di Pippo Giordano – 13 novembre 2013
C’è un detto a Palermo che recita: “U putiaru abbannia zoccu avi”, il negoziante urlando reclamizza la merce che ha. Ebbene le pubbliche esternazioni di Riina, se fossero vere, direi che sono il ruggito di un leone in gabbia: un leone oramai privo di artigli. E l’episodio apparentemente estemporaneo lascia supporre che la fine dei “corleonesi”, intesi come leadership dei “viddani o peri incritati” calati a Palermo, sia giunta all’epilogo. Non voglio dire che il loro potere sia finito, ma mi riesce davvero difficile comprendere che la presa manu militari del potere su Cosa nostra da parte dei corleonesi abbia continuità, atteso che gli arresti ne hanno decimato l’intero gotha. Sono convinto che i “palermitani” si siano riappropriati di Cosa nostra. L’abbanniata di Totò Riina, quindi potrebbe avere uno specifico fine, ma potrebbe anche essere lo sfogo di una persona che ormai sa di non “contare” più nulla.
E’ atipico, direi inusuale, che un personaggio del calibro di Totò Riina si lasci sfuggire le frasi che gli vengono addebitate. Così facendo, implicitamente attesta che Cosa nostra esiste. Non è nelle mie intenzioni minimizzare le minacce, tuttavia domando a chi gioverebbe un ritorno stragista di Cosa nostra, magari con la cooperazione della ‘Ndrangheta? In passato – secondo quanto m’hanno raccontato i pentiti di mafia- di queste abbanniate Riina era sovente farle, ma le avrebbe fatte in seno alla Cupola, ordunque riservate a pochissime persone che avevano poi il potere decisionale. E se Totò Riina parlava era legge: erano decisioni senza appello. Ricordo, a proposito di Giovanni Falcone, che Riina avrebbe detto in Commissione: “A chistu ci devu runpiri li corna”. Parimenti, stessa locuzione sarebbe stata rivolta al generale dalla Chiesa, con l’aggiunta “Ma cu minchia si crede di essere”. Giova doveroso evidenziare che le supposte “ire” di Totò Riina sarebbero state abbanniate nel momento del suo grande potere. Piuttosto, e bisognerebbe tenerne debito conto, dovremmo preoccuparci degli assordanti silenzi dei fratelli Graviano e di Luchino Bagarella, cognato di Totò Riina: questo silenzio non mi piace affatto, in special modo per i pregressi rapporti politici che loro detenevano. Qualche mafiologo afferma che ancora oggi Riina sarebbe il Capo indiscusso di Cosa nostra. Ho fortissimi dubbi che ciò sia possibile: lo affermo sulla scorta di mie valutazioni, derivanti dalla conoscenza del mondo mafioso. Per esempio, lo stesso Luciano Liggio che faceva parte del “triunvirato” insieme a Michele Greco e Tano Badalamenti, dopo il suo arresto, aveva dimostrato doglianza per la perdita di potere e proprio Totò Riina, l’avrebbe invitato a più miti consigli: “Fatti u carceratu”. E così fu! E se l’abbanniata di Riina fosse un messaggio verso chi sa, verso chi aveva e doveva fare ed invero non fece nulla? In ogni caso, mi auguro che l’abbanniata sia solo un’esternazione di un 83enne.
Pippo Giordano

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