6/12/2025 – È una sera di maggio, a Firenze. Un giovane studia per l’esame dell’indomani, provando quell’ansia genuina per l’impegno che lo attende. Studia architettura, coltiva sogni e ambizioni come ogni ragazzo nei suoi vent’anni. Si chiama Dario Capolicchio, e quella notte, verrà arso vivo. Una vita luminosa e ancora tutta da scrivere, distrutta in pochissimi secondi da un attentato mafioso passato alla storia come strage di Via dei Georgofili. Un’autobomba, piazzata sotto casa del giovane, viene fatta esplodere all’una di notte a due passi dalla Galleria degli Uffizi. La sua morte, un puro caso, un effetto collaterale di una violenza cieca che non guarda in faccia nessuno: 277 chilogrammi di tritolo, la causa. La notte tra il 26 e il 27 Maggio del ‘93, non viene spezzata solo una giovane vita, viene anche sterminata un’intera famiglia: i coniugi Fabrizio Nencioni e Angela Fiume insieme alle loro figlie Nadia (nove anni) e Caterina (meno di due mesi di vita). In quegli anni, l’Italia è col fiato sospeso. Un anno dopo Capaci e via D’Amelio, viene colpito il cuore pulsante dell’arte e della cultura, dello Stato.
Quella sera, Dario non si rende neanche conto, di morire. La sua storia si intreccia con molte altre, in un elenco disgraziatamente lungo. Per anni si è cercata una verità spesso infangata, piena di zone grigie, di vicoli ciechi. Una verità, che è diritto, diritto di sapere. Proprio a quest’ultimo è stato dedicato il convegno nazionale svoltosi a Bologna nei giorni scorsi.

Su impulso di Salvatore Borsellino e del movimento delle Agende rosse si sono riuniti storici, giuristi, giornalisti (tra cui il celebre volto Rai, Sigfrido Ranucci di Report), magistrati e politici. L’auditorium E. Biagi è stato la culla di numerosi momenti di dibattito, che hanno visto confrontarsi esperti di ambiti diversi, sviluppando un’unica traccia: “Il diritto alla verità”.
Tra i relatori, il professore Ernesto de Cristofaro, ordinario di Storia del diritto medievale e moderno presso la facoltà di Giurisprudenza, a Catania, che muovendo i passi dalla filosofia, cita Nietzsche e il suo concetto di verità/illusione. Mentre, Stefania Limiti (giornalista e scrittrice) pone l’accento sull’importanza delle lotte intraprese dai familiari delle persone scomparse, segnati dal dramma di non poter dare degna sepoltura ai propri cari. Un diritto sacro, e antichissimo, basti pensare al celebre mito di Antigone. «La nostra è una storia stragista. Pur ricevendo il corpo, non sapere chi e perché, impedisce di “chiudere il cerchio del lutto” e i familiari delle vittime lo sanno bene, sono stati loro i protagonisti nella lotta per la verità. Coprire ciò che si cela dietro le stragi significa solo una cosa: coprire chi ha voluto attaccare la nostra democrazia costituzionale» argomenta Limiti. Il giornalismo, infatti, ha avuto storicamente un ruolo fondamentale rappresentando il “cane da guardia della democrazia”.


La vicedirettrice de “Il Fatto Quotidiano”, Maddalena Oliva non fa mistero della crisi del giornalismo tradizionale, attraversato dalle sfide e i cambiamenti del mondo digitale. Riflessive le parole di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report: «Il nostro è un paese malato, di diverse patologie. Una di queste è tenere i giornalisti locali sotto scacco. Spesso, vengono pagati poco o minacciati e ciò impedisce loro di lavorare come dovrebbero, a testa alta e dignitosamente. I giornalisti locali, vanno tutelati, sono i nostri anticorpi periferici in grado di intercettare il male, ancor prima che divori il resto del corpo. Prima che sia tardi».
A chiudere il secondo giorno di convegno, i familiari delle vittime, testimoni del dolore e dell’ingiustizia subita. «Coloro che si sono dovuti fare carico sulle proprie spalle, spesso in sostituzione delle istituzioni dello Stato, del dovere alla verità. Con sforzi inimmaginabili». Li presenta così l’avvocato Fabio Repici prima di lasciar spazio a Nino Morana, coordinatore del tavolo conclusivo, nonché nipote del poliziotto Nino Agostino e Ida Castelluccio, entrambi uccisi per mano mafiosa (quest’ultima, in particolare, era incinta di pochi mesi). «Sono stati anni di depistaggi e di silenzi. Ci siamo riuniti oggi, nella consapevolezza che per ottenere queste verità calpestate serve fare rete tra di noi. La strada da percorrere è ancora tanta. Il diritto alla verità non è una concessione, né un mero desiderio emotivo di noi familiari, è un diritto incontrovertibile che dovrebbe esserci garantito» spiega Morana, che oggi è un giovanissimo attivista. A seguirlo sono Daniele Gabbrielli, vicepresidente dell’associazione “Familiari delle Vittime della strage di Via dei Georgofili”, e Sergio Amato, figlio del giudice Mario Amato (ucciso da due esponenti dei Nar).
A conclusione, le parole di Salvatore Borsellino provocano una grande emozione tra tutti i presenti. «Sento – afferma – il bisogno di sapere che i giovani continueranno questa mia lotta, ormai trentennale. Ricordo bene le parole di mia madre subito dopo la morte di mio fratello: le promisi di mantenere vivo il sogno di Paolo. Ho sempre cercato di tenere fede a questa promessa e all’inizio pensavo che dopo via D’Amelio, potesse cominciare una nuova era. Purtroppo, mi sono reso conto che spesso, l’indifferenza prende il sopravvento. Noi familiari chiediamo solo giustizia e verità, ma le nostre voci rimangono isolate. Se non fosse stato per la famiglia delle Agende rosse, mi sarei sentito veramente solo in questi anni. Ma le nostre voci unite, possono diventare più forti, insieme» conclude Borsellino, simbolo di una vera e propria mobilitazione nazionale con il supporto della fondazione “Agende rosse”.
Come ribadito giustamente nel corso del convegno dal giornalista Fabrizio Gatti, per conoscere la verità bisogna saper fare le domande giuste. Tuttavia, ad alcuni interrogativi non esistono risposte altrettanto “giuste”. Perché uno studente brillante, come Dario, pieno di sogni e progetti, è morto arso vivo? O ancora, perché Ida, incinta di pochi mesi, è stata assassinata insieme al marito, di rientro dal viaggio di nozze? Non esiste risposta a queste domande, in grado di sollevare gli animi. Non ci sono vittime più importanti di altre, si tratta di innocenti strappati alla vita perché qualcuno là fuori, ha premuto un pulsante. L’unico sollievo, forse, (seppur minimo) potrebbe essere conoscerla, una verità. Di sicuro ingiusta, sbagliata, straziante ma pur sempre un diritto, di chi tutte le mattine fa i conti con la ferita di aver perso un familiare, un amico, un fratello. Mettere mano nella storia delle stragi di mafia, delle vicende giudiziarie protrattesi per lunghi anni è un po’ come aprire il vaso di Pandora: si scoprono le debolezze di uno Stato che dovrebbe proteggerci, i limiti di una giustizia che non arriva mai, l’inafferrabilità di una verità sepolta ancora sotto le macerie del tritolo. Il diritto alla verità probabilmente è il più complesso tra i diritti da raggiungere e da garantire. Una matassa troppo difficile da sbrogliare. Ce lo insegna la cronaca, ancor oggi, si ragiona di Garlasco, su chi e perché. E ancora una volta, sono i familiari a pagarne il prezzo.
C’è una frase che recita “Tre cose non possono rimanere a lungo nascoste: il sole, la luna e la verità.” Possiamo solo sperarlo, continuando a muoverci nell’unica direzione possibile, la più difficile. Quella della verità.
Desideria Sarcuno (https://www.today24.info/)
Nota: nella foto in apertura, I giocatori di carte, di Bartolomeo Manfredi, una delle opere irreparabilmente danneggiate nella Galleria degli Uffizi nella notte del 27 maggio 1993..

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