Poco meno di otto mesi prima della mia nascita, a Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, la notte dell’8 gennaio, le forze dell’ordine estraevano da una Renault rossa, in via Marconi, il corpo di un uomo di quarantotto anni. Gli avevano sparato tre proiettili. Era morto così, solo e in una via deserta, il cronista più scomodo di Barcellona. Si trattava di Beppe Alfano, più che un semplice simbolo del giornalismo dell’antimafia.
Beppe non aveva il tesserino dell’ordine dei giornalisti, era un professore di educazione tecnica. Aveva insegnato anche in una scuola media a Cavedine, in Trentino, agli inizi degli anni Settanta; ma aveva un’attitudine innata per la ricerca della Verità. Si appigliava ad ogni indizio, ad ogni traccia, a qualsiasi tipo di sospetto con l’unico scopo di fare chiarezza in una terra in cui la mistificazione della Giustizia è norma e il non intralciare la mafia nei suoi piani e nei suoi affari è l’unica vera legge da rispettare per poter campare a lungo. Tutti lo sapevano, anche Beppe lo sapeva. Per questo andava alla ricerca della Verità, per questo, pur non essendo ufficialmente un giornalista, iniziò a collaborare con radio provinciali ed emittenti televisive e per questo divenne il corrispondente di Catania per “La Sicilia”. Perché la Verità è il presupposto essenziale per l’ideazione di una società giusta e libera. Aveva respirato per troppo tempo la maleolenza della nefandezza e dell’immoralità e pretendeva il riscatto per sé, per il suo popolo e per la sua terra. Beppe Alfano sognava una Barcellona diversa, una Sicilia e un’Italia diverse.
Theodor Adorno diceva che “la Verità non è proporzionale alla comunicabilità” e forse aveva ragione. Eppure, giornalisti come Beppe hanno speso la loro vita nel tentativo di dimostrare il contrario: più si dà voce alla realtà dei fatti, più si stimolano le coscienze a prendere consapevolezza di ciò che abbiamo sotto gli occhi, tanto più saremo vicini alla Verità. Barcellona Pozzo di Gotto era un ricettacolo in cui si fondevano ambigui affari. Era stata teatro di guerra tra Cosa nostra e quelle frange mafiose minori che aspirano alla visibilità e ai piccioli; era in attesa del raddoppiamento ferroviario, vi circolavano trafficanti di eroina e c’erano in ballo centinaia di appalti e subappalti. Un bottino succulento per le tasche della mafia. Beppe Alfano aveva messo il naso negli affari e nei rapporti di imprenditori malfidati e pezzi da novanta ambivalenti; aveva ipotizzato che il famoso boss catanese Nitto Santapaola trascorresse la latitanza entro le mura di Barcellona, si era intromesso nello scandalo dell’AIAS, un centro di assistenza per spastici, aveva indagato su un sospetto commercio di agrumi e intuito che la mafia locale si era legata troppo ai clan di Santapaola. Le sue indagini e i suoi articoli coinvolgevano uomini d’affari, politici, amministratori, dirigenti di grandi imprese e si era persino convinto di aver scoperto una loggia massonica proprio nella sua città. Non aveva avuto tutti i torti. Quel professore di educazione tecnica che amava la Verità era, insomma, un cronista troppo scomodo. Per la mafia e non solo. I suoi sospetti, che non guardavano in faccia a nessuno, avevano forse coinvolto qualcuno di troppo.
Beppe Alfano è morto l’8 gennaio di diciotto anni fa, lasciando una famiglia splendida e migliaia di dubbi e misteri attorno al suo delitto. Secondo quanto ammesso dal procuratore dell’epoca Olindo Canali, pare che il giorno dell’assassinio del giornalista fossero presenti a Barcellona uomini del Ros, del Sisde e dello Sco. Roba di servizi segreti insomma. Per l’omicido di Beppe Alfano sono stati condannati in via definitiva Giuseppe Gullotti come mandante ed Antonino Merlino come esecutore materiale, ma restano pesanti zone d’ombra su altri mandanti dell’omicidio non ancora individuati. Giustizia non è stata fatta. Un’antifona che si ripete un po’ troppo spesso in questo Paese.
Diciassette anni dopo la mia nascita e diciotto anni dopo la morte di questo straordinario uomo, mi rendo conto di quanto poco siano cambiate le cose, di come siano troppo pochi i giornalisti come Beppe Alfano o Pippo Fava in uno Stato che si definisce democratico e nel quale le cose da raccontare non mancano di certo. Comprendo anche che il patrimonio che ci hanno lasciato eroi come Beppe è qualcosa di estremamente prezioso da salvaguardare con cura. Parte di questo patrimonio risiede nella persona della figlia, Sonia, una donna che ha custodito gli ideali e i sogni del padre e che ora cerca di incamminarci verso la giusta via e di alimentarci con quella sete di Verità e Giustizia di cui non siamo mai sazi.
Penso a quei ragazzini delle scuole medie che avevano un eroe seduto in cattedra e a quanto avrei avuto voglia di andare a scuola, di sedermi tra quei banchi!
Dobbiamo rendere al popolo italiano un Paese degno di questo nome, un Paese in cui le vie portino il nome di Beppe Alfano e non di Bettino Craxi, già condannato in via definitiva a dieci anni per corruzione e finanziamento illecito. Dobbiamo resistere per restituire all’Italia la sostanza dei sogni e degli ideali di Beppe, di Pippo Fava, di Falcone e Borsellino e di tutti gli eroi che l’hanno sognata giusta e libera. Glielo dobbiamo.
Serena Verrecchia

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