Ho avuto paura quella mattina di inizio agosto. Ho pianto come un bambino. Mi sono sentito morire quando, per la prima volta, ho letto il nome di mio figlio VitoAndrea sulla busta bianca che conteneva una precisa minaccia di morte accompagnata dal solito proiettile di kalashnikov. Un chiaro messaggio di morte.
Non mi vergogno a dirlo, ma in quel momento ho pensato che se avessi avuto la possibilità di tornare indietro nel tempo, non avrei mai risposto alle domande dei magistrati. Sicuramente il silenzio paga, come dice qualcuno… Magari sarei anche stato etichettato come un “vero Ciancimino”, di quelli che non parlano e che fanno tanta simpatia ed hanno assicurato impunità a più di un senatore della nostra “seconda” Repubblica.
Ho avuto tanta paura quella mattina di agosto, mi ha investito un senso di vuoto e di colpa. Mi sentivo impotente, con una gran voglia di mollare tutto. E’ difficile riuscire a spiegare ciò che ho provato. Mi sembrava un brutto incubo senza via di uscita. Hanno voluto colpire ciò che per me è il bene più prezioso: mio figlio.
Per fortuna, ho avuto vicino alcune persone, la mia famiglia e solo pochi amici. Ma voglio ringraziare le questure di Palermo e di Bologna ed i magistrati che, con laicità e liberi da qualsiasi pregiudizio, si sono subito attivate per rafforzare le misure di sicurezza attorno alla mia famiglia. Ma voglio anche ringraziare i ragazzi de ilfattoquotidiano.it, che mi danno la possibilità di potere parlare. Ricordando sempre le parole di Paolo Borsellino, che sono tuttora reali ed attuali, quella mattina mi sentivo morire.
E’ passato quasi un mese da quella mattina in cui avevo deciso di mollare. Sono stato molto vicino, ancora più del solito, ai miei familiari. Superato lo stato emotivo, ho però deciso di provare ad andare avanti, con la mia paura con i miei dubbi e le mie incertezze. So che la mia posizione, già non facile, verrà ulteriormente aggravata dalle mie recenti dichiarazioni rese davanti alla Procura di Paleremo. Ma faccio tutto questo anche per potere aggiungere alla famosa frase “meglio un giorno da Borsellino che cento da Ciancimino”, il nome “Vito”.
Sì, come già annunciato mesi fa ad ‘Annozero’ mi piacerebbe tanto potere trasformare quella frase in “meglio un giorno da Borsellino che cento da Vito Ciancimino”. Ecco perché continuo a raccontare ai magistrati tutto ciò che so, consapevole come sempre delle possibili conseguenze giudiziarie a cui andrò incontro. Ma vado avanti.
Sono stati veramente pochi i messaggi di solidarietà che sono pervenuti all’infame atto intimidatorio nei confronti di mio figlio. Solo gli Onorevoli Giuseppe Lumia, Leoluca Orlando e Nichi Vendola, l’Associazione vittime delle stragi di Firenze ed Antimafia 2000 hanno ritenuto opportuno dare la propria solidarietà ad un bimbo di cinque anni, già purtroppo non più innocente nonostante la tenera età, ma tristemente catalogato per le colpe di un nonno mafioso e di un padre sicuramente scomodo ed oggi al centro di delicate inchieste.
Ho già fatto sapere sia alla Procura di Palermo che a quella di Caltanissetta di essere disponibile a nuovi interrogatori. Ho anche deciso di riprendere le presentazioni del mio libro ” Don Vito “proprio da Como, dalla manifestazione il “Parolario” che già mi aveva inserito nel calendario della loro evento culturale legate al mondo dei libri, proprio quella splendida Como che ancora una volta ha reso, suo malgrado questa volta,”eroe” il mite Dell’Utri non facendolo parlare.
Non so se è stato giusto il comportamento dei tanti manifestanti in forte dissenso con lui. So sicuramente che non è giusto farsi eleggere senatore per evitare il carcere. So che non è giusto fare leggi per evitare processi. So che non è giusto mettere il bavaglio a trasmissioni come Annozero e poi parlare di libertà di parola.
Massimo Ciancimino (ilfattoquotidiano.it, 3 settembre 2010)

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