Il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili. Giovanna Maggiani Chelli, pone una legittima domanda, in ordine ad un’interrogazione parlamentare presentata il 7 settembre 92 dal Senatore Libertini riguardante una missiva anonima, che in qualche modo anticipava alcuni passaggi dell’ormai arcinoto “papello” attribuito a Riina, ovvero le richieste di Cosa nostra per piegare lo Stato.
Il presidente Maggiani Chelli, acclarato che il documento anonimo non fu preso in considerazione, nemmeno con l’interrogazione parlamentare in premessa, si domanda se una diversa valutazione, in senso positivo, avesse potuto salvare le persone perite o feriti nella strage di via Dei Georgofili a Firenze o nelle altre stragi di mafia.
La domanda, pur naturale, contiene la formula dubitativa, mentre io vorrei sottolineare alcune macroscopiche incongruenze che rappresentano dei dati di fatto.
Giova evidenziare che la maggior parte del resto del mondo abiura la pena di morte, mentre nel territorio del Bel Paese, invece, lo Stato per pigrizia o inefficienza permise lo sterminio sistematico dei propri “figli” o di innocenti inermi cittadini, compresi i bambini. Non sto ad elencare dati e nomi, altrimenti farei accapponare la pelle di chi legge. Qui di dati di fatto ce ne sono a iosa.
Un dato di fatto è la provata latitanza di uno Stato che non contrastò Cosa nostra e che negò l’esistenza stessa del fenomeno mafioso, tanto da non recepire gli allarmi sulla pericolosità della mafia palermitana. E, nel caso di specie, come spesso accade in Italia, nessuno risponde di nulla. Ma, gli stessi allarmi, corroborati da precisi fatti, venivano ugualmente disattesi o talvolta etichettati come “patacche”. Ne consegue che le stragi del 92/93 non furono il compendio di patacche, ma semmai la necessità di soddisfare gli interessi di mafiosi, pezzi dello Stato e politici. Qualcuno, dovrebbe avere la dignità istituzionale di dire, non solo ai familiari delle vittime delle stragi, ma all’intero Popolo italiano: Sì, abbiamo fallito! Invero, no! Sono tutti abbarbicati a quel “non ricordo”; amnesie collettive gravi, giustificate soltanto dalla necessità di non fare emergere comportamenti sodali e di vicinanza a Cosa nostra.
E, Cosa nostra, intanto, traeva linfa per operare indisturbata con assoluta libertà d’azione, finanche compiere esperimenti con esplosivo, alla luce del sole e senza remore o tentennamenti. L’episodio che segue, se valutato con giusta riflessione, sta a significare un dato di fatto allucinante e nello stesso tempo paradossale, perché non si trattò di una semplice “pupiata”, ma ahimè, fu il prologo della strage di Capaci.
Non in fondo agricolo o in una trazzera privata, ma in una pubblica via sottoposta alla sovranità dello Stato, fu posto in essere il trailer del film che poi tutto il mondo vide, ossia la strage di Capaci. Nella strada anzidetta, Cosa nostra, s’impossessò di una parte di essa e dopo avere imbottita una cunetta con l’esplosivo, la fece saltare in aria.
Il provino, per gli stessi uomini d’onore, non fu come una semplice azione “operativa”, fu invece considerato un gesto di magnificenza e di potenza, attraverso il quale si sarebbero dovuti chiudere i conti con Falcone. Nella sostanza, fu anche la certificazione della totale supremazia sul territorio esercitata da Totò Riina, che alimentò nelle “famigghie” l’arroganza già di per se esibita con gli omicidi di uomini invisi ai corleonesi e gli appartenenti alle Istituzioni, come carabinieri, poliziotti e magistrati.
In buona sostanza, le stragi del 92/93 non furono solo la conseguenza di un’azione vendicativa nei confronti di Falcone e Borsellino, perché se l’interesse era di eliminare i due magistrati, non c’era alcun motivo di proseguire con le stragi di Milano, Roma e Firenze: come non c’era affatto bisogno di compiere la strage di via D’Amelio, immediatamente dopo Capaci. Questi sono dati di fatto.
Gaspare Spatuzza dichiara che, con l’autobomba non esplosa allo stadio di Roma e che avrebbe dovuto fare una strage di carabinieri, Cosa nostra chiuse la stagione stragista: è un dato di fatto.
Ma c’è ancora qualcuno propenso a credere che Graviano in beata solitudo, sola beatitudo decise di smettere le stragi perché “folgorato sulla via di Damasco?” Anche questo è un dato di fatto.

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