LA MAFIA a Barcellona, invece, fin dagli anni Settanta, esisteva ed era operativa, collegata a cosche di altre zone della Sicilia e della Calabria. Dal ’90 al ’92, si era scatenata una guerra fra la cosca di Giuseppe Chiofalo, legata ai Cursoti, e quella contrapposta, sotto il comando di Giuseppe Gullotti, legata a Nitto Santapaola e a Cosa Nostra palermitana. Insegnante di educazione tecnica, appassionato di giornalismo e militante di destra (in gioventù aderì a Ordine Nuovo e, poi, al MSI-DN), Alfano non era nemmeno iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ma scelse di raccontare la mafia, con puntigliosa ricerca della verità, in una città dove l’indifferenza e l’assuefazione alle intimidazioni, alle estorsioni e agli omicidi regnavano sovrane. La sua fu la morte annunciata di un cronista invisibile, caparbio, che aveva denunciato i boss di Barcellona e disegnato l’organigramma delle cosche, soffermandosi sugli illeciti compiuti nella gestione dell’Aias (l’associazione d’assistenza ai disabili di Milazzo), le illegalità nel comune di Barcellona, le truffe del settore agrumicolo , la latitanza di Nitto Santapaola proprio a Barcellona e il cordone di protezione rappresentato da appartenenti a una logica massonica deviata.
Tre giorni prima di morire aveva consegnato alle autorità una lunga e documentata descrizione delle sue scoperte, tra le quali, il probabile rifugio del boss latitante Nitto Santapaola. Un lungo e tormentato iter giudiziario, passato attraverso tre decisioni della Corte di Cassazione, ha consegnato una verità giudiziaria che ha consentito, a distanza di tredici anni, di dare un volto al killer e di dimostrare la matrice mafiosa del delitto. Dopo essere stato assolto in primo grado e condannato in appello, il 22 marzo 1999 è giunta la condanna definitiva a 30 anni di reclusione per il boss Giuseppe Gullotti, detto “l’avvocaticchio”, membro del circolo culturale “Corda Fratres”, di cui facevano parte vari esponenti dell’alta società e del mondo politico. Il 27 aprile 2006, è toccato all’esecutore materiale: il carpentiere Antonino Merlino è stato condannato a 21 anni e sei mesi di carcere, a seguito della decisione della I sezione della Corte di Cassazione.
SULLA VERITÀ accertata s’irradia, però, un cono d’ombra, che avvolge il possibile legame tra l’omicidio di Alfano e la latitanza di Nitto Santapaola – trascorsa nella stessa città in cui fu eseguito l’omicidio – e si nasconde nelle anomalie, denunciate dalla figlia Sonia: la conservazione del computer della vittima e gli indebiti accessi che furono fatti, la sparizione del suo taccuino pieno di informazioni in codice la notte dell’assassinio, la presenza di un uomo intento a osservare l’abitazione il mattino del delitto. Si tratta di circostanze che legittimano la domanda di giustizia dei familiari, proiettata a capire se e chi si nasconda dietro Giuseppe Gullotti. Un piccolo indizio è rappresentato dalle tardive dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, il quale ha riferito che dietro l’“avvocaticchiu” vi erano la massoneria e un noto imprenditore, indicato quale referente di Santapaola.
È, SOPRATTUTTO, il contesto in cui si colloca l’omicidio di Alfano che richiede un rinnovato impegno investigativo. Si verificò, infatti, nei mesi terribili della stagione stragista, una settimana prima dell’arresto di Salvatore Riina, nel pieno dello sviluppo della trattativa mafia-Stato. La procura della Repubblica di Palermo è impegnata a verificare se appartenenti al vertice del Ros abbiano offerto un salvacondotto a Nitto Santapaola, fino al punto di non arrestarlo nella prospettiva di poter trattare la cessazione delle stragi. Santapaola fu, poi, arrestato dallo Sco della polizia, un mese e mezzo dopo, il 18 maggio 1993, nelle campagne di Mazzarone, un paese della zona meridionale del catanese. Un avvocato boss, Rosario Cattafi, avrebbe sostenuto che il vice direttore delle carceri, Francesco Di Maggio, voleva far arrivare un messaggio a Santapaola, per tentare di fermare le stragi.
Sono trascorsi vent’anni dall’omicidio dello scomodo giornalista, che non voleva farsi soffocare da quella che definì, in uno dei suoi articoli, la “cappa plumbea” che stava ricoprendo la sua città. Alfano fu un uomo solo e gli va riconosciuto il merito di aver compreso e descritto il degrado che la presenza mafiosa nella sua terra aveva innescato nella quotidianità, nelle relazioni tra le persone, nel mondo delle professioni, nelle attività economiche e nell’amministrazione pubblica. Ricordare il suo sacrificio è un dovere morale.
Luca Tescaroli (Sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma)
Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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