Era il 1982 e l’Italia del calcio vinceva i mondiali. Almeno tre generazioni ne risentono ancora gli effetti.
Una di queste è senz’altro la mia.
Di quella squadra mi sono sempre chiesto quale fosse il giocatore più rappresentativo, quello per cui, per intenderci, sarebbe stato giusto tenere il poster in camera quando ancora si era adolescenti.
Partiamo da Paolo Rossi per esempio, il capocannoniere con 6 goals: 3 goals al Brasile dei sogni, 2 alla Polonia e 1 in finale con la Germania. Ci fosse stato un sondaggio, senz’altro avrebbe riscosso il maggior numero di preferenze. Troppo facile del resto: chi segna, chi appare, viene ricordato con maggior facilità. Ma gli appassionati di calcio, quelli che ne capiscono e magari ci hanno giocato, sanno che Rossi, da solo, non sarebbe mai bastato.
C’era Bruno Conti, definito dai brasiliani stessi il “più brasiliano degli italiani”. Le sue finte, i suoi dribbling, i suoi cross…
C’era Antonio Cabrini, il bell’Antonio, bello ed efficace.
C’era Dino Zoff, il capitano, il portiere, la sicurezza.
C’era Giancarlo Antognoni, il centrocampista e fantasista, la classe e la forza.
E che dire di Gaetano Scirea, il libero, la sua eleganza.
Claudio Gentile poi, l’arcigno difensore, e le maglie strappate per contenere l’estro di miti del calcio come Zico (Italia-Brasile 3-2) e Maradona (Italia-Argentina 2-1).
E poi c’era Marco Tardelli, il centrocampista tuttofare,
quello dell’urlo infinito lanciato dopo aver segnato il secondo goal della finale, quello che sanciva sostanzialmente la vittoria dell’Italia, e che ancora riecheggia nelle orecchie di parecchi dei miei coetanei e di quelle delle generazioni vicine. Un urlo che è diventato leggenda, spot, parte della storia d’Italia. “La classe operaria va in paradiso” commentava guardando quel goal e quell’urlo qualcuno che di anni ne aveva almeno 10 più di me.
Ogni squadra ha il suo eroe, il suo simbolo, difficile da scegliere.
Io scelsi Tardelli, l’uomo ovunque, quello che aiutava la difesa se c’era da difendere e che faceva valere i suoi piedi buoni e il suo gran cuore davanti, quando c’era da attaccare.
Da qualche tempo mi chiedevo, chi, nella “squadra” delle Agende Rosse, potesse in qualche modo esserne il simbolo.
Troppo facile individuarne il leader, il goleador come Paolo Rossi, in Salvatore Borsellino.
Nella squadra delle Agende Rosse ci sono tanti ragazzi bravi a parare, parecchi buoni difensori, moltissimi amano invece dribblare, giocare di fino, qualcuno è adatto invece a fare l’ultimo passaggio o essere lì quando è il momento di “buttarla dentro”.
E qui l’elenco è lungo. Ammetto di aver anche iniziato a scriverlo, partendo dalla Sicilia e andando verso nord, ma al 30esimo nome, arrivato nei pressi della Calabria, ho desistito.
Cercavo però di capire chi fosse il mio Tardelli. Chi, cioè, potesse rappresentare il movimento per il suo esserci sempre, per il suo coraggio, per la volontà e la testardaggine che mette nel perseguire l’obiettivo. Quella ostinazione nel voler essere su ogni pallone, in ogni contrasto con l’avversario, nella speranza che questo possa dare anche un minimo vantaggio alla propria squadra.
Con la memoria ho scorso tutta l’Italia delle Agende Rosse, regione per regione, ed alla fine, non è stato così difficile trovare il mio Tardelli.
Non a caso scrivo questo piccolo post in questo giorno particolare. Oggi è il compleanno di quella che penso sia l’Agenda Rossa più rappresentativa del movimento, quella che, come Tardelli, è capace di essere sempre presente, quella che “ogni evento può essere importante e non bisogna mai mancare”, quella che “lascio il mio posto a sedere a chi ancora queste cose non le ha ascoltate”, quella che “sono solo una formichina”, quella che il giorno in cui giustizia sarà fatta, immagino urlare di gioia a squarciagola, talmente forte e talmente a lungo che quell’urlo riecheggerà nelle orecchie delle nuove generazioni molto più di quanto quello di Tardelli ha fatto con la mia.

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