Ci sono tanti modi per ricordare una persona che non c’è più: c’è la partecipazione pubblica, ma c’è anche un ricordo intimo ed esclusivo che non necessariamente deve essere palesato e che attiene alla sfera privata di ognuno di noi. Oggi, mi preme sottolineare la grande onestà e moralità che Lillo Zucchetto ha dimostrato di possedere. Un’onestà che, ahimè, in taluni nostri colleghi non ho ravvisato. Anzi, proprio per aver acclarato la disonestà di qualcuno, Lillo ha voluto concedermi l’onore di confidarsi, facendomi partecipe delle sue amarezze. E, lo dico ad alta voce, mai e poi mai tradirò la fiducia di Lillo, anche se a carico dei disonesti è stata condotta una riservatissima indagine interna, con intuibili conseguenze.
Lillo, un ragazzo di 26 anni che per comportamento e responsabilità ne dimostrava molto di più e che nonostante avesse intuito il pericolo, non ha voluto sottrarsi al proprio dovere: non è fuggito ed ha voluto caparbiamente partecipare all’irruzione nella villa dove avevamo localizzato il ricercato capo mafia di Villabate, Salvatore Montalto. Per Lillo, quella cattura significava l’affermazione dello Stato contro la mafia. Il Montalto per un paio di volte gli era sfuggito per un soffio. Insomma, per Lillo la cattura di Montalto appariva come. una rivincita del bene che trionfava sul male, Ma, l’affermazione delle Legge con l’arresto del Montalto, ha causato purtroppo la morte di Lillo.
Oggi registro che sono trascorsi trent’anni da quella maledetta domenica del 14 novembre ’82, quando una telefonata mi annunciava che Lillo era stato assassinato. Trent’anni e vedo nitidamente il suo corpo adagiato su una lastra di marno nell’obitorio dentro il cimitero di Palermo; rivedo con tanta amarezza un città assente al suo funerale, era come se la morte di Lillo fosse stata solo una cosa da “sbirri”. Si, la mia Palermo ci aveva voltato le spalle, ignorando che un figlio della Sicilia aveva pagato con la vita per fare il proprio dovere.. Ma in quel periodo, inizio anni ’80 a Palermo era stata sospesa, oltre la carità cristiana, anche l’intelligenza dell’uomo.
Io e Lillo avevamo fatto tanti progetti investigativi e il più imminente e realistico era l’avvio delle indagini, per la cattura del “Papa” Michele Greco: avevo avuto una soffiata. Dopo l’omicidio, gli uomini di Cosa nostra, fecero girare la voce che la causa dell’omicidio era riconducibile ad una “questione di fimmini”, in particolare, con una donna che abitava nel condominio di fronte al bar dove è stato ucciso. Edificio, divenuto poi simbolo per l’albero della Memoria, che ricorda il sacrificio di Giovanni Falcone. Io stesso ho identificato la donna e messo sotto controllo il suo telefono. L’infamante accusa era totalmente falsa, come abbiamo appurato da una successiva e riservata indagine diretta da Cassarà.
Sono trascorsi trent’anni e dopo Lillo, altri nostri colleghi della stessa nostra Sezione investigativa, sono caduti per mano mafiosa, Cassarà, Montana, Antiochia e Mondo. Altri sono periti in incidenti di servizio ed altri ancora si sono salvati da agguati programmati da Cosa nostra.
Avrei voluto essere in questi giorni a Sutera, per ricordare Lillo nella sua Terra natia: avrei voluto raccontare ai giovani di Sutera Lillo, ma motivi strettamente privati, me l’hanno impedito. Tuttavia, come ho già fatto con tante altre scuole e come farò tra qualche giorno con gli studenti di Senigallia Lanciano, Bergamo, Parma e Liguria, racconterò che un giovane di 26 anni, prossimo al matrimonio, non ha esitato ad offrire la sua vita per questo ingrato Paese.
Nella calda estate del ’82 un giovane, mio corregionale, mi offrì la sua amicizia ed io ne fui onorato. Quel ragazzo, galantuomo Siciliano, si chiamava semplicemente Lillo.

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