“Cu tu fa fari?” è una locuzione palermitana che non lascia equivoci d’interpretazione: significa che non sei obbligato a fare una determinata cosa. Anzi, più che una domanda era un invito a girarsi dall’altra parte e a non compiere il proprio dovere. Questa frase, la odio con tutte le mie forze, talchè spesso mi veniva indirizzata sempre e comunque in relazione alla mia attività investigativa. Talvolta, erano gli stessi colleghi che la proferivano e ciò procurava in me disaggio e scoramento, ma giammai mi ha sopraffatto. Il mio dovere di “sbirro” non l’ho mai messo in discussione; il mio ideale di giustizia e legalità, costato quel che è costato in termini di perdite umane, non è stato mai sfiorato da tentennamenti. La stessa frase veniva pure indirizzata a Ninni Cassarà e Beppe Montana. E, noi imperterriti, percorrevamo la nostra strada, il nostro cammino verso la legalità: i miti consigli “disinteressati” non scalfivano il nostro entusiasmo, d’altronde con accanto ad uomini come Falcone, Chinnici e Borsellino non poteva essere altrimenti e il “cu tu fa fari?” rimaneva lettera morta.Quel “cu tu fa fari?” lo conoscevo bene, sin dalla tenera età allorquando iniziai a capire cos’era il mondo dell’antistato.
Quantu è “saporitu stu piccirddru” (che bel bambino), disse un capo “famiglia” rivolgendosi a mio padre e nel pronunciare il complimento mi prese in braccio accarezzandomi. Analoga complimento lo fecero, un altro “Capo” e la moglie di colui che poi divenne il padre assoluto di Cosa nostra, prima dell’avvento di Totò Riina. Quindi, decine di volte avevo ascoltato in silenzio, da ragazzo, quel “ ma cu ciù fici fari”, espressione rivolta alle vittime della mafia. In buona sostanza, veniva loro addebitata una colpa che in realtà non avevano.
E se le carezze di quelle mani grondanti di sangue facevano presagire un mio cupo futuro, fatto di violenza, di morti ammazzati, ebbene sono fiero ed orgoglioso che il destino scelse per me altri compagni di viaggio. L’unico mio grande rammarico è che i compagni mi hanno lasciato prematuramente. Giovo ancor oggi dei loro sorrisi, e di quei momenti liberi ed affascinanti che il nostro mondo investigativo ci proiettava, un turbinio di passioni e nemmeno le sconfitte, amare sconfitte, riuscirono a scalfire il nostro attaccamento alla Costituzione. Quel “cu tu fa fari?” ogni volta pronunciato nei nostri confronti, rappresentava la linfa del quotidiano vivere: un vivere fatto di rispetto verso un giuramento di fedeltà verso lo Stato. E a nulla valsero le sirene di un arricchimento facile ululato dagli uomini d’onore: i piccioli erano lì, bastava solo che dicessi “li prendo”. No! Il “cu tu fa fari?” lo impedì, ma non solo quello, perché la morale che i miei genitori mi tramandarono non era in vendita. Mai, ho messo in dubbio il loro insegnamento.
Si avvicina il 19 luglio e non sono particolarmente emozionato. Parecchi sanno che io non festeggio anniversari né elargisco auguri d’ogni genere: le date, le feste e le ricorrenze le abiuro. Non ho bisogno di gesti rituali, giacché solo nella mia intimità, le ricorrenze trovano forma e ricordi. Ricordi sempre vivi che riempiono la mia esistenza. E’ vero, non l’ho mai nascosto, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e i miei “amici” della Mobile palermitana, sono vivi dentro il mio cuore e loro sanno che non ho bisogno di esternarlo. Sanno anche, che quando posso, sono innanzi a loro a portare il sostegno degli uomini onesti di questo Paese: lo faccio senza scruscio e batteria, (senza rumore e platealità) com’era nel nostro stile. Tuttavia, per ribadire tutta la mia rabbia per la strage di Paolo Borsellino e per la verità negata, se posso, quest’anno urlerò da via D’Amelio. Urlerò la pochezza intellettuale di taluni politici ma soprattutto la loro connivenza con gli uomini di Cosa nostra. E chiederò “ma cu tu fici fare?” ad essere disonesto, tradendo gli ideale della Repubblica!
Si avvicina il 19 luglio e non sono particolarmente emozionato. Parecchi sanno che io non festeggio anniversari né elargisco auguri d’ogni genere: le date, le feste e le ricorrenze le abiuro. Non ho bisogno di gesti rituali, giacché solo nella mia intimità, le ricorrenze trovano forma e ricordi. Ricordi sempre vivi che riempiono la mia esistenza. E’ vero, non l’ho mai nascosto, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e i miei “amici” della Mobile palermitana, sono vivi dentro il mio cuore e loro sanno che non ho bisogno di esternarlo. Sanno anche, che quando posso, sono innanzi a loro a portare il sostegno degli uomini onesti di questo Paese: lo faccio senza scruscio e batteria, (senza rumore e platealità) com’era nel nostro stile. Tuttavia, per ribadire tutta la mia rabbia per la strage di Paolo Borsellino e per la verità negata, se posso, quest’anno urlerò da via D’Amelio. Urlerò la pochezza intellettuale di taluni politici ma soprattutto la loro connivenza con gli uomini di Cosa nostra. E chiederò “ma cu tu fici fare?” ad essere disonesto, tradendo gli ideale della Repubblica!

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