Sono passate da poco le 17 e 30 quando ricevo una telefonata da Calatafimi. E’ un funzionario di polizia che ci comunica che il reparto Catturandi della polizia di Stato di Palermo ha appena messo le mani su uno dei latitanti più pericolosi di Cosa nostra, Domenico Raccuglia. «Raccuglia catturato poco fa, siamo ancora sul posto. Calatafimi. Ci aggiorniamo più tardi». Poche parole, dopo tanti anni (17) e decine di tentativi di cattura falliti, finalmente quello che viene definito uno dei tre papabili successori di Riina e Provenzano, è ora in mano alla giustizia. All’azione hanno partecipato circa 50 uomini della polizia. Raccuglia era, solo, in una abitazione di Calatafimi, in un appartemente di due piani a via Cabbassini 80. Pochi giorni fa era stata perquisita la casa della moglie del latitante, ma sembrava che non vi fosse stato trovato nulla di rilevante.La notizia è stata appena confermata anche dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci, anche lui sul posto della cattura. L’arrestato è in questo momento in viaggio per Palermo. L’azione è stata eseguita in coordinamento con la squadra mobile di Trapani. Attesa per domani mattina una conferenza stampa.
Il capomafia, conosciuto come «il veterinario» è un ex ‘delfino’ del boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca ed è stato già condannato a tre ergastoli, uno dei quali per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, e anche a 20 anni di reclusione per tentativo di omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante i servizi di osservazione disposti nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta come ampiamente raccontato dalla cronaca negli ultimi anni. Il boss era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico.
Pietro Orsatti (Fonte: http://www.orsatti.info/ il sito del giornalista Pietro Orsatti)
Per conoscere meglio il profilo criminale di Raccuglia rilanciamo un capitolo tratto dal libro “A schiena dritta” scritto dal giornalista Pietro Orsatti (ottobre 2008):
Il business con la pistola
«Il mandamento di Partinico, a differenza di altri territori di Palermo e della provincia – spiega il sostituto procuratore della Dda di Palermo Francesco Del Bene – sta vivendo da tempo un periodo di preoccupante fibrillazione. Situazione che ormai perdura almeno da un paio di anni, in particolare da quando è stato decapitato dagli arresti il clan dei Vitale con le operazioni del novembre del 2004 e dell’aprile del 2005. A seguito di questa, che potremmo definire una sconfitta del clan, c’è stata la comparsa su questo territorio di alcuni soggetti emergenti. Che hanno cercato di occupare spazi attraverso la violenza. All’iniziativa degli emergenti si è contrapposta la reazione di esponenti più tradizionali della famiglia di Vitale che ha generato la faida a cui stiamo assistendo».
Nicolò Salto, probabile capo del mandamento di Borgetto tornato in libertà nel 2007, è stato uomo di garanzia per la continuità del potere tradizionale di Cosa Nostra. Ma, ormai è evidente, è il latitante Domenico Raccuglia l’uomo “di peso”, la persona che garantisce la tradizione militare di Cosa Nostra. Uomo che, latitante proprio in questo territorio, si è avvalso con ogni probabilità proprio di Nicolò Salto per garantirsi un comodo soggiorno. E a prendere il potere in un’area svuotata di teste pensanti. «Da quello emerso dal processo conclusosi nel 2007 – prosegue Del Bene – Raccuglia è di fatto il garante del potere dei Vitale. Una sorta di supervisore. Appare evidente che ha mantenuto e mantiene in questo momento questo ruolo assolutamente prioritario nel comando del mandamento». Facendo da garante, a quanto sembra, anche con i Riina, della tenuta dei corleonesi nella zona e nel frenare militarmente gli emergenti. «Perché Domenico Raccuglia è l’uomo di continuità dei corleonesi – continua il procuratore – e ha tutta la capacità militare di imporre il proprio potere. Anche perché è latitante, anche perché è un killer, anche perché è un soggetto che ha acquisito prestigio in considerazione della lunga latitanza».
Ancora non sono chiare le motivazioni dell’agguato, anche se si sospetta che sia stato lo stesso Raccuglia a voler mandare un segnale. Una parte degli inquirenti ipotizza infatti che il boss latitante si sia convinto in questi mesi che i 73.000 euro e circa 8mila dollari rinvenuti dai carabinieri al figlio di Salto lo scorso anno, non siano solo frutto di estorsioni o racket, ma fossero una somma sottratta al bacino economico dello stesso Raccuglia. Oppure, e siamo sempre sul piano delle ipotesi, i killer venivano da Partinico, direttamente dal clan Vitale, insofferenti di essere stati posti, dall’evolversi degli equilibri interni di Cosa Nostra, sotto il comando di Nicolò Salto. Il maggiore dei rampolli del boss Vito Vitale, Leonardo, ha però un alibi perfetto: era a Parma in visita al genitore sottoposto a regime di 41bis. E soprattutto, se il clan dei Vitale ha cercato di “risolvere” l’ingombro rappresentato da Salto senza l’assenso di Raccuglia siamo davanti a un’escalation ancora più preoccupante.
Ma il quadro della riorganizzazione dei clan non si ferma qui. La rete si allarga anche a Terrasini, Cinisi e soprattutto Carini. Quest’ultimo comune e Partinico sono i centri più popolosi e commercialmente più interessanti, è qui dove si concentra l’attenzione della mafia e della sua riorganizzazione. Qui circolano “piccioli”, tanti, a fiumi. Qui comandavano i Lo Piccolo, e infatti a Carini è stata rinvenuta una parte del patrimonio illecito accumulato da Salvatore e dal figlio Sandro. A Cinisi, invece, è stato individuato il prestanome di Binnu Provenzano, Andrea Impastato, titolare di 300 milioni di euro, confiscati, e sempre in questo paese, conosciuto soprattutto per la vicenda di un altro Impastato, Peppino, animatore di Radio Aut ucciso nel 1978 su ordine di Badalamenti, è stata chiusa una pompa di benzina di proprietà di Procopio Di Maggio, il cui figlio è considerato il nuovo capo mandamento e legato, attraverso un matrimonio, al clan dei Vitale. E a Terrasini si erano insediati i Lo Piccolo per cercare di prendere il potere sul mandamento di Partinico che consideravano senza “padrone” ed entrando di conseguenza in guerra (sanguinosa) con Domenico Raccuglia. Nonostante le ondate di arresti il potere mafioso continua a tramandarsi attraverso la tradizione dell’eredità familiare, o come dice il procuratore Del Bene, «il dna mafioso non viene disperso e continua a ripresentarsi».
E Borgetto che c’entra? Perché il mandamento di questo piccolo paese alle porte di Partinico è così importante? «Difficile ipotizzare la dinamica di questa “coda” di guerra di mafia – racconta Pino Maniaci che con la sua emittente TeleJato è diventato voce della coscienza della Sicilia pulita e memoria storica di questo territorio – di fatto Borgetto è stata da sempre considerata come una sorta di zona grigia, dove la mafia riesce a occultarsi bene e a fare guadagni grazie alla presenza di centri commerciali di notevole peso, qualcuno dei quali era certamente già iscritto al libro paga della mafia e qualche altro si è iscritto da poco, ovvero “si è messo in regola”, o meglio, come dice Otello Profazio in una sua canzone, “pi amuri della vita ognunu taci e supporta la mafia in santa paci”». Un luogo, quindi, dove rifugiarsi e stringere le fila per una nuova offensiva. Ma il vero affare, il business dei business, è la Policentro di Partinico, dieci anni di “non lavori”, di ricorsi e contro ricorsi, di soldi, tanti, già spesi e di tantissimi altri da spendere ancora per una delle opere più grandi previste negli ultimi dieci in Sicilia. Futura gestione affidata a Cogest Italia, 361.311 metri quadrati di strutture artigianali, negozi, attività “polifunzionali”. Soldi per gli espropri, soldi per gli inerti, soldi per la costruzione, soldi per la gestione. Come non poteva interessare una miniera di denaro del genere alla mafia? E non solo alla mafia locale e palermitana. Già da tempo, infatti, le infiltrazioni da parte dei mandamenti trapanesi è sempre più evidente. E ora, dopo lo scioglimento del Comune di Partinico per sfiduciamento della giunta e la conseguente delibera del commissario regionale (nominato dalla Regione quando questa era governata da Totò Cuffaro) che di fatto riavvia le procedure per la realizzazione dell’opera, i “vicini” legati all’altro latitante di spicco, Matteo Messina Denaro reggente dell’intera provincia trapanese, stanno cercando un accordo (si pensa in passato grazie anche alle armi) con i “corleonesi”.
Forse gli arresti del 27 ottobre ad Alcamo vanno inseriti proprio in questo quadro di riorganizzazione, lotta anche violenta, e conseguente accordo. La procura di Palermo, infatti, ha ordinato 11 arresti e 10 avvisi di garanzia, fra i quali c’è anche Vito Turano, padre dell’attuale presidente della Provincia di Trapani Mimmo Turano, segretario provinciale dell’Udc. Turano, per anni sindaco democristiano di Alcamo, è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa ed era già finito sotto inchiesta anni fa, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti che avevano parlato dei suoi rapporto con le cosche, la sua posizione era stata archiviata. Arrestata durante il blitz anche un’avvocatessa palermitana, Francesca Adamo, penalista del foro di Palermo. La donna è accusata di concorso esterno in associazione mafiosa e intestazione fittizia di beni. Dalle intercettazioni che hanno condotto all’azione delle forze dell’ordine, emerge il presunto coinvolgimento della professionista negli affari delle cosche mafiose trapanesi. Inoltre l’avvocato, parlando con alcuni indagati, diceva che incontrava ad Altofonte, paese alle porte di Palermo, proprio il boss latitante Domenico Raccuglia. La donna nelle intercettazioni parlava anche del capomafia Matteo Messina Denaro e di Bernardo Provenzano. Anche in questo caso in modo tale da far intendere all’interlocutore di averli personalmente incontrati. Nell’ambito dell’operazione è stata sequestrata la ditta di calcestruzzi Medicementi. Secondo gli inquirenti, l’attività sarebbe riconducibile allo storico clan alcamese dei Melodia. E infatti tra le persone arrestate, il cui elenco non è stato ancora reso interamente noto, ci sarebbe anche Ignazio Melodia, reggente della famiglia e uomo di Messina Denaro.
E mentre si attende la “risposta” del convalescente Nicolò Salto, che non si farà attendere per molto, e la riorganizzazione gerarchica nel mandamento dei Vitale in attesa del ritorno sul territorio di Michele Vitale, che scontata la pena detentiva, sarà il probabile capo del mandamento decimato dagli arresti degli scorsi anni, Cosa Nostra cerca ancora una linea di comando chiara e un accordo fra i “big” Raccuglia e Messina Denaro per spartirsi la torta degli appalti, virtuali o reali essi siano. Sempre che non ci sia qualche rampollo finito fuori controllo e pronto a un bagno di sangue come, fa temere, la recente scomparsa di numerose armi nel territorio fra cui una nove millimetri parabellum, arma micidiale e molto usata in passato dai killer di mafia.
Pietro Orsatti


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