossa di Borsellino è sembrato non interessare mai a nessuno della gran parte di autorità coinvolte nelle indagini e nei processi. Dell’agenda rossa di Borsellino interessava solo “un minuto dopo lo scoppio”, al solo fine di impedirne il ritrovamento. Adesso che, come ha spiegato Antonino Di Matteo, si è vicinissimi alla verità COMPLETA sulla strage di via D’Amelio, “concentrare tutto sulla vicenda Scarantino, come mi pare stia avvenendo, possa impedire, bloccare, distogliere, la ricerca della verità”. E se così fosse, se davvero questa storia fosse solo un pretesto per mettere in atto un diversivo ed eludere, ancora una volta, la via della verità, il Consiglio Superiore della Magistratura, magari non rendendosi conto, lo starebbe agevolando, convocando Di Matteo per l’accertamento delle responsabilità ma tenendo a precisare, come si evince dalla registrazione dell’audizione, solo dei “chiarimenti” per applicare la legge, nello specifico l’art. 2 della Legge sulle guarentigie. Forse il problema è racchiuso in uno scenario diverso da quello dell’art. 2, perché il citato articolo non dice certamente che bisogna “processare” Di Matteo, e l’appiglio del Csm che sembra voler dire di averlo convocato per “forma”, non sembra giustificazione plausibile per quello che poi è nella sostanza: Di Matteo non ha mai avuto a che fare con il pentimento di Scarantino.

Un altro giudice noto, tale Giovanni Falcone, vittima di un processo mediatico e di una esasperata voglia di applicare addirittura un “criterio imprescindibile” da parte dell’organo di autogoverno della magistratura che, gli esperti delle carte definivano “criterio di maggiore anzianità” e quindi gli preferirono Meli, oltre a profetizzare che ad assassinarlo sarebbero state “menti raffinatissime”, lascia un’altra massima che suona di profezia: “Io dico che bisogna stare attenti a non confondere la politica con la giustizia penale. In questo modo, l’Italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba.” 

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