Il primo luglio del 1992 in un’anonima palazzina di Roma due persone s’incontrarono dopo che da oltre 10 anni non si erano più visti. Entrambi, erano tristi, entrambi avevano il cuore gonfio di dolore: avevano appena perso, uno un amico e l’altro il suo punto di riferimento per la lotta a Cosa nostra. Quell’uomo scomparso era Giovanni Falcone.I due uomini, non parlarono nemmeno. Erano stati abituati sin dall’infanzia a comunicare col silenzio; a parlare con gli occhi, occhi leggermente inumiditi da lacrime rimaste in sospensione. Quando i due uomini si salutarono, le mani strette rimasero incollate come a significare un legame invisibile con Giovanni Falcone. Ma, i due uomini non potevano e non dovevano perder tempo, dovevano fare in fretta, dovevano dare risposte, dovevano accertare la verità sulla strage di Capaci e sull’intera organizzazione di Cosa nostra. Uno dei due uomini, Paolo Borsellino entrò in una stanza, ove ad attendere c’era un altro uomo che con le sue dichiarazioni avrebbe dovuto incidere nella lotta a Cosa nostra. L’uomo era Gaspare Mutolo. Mentre l’altro, taciturno uomo, non entrò nella stanza, perché doveva pianificare il corso degli eventi.
Ad un tratto, Borsellino uscì dalla stanza e si allontanò dalla palazzina. Si seppe subito che giunse una telefonata dal Viminale perché avrebbe dovuto incontrarsi col Capo della polizia Parisi: almeno questa fu la giustificazione. L’uomo dalla stretta di mano per un po’ rimase con Gaspare Mutolo e poi uscì dalla palazzina per raggiungere il proprio ufficio poco distante e, allorquando ritornò, vide che Borsellino nel frattempo era rientrato e stava interrogando Mutolo.
La serata si concluse e tutti lasciarono l’anonima palazzina. Nei giorni successivi i due uomini si incontrarono spesso per continuare gli interrogatori, sino a venerdì 17 luglio. E, durante i nuovi incontri, l’episodio del Viminale non venne nemmeno menzionato.
Purtroppo, Paolo Borsellino non è più in vita, assassinato insieme alla sua scorta ed oggi c’è chi, come Totò Riina, che elargisce patenti di responsabilità, affermando che la strage di via D’Amelio, è stata compiuta dai “servizi deviati”, escludendo responsabilità di Cosa nostra. Parole tragicamente false con probabili spunti di verità. Ma le dichiarazioni di Totò Riina, contengono messaggi chiari e forti per chi ha orecchie per intendere.
Da alcuni anni, c’è il fratello di Borsellino, Salvatore che chiede insistentemente di conoscere se suo fratello incontrò quel primo luglio il ministro Mancino. Quest’ultimo nega che incontro ci sia stato.
Ora è davvero inconcepibile che un magistrato come Paolo Borsellino, noto, non solo in Italia, ma anche all’estero e titolare delle indagini sulla strage di Capaci, fosse completamente sconosciuto al ministro dell’Interno. Appaiono opinabili le dichiarazioni di Mancino, anche quando non ricorda di essersi incontrato con Paolo Borsellino. Ora, poiché si sta parlando del Viminale e non di un discount, è impossibile che non esistano “pezze d’appoggio” che certifichino l’incontro. Con la gestione Parisi, sembra che tutto venisse registrato e filmato, quindi basta saper guardare negli archivi per escludere od affermare l’incontro ricordato da Mancino. Ma poi, perché è così vitale escludere che l’incontro sia avvenuto?
L’altro uomo con le lacrime in sospensione, ero io!

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