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Cosa nostra e il diritto di uccidere.

Ma fici petra-petra!” Tradotto letteralmente . “ mi sono salvato per miracolo”. Questa breve locuzione mi fu fatta da Gaspare Mutolo, per far capire che si salvò per non aver accompagnato il suo capo famigghia Saro Riccobono, alla Favarella di Michele Greco: tutti gli ospiti invisi a Totò Riina, furono assassinati dopo un lauto pranzo. Mutolo, fu poi “graziato” perché rappresentava per Cosa nostra la gallina dalle uova d’oro. Infatti, egli era capace di movimentare quintali di eroina tra la Thailandia e gli States, attraverso il trafficante Koh Bak Kin.

Era u me travagghiu”. Questa fu la risposta che mi diede Gino La Barbera, autore della strage di Capaci quando gli chiesi cosa aveva provato nel vedere Falcone e gli uomini della scorta andare incontro a morte certa, visto che egli aveva fatto la staffetta e segnalato a Brusca i vari spostamenti di Falcone.

Stavo al bar, in attesa di ricevere l’ordine di uccidere, per 250mila lire”. Questa fu la candida affermazione del pentito Vincenzo Sinagra, colui che prelevava le vittime e le portava nella camera della morte di Sant’Erasmo. Ci raccontò che al suo primo incarico fallì il bersaglio e per paura scappò buttando a terra il fucile: fu colto da febbre alta. Poi, invece divenne “esperto”, sino a quando non lo prendemmo, immediatamente dopo aver ucciso Diego Di Fatta: omicidio, del quale mi interessai.

Questo spaccato del mondo mafioso che ho appena evidenziato, dimostra come le vittime erano considerate “niente”, solo nemici da abbattere e nient’altro. Cosa nostra, non ha mai dimostrato tentennamenti sulla salvaguardia del proprio potere. Ma, l’arroganza violenta al di sopra di ogni ragionevole pietà, raggiunse l’apoteosi con l’ascesa al potere di Totò Riina: nessuno poteva considerarsi “salvo” se aveva espresso contrarietà allo strapotere del Curtu di Corleone o per essersi frapposto agli interessi economici della Piovra. Gli omicidi di tanti appartenenti allo Stato o di investigatori e inquirenti, era la prova provato che “chi toccava Cosa nostra moriva”.

Senz’altro, Cosa nostra si appropriò del diritto di uccidere chiunque. E, lo Stato, invece di impedire con ogni mezzo la “mattanza” rinunciò di fatto, attraverso esponenti politici e uomini delle Istituzione, abdicando il potere sovrano d’esercitare il ruolo di garante dell’altrui vita e in generale, il rispetto della Costituzione. Non sono né uno storico né un sociologo per poter dare risposte adeguate, tuttavia, siccome mi sono cibato di “pane e mafia”, ho le idee chiare circa gli eventi che permisero a Cosa nostra di diventare quella potenza che tutti conoscono.

L’acuirsi della violenza mafiosa contrastava col trattato internazionale sulla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma nel novembre del 1950. Da una parte, l’Italia si impegnava a garantire la vita dei suoi cittadini, mentre dall’altra, consentiva alle mafie di attuare la pena di morte: stridente contraddizione d’intenti e fattuale.

Durante la mia attività, spesso, scortai Giulio Andreotti e in più occasioni avrei voluto rivolgergli alcune domande sulla “latitanza” dello Stato in Sicilia. Erano già stati assassinati, Chinnici, Boris Giuliano, il capitano Basile, il capitano D’Aleo, Cassarà, Dalla Chiesa, Pio La Torre, Mattarella, Insalaco, Costa, Terranova, Levatino e tanti altri. Ed io, ero già stato “cacciato” dalla mia Palermo.

E, l’ultima volta che lo scortai, mi si presentò l’occasione propizia tanta agognata: lo accompagnai sino alla sua camera d’albergo – eravamo soli – e stavo per porre la domanda, quando il telefono squillò ed egli congedandomi, disse: “grazie mio angelo custode, buonanotte”: quell’improvviso trillo non mi permise di parlare di Cosa nostra. Carpe diem non fu possibile.

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