comprendo il sentimento di un figlio verso il proprio padre e su quello non ho nulla da dire, ma perché vuole ingannare i cittadini italiani come me attraverso le sue dichiarazioni riportate oggi dalla stampa nazionale?
Ricordo bene le intercettazioni ambientali del 2001 quando lei e Salvatore Cusimano passavate in macchina a Capaci in prossimità del punto esatto della strage. E ricordo come dalle sue parole si evinceva la sua consapevolezza che suo padre era stato costretto a uccidere Falcone e Borsellino. “Ci appizzano ancora le corone di fiori, a ‘stu cosu’”, diceva rivolgendosi a Cusimano, per poi aggiungere con altrettanta tracotanza: “A maggio ci fu … inc. …, a maggio ci fu … sta strage, a luglio l’altra, e poi giustamente a mio padre a gennaio poi l’hanno arrestato, perciò ci fu anche…capito? La botta … inc. …! Perché io non so come sarebbe andata a finire, si ò Statu poi un ciavissi fattu calari i corna”. (…) “Un…un colonnello… deve sempre decidere lui e avere sempre la responsabilità lui!! Non può fare: ‘ma che mi dici, ma che è?’” Deve pigliare una decisione, e la decisione fu quella: ‘abbattiamoli’!! E sono stati abbattuti! Se poi portava cose buone che dicevano… minchia!! Portò cose brutte perché giustamente ci furono… limitazioni carcerarie, … inc. … se … inc. … si facevano quattro- cinque anni, in galera i “cristiani” vedi che non se li sono mangiati mai!! Sono deboli, i palermitani… minchia, ora tutti hanno il 41 bis… il 41 bis ce l’hanno solo mio zio e mio padre, e basta!!!”.
A questo punto, sig. Riina, ci dica da chi sarebbe stato costretto suo padre a uccidere Falcone e Borsellino. Totò Riina non è forse il capo di un’organizzazione denominata Cosa Nostra?!
Se ha veramente onore e coraggio e se è vero che suo padre le ha insegnato a rispettare gli altri cominci dalle vittime della mafia dicendo tutta la verità, se la sa. Altrimenti si limiti a dire che non sa nulla perché suo padre la considerava solo un figlio biologico e nulla più.
Se non parla significa che è ancora un mafioso e quindi non può rimanere libero, così come suo padre dovrebbe anche lei finire i suoi giorni in carcere.
E infine, se suo padre non è stato tradito da Provenzano significa che è stato tradito da una delle persone che sapeva dove egli abitava? E chi lo sapeva? Oltre alla sua famiglia lo sapevano proprio Provenzano e le persone più vicine a suo padre come Salvatore Biondino, Raffaele Ganci o Leoluca Bagarella. Se ragioniamo in questi termini significa che qualcuno di loro (e non Balduccio Di Maggio che non poteva sapere dove abitava) ha dovuto tradire suo padre. Se è stato quindi Salvatore Biondino, Matteo Messina Denaro o Leoluca Bagarella siamo di fronte a persone che appartenevano alla corrente di suo padre. Se invece sono state persone come Carlo Greco, Pietro Aglieri o Antonino Giuffrè allora significa che a tradirlo è stato proprio Bernardo Provenzano attraverso di loro.
E’ più plausibile ipotizzare che nel tradimento a suo padre sia stato coinvolto qualche esponente delle istituzioni? O devo forse pensare che l’input per farlo arrestare sia passato attraverso di lei o attraverso suo fratello?
Dica la verità, sig. Riina, altrimenti se non la sa taccia ed eviti di creare falsi allarmi basati su menzogne costruite ad arte.
Giorgio Bongiovanni (Antimafiaduemila, 22 settembre 2012)
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Riina Jr. boss degli appalti
(con le intercettazioni integrali di Giuseppe Salvatore Riina)
di Anna Petrozzi
«Un giovane sveglio, finora sconosciuto alla giustizia, ma che sapeva spendere bene il credito che ancora riscuote il suo cognome>>. Questo, secondo il capo della Mobile palermitana Guido Marino, il volto di Giuseppe Salvatore Riina, terzogenito di Totò “u curtu”, che come un vecchio boss non ha battuto ciglio quando all’alba del 5 giugno gli agenti hanno bussato alla porta di casa sua per infilargli le manette e condurlo in carcere. A portare le forze dell’ordine in vicolo Scorsone, a Corleone, un’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Antonino Caputo che, su richiesta degli aggiunti Lo Forte e Pignatone e dei sostituti De Lucia e Buzzolani, ha firmato 22 ordini di cattura nei confronti di boss e imprenditori palermitani. Tutti collegati in un complesso intreccio di mafia, imprenditoria e politica, coordinato dal venticinquenne figlio del boss dei boss e gestito intorno al “tavolino” degli appalti. Tra questi il porto di Palermo, la galleria Zingaro, il rifacimento del manto stradale di via Cappuccini, oltre a <<forniture di materiali, non solo a Palermo ma anche fuori dalla città>>. Lo spiega Maurizio De Lucia che aggiunge: <<Gli appalti sono stati scoperti soltanto in parte e sono stati ricavati dalle intercettazioni>>. Quello per il porto di Palermo, per esempio, proposto da Gaspare Mario di Carso Scorsone, “anello di congiunzione tra il gruppo dei Corleonesi junior e il gruppo imprenditoriale” del quale parlano Gianfranco Puccio e Angelo Piccolo, due protagonisti dell’inchiesta denominata New Generation. <<Vedi che ho parlato con… – dicono – ci siamo visti due minuti con l’ingegnere. E’ un lavoro grosso, dentro il porto. Sedici “chila”, sedici testoni (sedici miliardi ndr.). Tutto trasporto di Pitruna>>. Puccio, imprenditore, era già stato arrestato, nel settembre del 2000, su ordine della magistratura di Bologna nell’ambito di un’inchiesta per un “furto telematico” di fondi pubblici della Tesoreria della regione, per diversi miliardi di lire, depositati presso il Banco di Sicilia.
Ma il più compromettente è sicuramente quello per venti miliardi che vede coinvolto Mario Fecarotta, anch’egli imprenditore, noto negli ambienti della media e alta borghesia palermitana, indicato dagli investigatori come in buoni rapporti con personaggi politici. Tra questi Francesco Rutelli, la cui relazione con l’industriale emerse nell’ambito di un’inchiesta su corruzione e turbativa d’asta del 1999. All’epoca Rutelli aveva spiegato che <<un suo delizioso cugino palermitano aveva dato il numero di telefono a colui che allora era suo cognato (Mario Fecarotta ndr) imprenditore>>. Ma il progetto proposto da Fecarotta non venne mai attuato perché irrealizzabile.
E nel corso di una delle tante intercettazioni telefoniche e ambientali di cui si è avvalsa la polizia giudiziaria nei due anni di indagine è la voce di Riina junior a nominare il Fecarotta in riferimento a uno degli appalti. <<Ci vuole stare – dice rivolto a Piccolo – o non ci sta se non se ne va a mare pure lui e lavoro non ce ne faccio fare…>>. E così Gianfranco Puccio si mette in contatto con l’imprenditore: <<Mezzi a terra, scavatori, pale e… non deve entrare nessuno. Glielo dica, niente perché veda che qua, proprio succede il manicomio. Qua non possono entrare mezzi estranei perché la sono solo i miei. Lei ci dà il lavoro a noi e ce la sbrighiamo noi, qua pagano pure i bambini. Lei non ha capito che stiamo facendo…>>. Fecarotta, impaurito, afferma di non volerne sapere niente ma Puccio insiste e ricorda la percentuale sui lavori precedentemente pattuita. <<Al porto stiamo facendo noi – dice – a tutto ce la sbrighiamo noi, e il regalo si ci deve fare, ingegnere. Parliamo del tre, del tre che poi io lo faccio diventare due e mezzo, tira e molla, tira e molla, capisce?>>. <<E io con loro come mi metto?… i piccioli?>>. <<Gli dice… “lei li porti a me che poi viene una persona si fa trovare noi mettiamo in una busta da parte e non sappiamo chi sono, stop>>. <<Si ma se loro…>>. Puccio: <<Appena sghiciano (si comportano male ndr.) ci chiudono il cantiere. Appena loro non sono concordi, o fanno tipo ritardi, capito, perché loro non è che sono, qua il porto diciamo che è malleabile… che quando il discorso è diretto, gli fanno trovare le teste di capretto, come hanno fatto già, è uscito pure sul giornale non è che scherzano…>>.
Ed è ancora in riferimento a Fecarotta che spunta nell’indagine il nome di Gianfranco Micciché, coordinatore regionale di Forza Italia, a cui l’imprenditore avrebbe chiesto di intercedere per l’apertura di un conto corrente bancario sul quale sarebbe dovuta confluire la somma di venti miliardi di lire relativa al porto di Palermo. Nella predetta ordinanza di custodia cautelare si legge:
G: Pronto?–//
F: Ehi, Gianfranco, Mario sono, scusami se ti disturbo–//
G: Dimmi–//
F: Dovresti farmi una piccola cortesia… –//
G: Si!–//
F: Chiamare a LIBORIO e dirgli: “scusami, ma con Mario che hai fatto?” Perché io sto facendo i contratti, hai capito? Questi contratti dell’Autorità Portuale e gli devo mettere dentro la banca, sono qualche 20 miliardi di contratti, che dobbiamo andare a lavorare! Dico, è possibile mai che ancora non gli sono arrivati… non gli sono arrivate le cose…? –//
G: Va be, ora… ora provo a rintracciarlo–//
F: Me la fai questa cortesia, Gianfranco?–//
G: Si, si!–//
F: E’ importantissima–//
G: Va bene–//
F: Va bene?–//
G: Ciao–//
F: Ciao Gianfrancuccio, ciao–//
G: Ciao–//
Secondo gli inquirenti, dal 7 giugno del 2001 all’8 luglio dello stesso anno il numero dei contatti tra l’utenza di Fecarotta e quella in uso a Micciché, attualmente viceministro dell’Economia, ammonterebbe a 38. Ma la disponibilità del politico <<non lo fa salire sul banco degli indagati>>. <<Non c’è nessuna indagine sul parlamentare di Forza Italia>>, afferma il procuratore di Palermo Piero Grasso in risposta al duro attacco del forzista Roberto Centaro che accusa i magistrati palermitani di aver compiuto un <<atto gravissimo>>. <<E non è stata la magistratura – continua il procuratore – a diffondere la notizia relativa ai contatti tra l’imprenditore Fecarotta e il vice-ministro>>. Si spiega: <<La notizia è stata diffusa dalle agenzie. Noi ne abbiamo parlato solo per chiarire il fatto e per escludere qualunque coinvolgimento del politico di Forza Italia nell’indagine>>. Il testo della telefonata, ha concluso Grasso, è stato inserito nel documento cautelare per dimostrare come il Fecarotta avesse la possibilità di avviare relazioni politiche. E’ indicativo della capacità di Cosa Nostra di infiltrarsi facilmente nei tessuti sociali anche molto alti.
Lo dimostra un’altra intercettazione tra Salvo ‘u picciriddu e un amico. <<Se tu pensi quello che ha fatto mio padre col pizzo – è la voce del terzogenito di Riina – noialtri neanche possiamo l’uno per cento. Prima c’era più benessere, i soldi si facevano, oggi vedi che non si possono fare più>>. <<L’importante è che il pesce si smonta dalla testa. Partiamo da Roma, e poi vediamo quello che c’è da fare. Una volta che il comando generale è a Roma, uno smobilita Roma e già può cominciare a discutere: magistratura, tutte queste cose, levali>>.
E’ una mafia nuova, quindi, quella che si presenta agli occhi degli inquirenti, una mafia <<legale>>, come la definisce Grasso, che limita l’uso della violenza, opera nei vari settori a compartimenti stagni in modo da limitare i danni di eventuali pentimenti, molto attenta non solo al traffico di sostanze stupefacenti, al riciclaggio di denaro sporco (Riina jr. operava anche su canali svizzeri), ma anche e soprattutto agli appalti, alle opere pubbliche, ai soldi in arrivo da Agenda 2000. Un modello organizzativo rappresentato dall’attuale superboss Bernardo Provenzano e al quale si conforma l’erede di casa Riina, senza però rinunciare ai modi irruenti, diretti e all’obiettivo di contrastare lo Stato <<abbattendolo>>.
Sono le 20.29 del 2 luglio del 2001 quando Giuseppe Salvatore Riina raggiunge in macchina, accompagnato da Salvatore Cusimano, il tratto autostradale sul quale si è consumata la strage di Capaci e commenta gli effetti della strage stessa, la risposta dello Stato e la forza dei corleonesi. <<Ci appizzano ancora le corone di fiori, a “stu cosu”>>, dice il giovane in riferimento alle corone di fiori poste a ricordo dell’eccidio. Il colloquio prosegue:
S: Ma che Salvì, … inc. … di uomini che hanno fatto la storia della Sicilia, … inc. … inc. … lo Stato … inc. …–//
C: No, certo, ma… ti voglio dire…minchia ma…–//
S: Linea dura!! Ne pagano le conseguenze, però, sono stati uomini, alla fin fine-//
C: Tu la pensi così?–//
S: Si, e io…sulla mia pelle brucia ancora di più vedi! Uomini!!–//
C: No, ma io…come consiglio dal dentro ti sto dicendo–//
S: Giustamente non è che finita bene, è andata a finire… –//
C: Sono peggiorate le cose, vero?–//
S: Non è che peggiorarono sai, perché …inc. …–//
C: Ristrettezze carcerarie, cose…–//
S: No, ma non sarebbero peggiorate Salvì, fu… che purtroppo ci fu troppo accanimento, e poi che “sciddicò a palla (è scivolata la palla ndr.)”! Nel ’92, a maggio…–//
C: Eh!–//
S: A maggio ci fu … inc. …, a maggio ci fu … sta strage, a luglio l’altra, e poi giustamente a mio padre a gennaio poi l’hanno arrestato, perciò ci fu anche…capito? La botta … inc. …! Perché io non so come sarebbe andata a finire, “si ò Statu poi un ciavissi fattu calari i corna “ –//
C: Certo!–//
S: A dirgli “cca semu nuatri”–//
C: E quindi la…–//
S: Non c’è stata più…–//
C: … la conseguenza sarebbe stata positiva–//
S: Bravo!! E invece “sciddicò u peri” nel momento giusto che…–//
C: E quindi chi è da fuori dice “minchia, sbagliarono”–//
S: Bravo, bravo! Invece non è vero, perché noi le corna gliele facevamo … inc. … a tutti i compagni e dirgli “qua in Sicilia ci siamo noi”, forse da la sopra in poi ci siete voi, “ma cca semu nuatri”!!–//
C: Certo, perché… devi dire che chi lo ha sostituito non ha avuto… –//
S: Non ha avuto il fegato di portare avanti la…–//
C: E quindi le istituzioni e quelli che sono la dentro … “minchia, sbagliarono”-//
S: … inc. …–//
C: Non si è perseguita quella linea. Ma lo schiaffo morale per chi è la dentro è…da parte di chi si lavò … inc. …–//
S: … inc. …inc. … . Un…un colonnello… deve sempre decidere lui e avere sempre la responsabilità lui!! Non può fare: “ma che mi dici, ma che è?” Deve pigliare una decisione, e la decisione fu quella: “abbattiamoli”!! E sono stati abbattuti! Se poi portava cose buone che dicevano… minchia!! Portò cose brutte perché giustamente ci furono… limitazioni carcerarie, … inc. … se … inc. … si facevano quattro- cinque anni, in galera i “cristiani” vedi che non se li sono mangiati mai!! Sono deboli, i palermitani… minchia, ora tutti hanno il 41 bis… il 41 bis ce l’hanno solo mio zio e mio padre, e basta!!! Loro sono tutti tranquilli… e addirittura già a mio zio gli entrano le cose da mangiare, perciò alla fine a mio zio quando l’hanno arrestato nel ’95, siamo nel 2001, ed è “duru comu a ciaca”!! Sei anni!!–//
C: Perché, prima non gliele potevano entrare le cose?–//
S: No, Salvì, quattro anni dura… siamo deboli? Tu là invece di “ficcare” te la “mini”–//
E si deve ricredere, lo fa notare con tono ironico il diessino Giuseppe Lumia, chi, in passato, aveva “creduto” allo sfogo del giovane Riina, nel dicembre scorso alla ribalta delle cronache per aver fatto richiesta del certificato antimafia necessario per diventare titolare di una concessionaria di macchine agricole, la Agrimar.
E poter così <<parlare con qualcuno di questi dell’Anas, per dargli questi tagliaerba e queste cazzate varie>>. Il virgolettato è riferito al socio di Riina, Antonio Bruno intercettato nel corso di una conversazione intrattenuta con lo stesso Riina. Il quale si dichiara d’accordo: <<Ora appena diventa presidente Cuffa…, abbiamo il presidente lì, il capo area di qua, quello con i baffi e i capelli bianchi, Siracusa, Carmelo Siracusa>>.
Il certificato, però, non venne concesso neppure in seguito al ricorso al Tar e Salvo ‘u picciriddu si indignò con lo Stato che non gli permetteva <<di rompere con il suo passato>>. Che non gli permetteva di lavorare nella legalità per <<mantenere la famiglia>> dopo il vuoto rimasto in seguito agli arresti del fratello Giovanni e del padre. Al quale è legatissimo, anche nella passione calcistica per il Milan. Lo si evince da un colloquio con Giovanni che, dal calcio, si allarga a tematiche più impegnative quali la dissociazione dei boss, alla quale non crede la famiglia Riina. <<Disgraziatamente – dice Giovanni – mio padre non è associato nemmeno al Milan, perché altrimenti avremmo vinto tante cose>>. <<Mio padre – controbatte Salvo – non è associato a nulla, e per questo non ha di cosa pentirsi o dissociarsi>>.
Ma nessuno si è meravigliato per l’arresto di Salvo Riina, a cominciare da Pippo Cipriani, per otto anni a capo della giunta di centrosinistra di Corleone, tra i primi a porre il veto all’apertura dell’azienda Agrimar. <<Questo arresto mi ha dato ragione>>, ha detto dichiarandosi preoccupato per una Corleone ancora <<in bilico tra il riscatto dalla mafia e il ritorno al passato>>.
Ora, mentre dagli ambienti istituzionali giungono alla procura di Palermo i complimenti per la buona riuscita dell’operazione gli inquirenti sono impegnati negli interrogatori degli arrestati. Molti dei quali hanno finora negato ogni responsabilità.
E dalle intercettazioni spuntano le ultime curiosità: l’odio di Riina Jr. per San Giuseppe Jato, il vero e proprio tesoro, nascosto in un posto sicuro, della sua famiglia e l’indicazione del luogo in cui Bernardo Provenzano trascorrerebbe la sua latitanza.
Nel corso di un viaggio sullo scorrimento veloce Caltanissetta-Gela, trovandosi nei pressi di Riesi, il giovane esclama: <<Qua c’è lo Zu Bernardo>>.
Gli arrestati
Giuseppe Salvatore Riina, 25 anni; Antonino Bruno, 24 anni; Angelo Piccolo, 33 anni; Giancarlo Virga, 26 anni; Antonino e Morello Puccio, 34 e 23 anni; Gaspare Mario Di Caro Scorsone, 48 anni; Giuseppe Diesi, 28 anni; Mario Fecarotta, 54 anni; Salvatore Cusimano, 32 anni; Iliano Baiamonte, 26 anni; Giuseppe Calvaruso, 25 anni; Salvatore Vetrano, 31 anni; Giovanni Cusimano, 36 anni; Antonino Orlando, 50 anni; Vincenzo Greco, 35 anni; Salvatore Riina (cugino di Giuseppe Salvatore), 27 anni e Salvatore Siragusa, 29 anni. In carcere il provvedimento cautelare è stato notificato a Gianfranco Puccio, Giuseppe Vella, Francesco Paolo Maniscalco e Francesco Spadaro, figlio del boss della Kalsa, Tommaso.
Tratto da: ANTIMAFIADuemila N°23 / Giugno 2002

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