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Cercando l’America

Louisiana, New Orleans, 15 ottobre 1890. Si spara per strada. Il capo della polizia David Hennessy giace in una pozza di sangue. Un ex poliziotto sente i colpi e si precipita accanto al collega. “Chi e’ stato a sparare?”, gli chiede. “ Un dago” risponde Hennessy. “Dago” era il termine sprezzante usato da molti anglosassoni  per parlare degli immigranti italiani in America.

Negli anni in cui viene assassinato David Hennessy divampa un odio profondo nei confronti della comunita’ italiana presente a New Orleans. I giornali, le vignette ritraggono gli italiani come criminali pericolosi, persone sporche, pigre e analfabete. Dai titoli dei giornali si legge: “ Il capo della polizia Hennessy assassinato da un clan di dago’s”. Gli italiani vengono deliberatamente associati alle organizzazioni criminali mafiose, organizzazioni che ancora non esistono nella New Orleans di allora.

Alla fine del 1800, il quartiere francofono di New Orleans diventa la zona conosciuta come “Little Palermo”. E’ abitata da commercianti, da proprietari di ristoranti emigrati dalla Sicilia. I traguardi raggiunti dalla comunita’ italiana provocano tensioni razziali. Molti siciliani lavorano come pescatori. Gli irlandesi dicono che vengono per rubare i loro posti di lavoro. Come accade in molte altre citta’ americane, gli italiani non possono aspirare a certe posizioni sociali. Non possono diventare poliziotti o vigili del fuoco, vengono definiti come “non – bianchi” con tradizioni  culturali e religiose troppo diverse da quelle anglosassoni.

Undici, gli italiani accusati e assolti dell’omicidio Hennessy.


In una giornata di sole del 14 marzo 1891 si raduna una folla di migliaia di persone davanti alla prigione di Parish. “ Impicchiamo i dagoes!” gridano. Dopo pochi minuti la prigione viene attaccata da un gruppo di venticinque uomini ben armati, selezionati e protetti dalla folla. Circondano i prigionieri italiani in modo che non possono fuggire. Nel cortile della prigione, la squadra armata apre il fuoco su alcuni siciliani raggruppati in un angolo. Piu’ di cento colpi tra fucili e pistole dilaniano i corpi di sei vittime indifese. Un uomo vede la mano di Pietro Monasterio che si contrae: “Hey, questo e’ ancora vivo!”, “Dagli un’ altra passata” risponde uno degli uomini armati.

“Non posso, il mio cuore non regge”. Si avvicina un altro, prende la mira e spara un colpo a bruciapelo in testa a Monasterio. A qualcuno viene da ridere. La folla esulta. Due o tre persone, sentendosi male, voltano le spalle alla scena.

Sparano a Joseph P. Machea, Antonio Scaffidi e Antonio Marchesi mentre si ribellano ai loro carnefici. Marchesi viene colpito alla testa. Nel momento in cui solleva la mano per proteggersi la carica di un fucile gli disintegra la parte superiore del cranio. Muore dopo nove ore di agonia, nello stesso punto in cui cade a terra il suo corpo martoriato.

Nell’angolo di una cella della prigione siede, sotto shock Manuel Polizzi. Viene trascinato in un corridoio da cinque uomini. Gli sparano, mentre lo sguardo della loro preda e’ fissa nel vuoto. La banda armata trova anche Antonio Bagnetto sdraiato in una cella che finge di essere morto. Finiscono anche lui. I cadaveri degli immigranti italiani vengono mostrati alla folla e appesi ai lampioni lungo la strada. Gli applausi, gli acclami sono assordanti ancora oggi.

 
Christina Pacella

 

“I look forward confidently to the day when all who work for a living will be one with no thought to their separateness as Negroes, Jews, Italians or any other distinctions. This will be the day when we bring into full realization the American dream — a dream yet unfulfilled. A dream of equality of opportunity, of privilege and property widely distributed; a dream of a land where men will not take necessities from the many to give luxuries to the few; a dream of a land where men will not argue that the color of a man’s skin determines the content of his character; a dream of a nation where all our gifts and resources are held not for ourselves alone, but as instruments of service for the rest of humanity; the dream of a country where every man will respect the dignity and worth of the human personality.”

Martin Luther King Junior

“Guardo con fiducia al giorno in cui tutti i lavoratori potranno guardarsi senza pensare alle proprie diversita’ in quanto Negri, Ebrei, Italiani… Sara’ questo il giorno che vedra’ realizzarsi il sogno Americano, un sogno che oggi non si e’ ancora concretizzato. Un sogno di uguaglianza, di privilegi e opportunita’ che appartengono a tutta la societa’; il sogno di una terra che non toglie beni di prima necessita’ alla collettivita’ per distribuire ricchezze a pochi; il sogno di un paese  dove gli uomini non dicono che il colore della pelle determina il contenuto del carattere di una persona; il sogno di una nazione i quali doni e le quali risorse sono strumenti al servizio dell’intera umanita’; il sogno di un paese dove ogni uomo rispetta la dignita’ ed il valore della personalita’ umana.”

Traduco le parole di Martin Luther King Junior ripensando al racconto di dolore e di speranza del mio amatissimo Nonno. Come tanti italiani parti’ negli anni ’40 alla volta del Canada cercando una vita migliore per se e per la sua famiglia. Come tanti italiani subi’ il razzismo sulla propria pelle. Lavoro’ 18 ore al giorno per quattro lunghi anni prima di riabbracciare i suoi figli. Gli interminabili, gelidi e solitari inverni canadesi non rispecchiavano assolutamente quella terra promessa che si era immaginato. “Quando andavo a dormire, stanco morto, piangevo come un bambino”, quante volte mi ripete’ queste parole, quanti emigranti ancora oggi, in tutto il mondo soffrono. Per capirlo, basta incrociare il loro sguardo.

Christina Pacella

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