Il mio non è odio e nemmeno struggente rabbia, è solo la presa d’atto di una sconfitta dell’intelligenza dell’uomo. E’ la piena ed assoluta consapevolezza di vivere in un mondo ove l’ipocrisia è come una micidiale arma che viene usata per coprire fatti e misfatti, dolosi o colposi, posti in essere da uno Stato incline a nascondere amare verità. E poiché il mio riferimento è a Cosa nostra, non posso non riferirmi alle stragi del 92/93, alla sparizione dell’Agenda rossa di Paolo Borsellino, alla trattativa tra Stato/mafia e al fatto che ancora oggi non si conoscono le verità. Insomma, un’anomalia italica. Registro, in queste ore dichiarazioni sull’antimafia che mi fanno davvero venire il voltastomaco. Prelati e non che accusano altri di fare antimafia di carriera e nemmeno un cenno sul vero volto della mafia o sui silenzi dello Stato. E, mentre i distinguo proliferano, Cosa nostra palermitana è, e rimane, una delle anomalie più evidenti. In tanti vorrebbero farci credere che sia un’entità misteriosa: un’entità chiusa e inaccessibile. In parte è vero, si conosce solo la parte “pubblica”, mentre non si conoscono le menti pensanti, le materie grigie, ovvero coloro che ne fanno parte, col rito riservatissimo della “punciuta”: per questi si usano canali privilegiati e che solo in pochi conoscono. Altro che concorso esterno alla mafia, sono parte integrante dell’associazione criminale. E’ anche vero che Cosa nostra è una struttura che più di altri, almeno riferito al passato, appare trasparente. Ma, oggi si è carenti di notizie e non si conoscono le nuove leve, soprattutto della costituenda ala militare, anche se, come da tradizione, alcuni sono noti e godono in ambito sociale una visibilità da veri e proprie star. Constato e questo mi rammarica, che ancora oggi è uso corrente indicare persone con la frase: “ ma cu chiddu? Appartiene alla mafia”, ed ecco che nell’immaginario collettivo scatta, riverenza e complicità silenziosa. Ovviamente, il presunto o reale mafioso si gongola del potere e si atteggia in pubblico esibendolo sfarzosamente. E guai a minarne il potere o metterlo in discussione pubblicamente: errore che, talvolta, si paga con la vita, come è successo ad un ragazzo.
L’episodio, di una gravità inaudita evidenzia la distolta mentalità mafiosa intrisa da potere universale di vita o di morte. Siamo a Palermo ad inizio anni 80, quando nell’intera Sicilia lo Stato sembra essere andato in vacanza lasciando di fatto mano libera ai “corleonesi” di Totò Riina, nell’attuare la più grossa carneficina mai vista per le strade di Palermo. Sono state vacanze forzate o consigliate? Sarebbe utile per la Storia mafiosa di Cosa nostra, poter dare delle risposte, ma un valido interlocutore che avrebbe potuto essere esauriente è passato all’altro mondo con una scarica di kalashnikov. Mentre un uomo delle Istituzioni ancora in vita potrebbe illuminarci. Ma questa è un altra storia. Parliamo della morte del ragazzo. Il giovane, cliente affezionato della Squadra mobile, viene avvicinato in pubblico nella piazza palermitana della Kalsa, dai due fratelli conosciuti coi soprannomi “tempesta” e “mangiacristiani”, mafiosi e padroni del territorio. Per meglio far comprendere la crudeltà, i due fratelli erano “usuali frequentatori” della famigerata “Camera della morte”, dove la famigghia di Corso dei Mille, uccideva a iosa i malcapitati. Ahimè, chi entrava in quella “camera” veniva, seviziato ucciso e sciolto nell’acido e il tutto defluiva nell’accanto mare. E, il soprannome “mangiacristiani” la dice lunga sulla scia di morte che agli stessi veniva attribuita dagli uomini d’onore. Quindi, al giovane è stato chiesto di restituire la refurtiva sottratta dall’abitazione di un amico degli amici e quindi intoccabile. Naturalmente, forte dall’esuberanza giovanile, egli si è opposto e dopo reiterati inviti, un sonoro ceffone sferrato al più vecchio dei due fratelli, oltrepassava la linea di confine. Il grave gesto, ritenuto oltraggioso non poteva, secondo la mentalità mafiosa, avere una conseguenza diversa dall’omicidio, che non è tardato ad arrivare. Quel giorno, mentre avevo finito il turno, stavo allontanandomi dalla Mobile e giunge l’allarme di sparatoria nei pressi della Kalsa. Mi fiondo sul posto e riconosco il giovane a bordo del suo motorino, appoggiato sul muro di un’abitazione, privo di vita. I colpi d’arma da fuoco l’avevano inchiodato in posizione retta. Nel giro di pochi minuti, in tutta la zona si scatena l’inferno tra noi e gli abitanti, perchè qualcuno aveva messo in giro la voce che ad uccidere, il giovane sarebbe stato una pattuglia dei “falchi” della Polizia. Chiediamo rinforzi e noi della Mobile ci dedichiamo alla ricerca dei killer che arrestiamo dopo qualche minuto, proprio nel loro stesso territorio: erano i due “mangiacristiani” e un loro cugino. L’onore pubblico è stato salvato al prezzo di una vita umana.

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