Quando l’ex 007 cercava la fiducia del neopentito. «Disse che i servizi avevano avuto parte in diversi attentati e fece riferimento all’autobomba di via D’Amelio»
La fonte di Antonio Cossidente, il padrino della calciopolì rossoblù reo confesso anche del misterioso omicidio dei coniugi Gianfredi, sarebbe quello stesso agente del Sisde che è finito al centro dell’inchiesta “Toghe lucane bis” dei pm di Catanzaro, sul complotto tra alti magistrati e militari infedeli per delegittimare il pm Henry John Woodcock e i suoi colleghi più scomodi all’estabilishment politico-imprenditoriale della “Lucania felix”.
Nicola Cervone, più conosciuto come Nikeo, aveva agganciato quel piccolo boss di provincia nel 2003, senza immaginare quello che gli sarebbe accaduto di lì a poco. Andando per ordine: Cossidente gli consegna un cd rom pieno di dati top secret trafugato da un ufficio del comando provinciale dell’Arma. Cervone lo consegna ai suoi superiori che si rivolgono a un magistrato della Dda di Potenza. Altri agenti del Sisde e poliziotti della Squadra mobile gli perquisiscono casa trovano la cassetta con la registrazione di un colloquio con quel boss semisconosciuto. La procura porta una copia della trascrizione nel fascicolo di un’inchiesta contro i clan del Vulture Melfese. Il Tribunale, com’era prevedibile, non l’ammette come prova, ma da quel momento esatto l’agente in pratica è “bruciato”. Negli ambienti della mala comincia a circolare il suo nome: chi sia, che cosa faccia, e il fatto che sia stato scaricato dai suoi stessi superiori. Cervone si sente in pericolo e abbandona i servizi segreti per un posto da cancelliere nel Tribunale di Melfi da dove emergerà di nuovo per la vicenda del “corvo” di Potenza, quello che amava firmarsi «signor Sicofante».
Sette anni dopo quel fatidico 2003 Cossidente ha iniziato a collaborare con la giustizia e ha spiegato per filo e per segno come sarebbero andate le cose. «Mi disse di essere un agente segreto e di collaborare con la Procura di Potenza». E’ quanto ha dichiarato l’ultimo boss dei basilischi il 4 novembre dell’anno scorso. Parole sulle quali prosegue la caccia di riscontri da parte degli investigatori dell’Arma e della Polizia. «Mi propose di aiutarmi chiedendomi in cambio delle informazione. Voleva farmi conoscere il suo superiore che di nome faceva Mauro, che lui chiamava il capocentro». Cervone avrebbe fatto riferimento a fondi a disposizione per ricompensare gli informatori dell’intelligence e telefoni criptati per le comunicazioni. «Mi propose anche di farmi conoscere delle persone in Sicilia». Ed è qui che il discorso arriva ai vertici delle istituzioni. «Mi disse che aveva casa a Maratea e che era amico di Angelo Sanza». Il plurideputato originario di Potenza, sottosegretario con delega speciale proprio ai servizi nel 1988 per il governo di Ciriaco De Mita.
«Più volte mi ha assicurato il suo impegno per aiutarmi soprattutto nei processi». Infine la rivelazione sul ruolo dei servizi nella strage di via D’Amelio, undici anni prima, il 19 luglio 1992, in cui morirono Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Emanuela Loi. «Quando gli obiettai che i giudici avrebbero scoperto la nostra collaborazione lui mi disse che potevano manovrare la magistratura, anzi mi disse di non meravigliarmi dei suoi rapporti con me perchè era una cosa normale che i servizi segreti avessero rapporti anche con i criminali e con la mafia». Più che semplici coincidenze, ci sono almeno un paio di circostanze che meriterebbero di essere approfondite. Infatti tra i superiori di Cervone infatti un «Mauro» ci sarebbe stato davvero, che altri non è che il colonnello Mauro Obinu, ex del Ros dei carabinieri poi passato alla guida della divisione del Sisde che si occupava della criminalità organizzata (Roc), lo stesso che è a processo davanti al Tribunale di Palermo assieme all’allora capo del Sisde, il generale Mario Mori, altro Ros, per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Quanto poi al vero capocentro della struttura dei servizi segreti civili del capoluogo lucano si affaccia sulla scena un’altra conoscenza delle ultime inchieste siciliane sulla storia parallela dell’Italia contemporanea: Lorenzo Narracci, già vice capo Sisde a Palermo negli anni delle stragi e braccio destro di Bruno Contrada. Era suo il numero di telefono sul misterioso foglietto che ritrovato sulla montagna dove Giovanni Brusca ha premuto il telecomando che fece brillare il tritolo piazzato sotto l’autostrada Palermo-Capaci che uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Ed è lui che il pentito che ha riaperto le indagini sulla strage di via D’Amelio, Gaspare Spatuzza, in un primo momento ha riconosciuto come il terzo uomo presente nel garage dove sarebbe stata confezionata l’autobomba, nei verbali del 2008 è scritto così, per poi ritrattare a distanza di qualche mese, parlando solo di una «certa somiglianza». Spatuzza è l’ex braccio destro dei boss del quartiere Brancaccio di Palermo, i fratelli Graviano, è il killer di padre Puglisi, e l’autore del rapimento del piccolo Di Matteo. Quella 127 piena di tritolo dice di averla rubata lui, e per queste dichiarazioni sei persone già condannate all’ergastolo per la strage sono stati rimessi in libertà. La notizia di questi giorni è che gli inquirenti della Procura di Caltanissetta che hanno ripreso in mano quei faldoni vecchi di quasi vent’anni sarebbero intenzionati a chiedere l’archiviazione delle accuse contro Narracci.
Quando Cossidente parla di “Mauro” si confonde o ricorda bene? Cervone gli ha mai detto quelle cose? Nel primo caso voleva forse accreditarsi stuzzicando l’immaginazione del suo nuovo informatore? «Segreto di Stato»: potrebbe dire l’ex agente del Sisde. Oppure il boss della modesta “quinta mafia” s’è inventato tutto? Ma se è così a che gioco sta giocando il vecchio capo dei basilischi? Dalla credibilità delle sue dichiarazioni dipendono diverse indagini ancora in corso, e più di qualche processo già approdato davanti al Tribunale di Potenza. E’ proprio questo che stanno ancora cercando di capire gli investigatori. Di sicuro nessuno di loro fino a un anno e mezzo fa poteva immaginare di trovarsi in una situazione così.
Leo Amato
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Di Leo Amato
POTENZA – «Narracci e qualcun altro, investigati a Palermo per fatti un po’ più delicati, dovranno un giorno spiegare tante cose a cominciare se c’è stata una faida all’interno di… se c’è stata almeno una faida all’interno dei servizi, per esempio, per cui Cervone era diventto scomodo a Potenza. Va bene? Tante cose. E io penso che ci sia stato qualcosa». Narracci è Lorenzo Narraci, ex capo del centro Sisde di Potenza, nonchè braccio destro di Bruno Contrada, ex numero tre del servizio segreto civile, passato di recente all’Aisi (agenzia per la sicurezza interna). Cervone è Nicheo Cervone l’ex 007 che nel 2003 aveva agganciato il boss dei basilischi Antonio Cossidente e per questo è stato “bruciato” dai suoi superiori. Chi parla è l’uomo della Pp, il sostituto procuratore generale di Potenza Gaetano Bonomi, il capo della presunta società segreta che negli scorsi due anni avrebbe appestato i corridoi del Palazzo di giustizia del capoluogo tramando contro i magistrati più scomodi per l’establishment lucano, sfornando dossier e inviando anonimi calunniatori come quello sulle rivelazioni del pm Henry John Woodcock. Non è soltanto un indagato, Bonomi, che si sforza di giustificare i motivi di una relazione, quella con Cervone, che è finita al centro dell’inchiesta “Toghe lucane bis” davanti al pm di Catanzaro Giuseppe Borrelli. Quando parla dell’inizio di tutta questa vicenda, Bonomi è un testimone privilegiato dell’accadutoe persino il suo accusatore sembra dargliene conto. Davanti a un altro indagato eccellente, l’ex procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, è proprio Borrelli a cercare di ricostruire l’accaduto esprimendo la sua perplessità per gli aspetti rimasti ancora avvolti dal mistero di quello che è successo nel 2003. Cervone aveva ricevuto da Cossidente un cd-rom con una quantità spropositata di informazioni top secret trafugate da un computer di uno degli uffici del comando provinciale dei carabinieri. Non appena la cosa era stata comunicata ai suoi superiori, ossia Lorenzo Narracci, che pure avrebbe cercato di negare qualcosa ma sarebbe stato smentito dalle firme su alcune note di servizio, Cervone sarebbe stato convocato dall’allora pm della Dda di Potenza, Vincenzo Montemurro, che gli chiese conto di quel rapporto confidenziale con Cossidente, e ovviamente di quel cd-rom.«A un certo punto -spiega Borrelli – i membri esponenti della Squadra mobile e del Sisde nazionale, diciamo così, se lo vanno a prendere. Accompagnano Cervone a casa. Gli dicono:“Dacci questi dischetti, dacci questo cd”. E lui quello consegna, glielo consegna e questi lo vanno a consegnare a Montemurro (…) E acquisiscono mi sembra anche delle registrazioni di conversazioni che questo Cervone ha avuto con questo Cossidente. Va bene? Montemurro poi utilizzerà, non si sa come, cioè non si sa in base a quali norme, ma comunque insomma utilizzerà, cercherà di utilizzare queste registrazioni credo nell’ambito di un procedimento, forse il “basilischi” (…) insomma il grave è che gliele hanno fatte utilizzare, ma comunque voglio dire, non gliele fanno neanche utilizzare, cioè voglio dire, forse lui tenta di utilizzarle e non le utilizza e non gliele fanno utilizzare, ma non le può utilizzare… Nel senso che sono… E’qualcosa di, come dire, che viene addirittura prima del colloquio investigativo, appartiene a una fase non indicizzata, diciamo, del codice di procedura penale. Però diventa noto, in questo modo, il collegamento confidenziale che vi è stato tra Cervone e Cossidente». Passi il termine “bruciatura” per dire che da quel momento in poi l’agente Nicola Cervone, detto Nicheo, giocava a carte scoperte, perchè tutti negli ambienti della mala, dove si muoveva per raccogliere notizie da girare all’intelligence di Stato, sapevano chi fosse e cosa andasse facendo in giro. Per di più senza essere nemmeno in grado di tutelare i suoi informatori, l’ultimo dei quali, Antonio Cossidente, per poco non rischiava una brutta fine, quando si è saputo che passava notizie alle “divise”. In cosa era incappato Cervone perchè gli accadesse tutto questo? Non è un fatto indifferente per capire la sua evoluzione da agente con il massimo dei voti in tutto, a presunto autore di esposti anonimi e dossier contro giudici scomodi e personaggi in vista per conto di referenti giudiziari e non meglio precisati referenti politici. Bonomi parla di una «faida tra servizi », che oggi come allora sono divisi tra civili (quelli di cui facevano parte Cervone e Narracci) e militari. Ma c’è un sostrato cittadino che potrebbe meritare di essere preso in considerazione. Una “faida” latente su cui potrebbe essersi innestato lo scontro tra strutture di intelligence, che ritorna in entrambe le inchieste sulle Toghe lucane e ha al centro un delitto irrisolto che negli anni è stato foriero di conflitti anche all’interno della magistratura. Qui torna Cossidente perchè una volta pentito ha ammesso di essere stato lui a organizzare l’agguato ai coniugi Gianfredi, trucidati a Potenza il 29 aprile del 2011, ma è passato ormai più di un anno dalla sua confessione, aggiunta a quella di uno dei due sicari, e gli inquirenti non danno segni di voler chiudere il caso. Questo antefatto lo ha spiegato ai pm di Catanzaro l’ex questore di Potenza Vincenzo Mauro. «Quando arrivaia Potenza (fine 2005, ndr) mi resi conto della esistenza di rapporti piuttosto tesi tra carabinieri e polizia (…) risalivano al passato ma si erano tradotti in una differenza di posizioni all’interno della procura della Repubblica, nel senso che, mentre alcuni sostituti avevano un rapporto di collaborazione molto intenso con la polizia (Montemurro, ndr), altri mantenevano lo stesso rapporto con i carabinieri (Felicia Genovese, ndr). Questa situazione nasceva da un differente approccio che le due forze di polizia avevano avuto anni prima sull’indagine per il duplice omicidio Gianfredi-Santarsiero. In pratica, l’atteggiamento della polizia, che aveva ritenuto di attribuire centralità nell’investigazione ai rapporti esistentifra Gianfredi e il dottor Cannizzaro, marito della dottoressa Genovese, aveva determinato una reazione da parte dei carabinieri (…) Certo è che i Carabinieri, sul duplice omicidio di cui parlavo poc’anzi scelsero una pista investigativa completamente differente ». In realtà le piste erano più d’una, ma una portava verso Melfi dove viveva il sicario che alla fine ha confessato tutto, un affiliato del clan Cassotta. In questa situazione la scoperta da parte di 007 dei servizi civili e uomini della Squadra mobile di quelcd-rom trafugato dalla caserma che ospita il comando provinciale dell’Arma, e finito in mano ai vertici del crimine organizzato di Potenza, era destinata a scatenare reazioni imprevedibili. Forse Cervone andava sacrificato per evitare il peggio, col risultato di trasformare un agente modello in una scheggia impazzita a caccia di giustizia, protezione e infine la vendetta. Il movente del «signor Sicofante» è importante per i giudicidi Catanzaro. Spetterà al pm Giuseppe Borrelli renderne un’idea credibile se ha intenzione di portare le sue tesi davanti al Tribunale.

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