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Ass. Georgofili: ‘Dissentiamo fortemente da quanto scritto sul 41 bis da Claudio Fava’

23 ottobre 2011. Dissentiamo fortemente da quanto scritto sul 41 bis e la probabile trattativa dal Dr. Claudio FAVA. Ci piacerebbe tanto poter criticare il 41 bis come in molti fanno, un senso critico e aspro sul piano umano per una pena severa, ma non ce lo possiamo permettere.

Infatti il 41 bis è stato fortemente contrastato dalla mafia a suon di bombe, ancora oggi la mafia non lo vuole malgrado tutti gli ammorbidimenti, quasi per una questione di principio, e allora il 41 bis deve esser applicato oltre la ragione stessa, perché se il 41 bis sopravviverà a  tutti gli attacchi dei benpensanti e degli opportunisti, e soprattutto di coloro che vorrebbero buttarlo via ora in questa legislatura per non doverlo combattere dopo in altre legislature,  la mafia prima o poi dovrà mettere in difficoltà chi non ha potuto rispettare i patti, perché con la mafia non si scherza e i patti vanno rispettati.

Siamo stati messi nelle mani della mafia e i nostri figli sono morti in modo atroce, e ogni giorno combattiamo con gli invalidi messi in difficoltà da sistemi barbari di assistenza,  quindi noi non riteniamo così scandaloso che chi di “mafia ferisce di mafia perisca” se la legge non può raggiungerli in nome e per conto della Ragion di Stato.

Il 41 bis è un sistema carcerario severo ma giusto  per chi non collabora con la giustizia contribuendo così  finalmente a liberare questo Paese da qualcosa di altrettanto grave rispetto alla mafia stessa,  ovvero coloro che  si sono collusi con la mafia fino ad arrivare a concepire stragi terroriste ed eversive.

Le parole del Dr. Claudio Fava suonano come una bella favola, ma noi alle favole non ci crediamo più da lungo tempo e soprattutto crediamo fortemente che sia arrivato il momento di smetterla di mistificare le cose sul 41 bis, e pure sulla trattativa, perché è più che evidente che innocenza a livello politico in questo Paese non c’è ne è stata per le stragi del 1993.

Inoltre anche noi la diciamo tutta fino in fondo, se è pur vero che è oltremodo scandaloso non poter processare chi si nasconde dietro a immunità di comodo come dice il Dr. Claudio Fava, è altrettanto vero che ciò non può impedire di condannare ad un regime di carcere restrittivo chi dalle sbarre riesce comunque a passare ordini di morte o condizionamenti al voto.

Cordiali saluti

 

Giovanna Maggiani Chelli

Presidente

Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

 

Ma il ’41 bis’ ha ancora senso?

 

Le leggi speciali evocate da Maroni dopo gli scontri di piazza non mostrano la forza dello Stato ma la sua debolezza. E forse è arrivato il momento di riflettere anche sul carcere duro per i mafiosi.


La risposta autoritaria che è stata suggerita dal governo e da alcuni buontemponi dell’opposizione alle violenze di sabato scorso (riesumazione della legge reale, estensione dei Daspo ai cortei politici, fideiussioni personali degli organizzatori delle manifestazioni…) è stata ben commentata da molti. Come spiegava Rodotà, la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi a invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. Quelle leggi spesso non sono una soluzione ma un alibi, servono a celare le debolezze e le inefficienze delle istituzioni, a fingere solo la faccia feroce.

Il primato delle leggi ordinare va esteso però ben oltre la curva degli stadi e il malessere delle piazze. E a costo di apparire un provocatore, vorrei cominciare a discutere se sia ancora opportuno tenere in piedi una legislazione d’emergenza sulla lotta alle mafie, e se queste norme eccezionali non continuino a raccontare più la debolezza nostra che la loro forza.

Parlo del 41 bis, di un regime carcerario duro, aspro, rigido che riduce per i capimafia la possibilità degli incontri con i familiari, delle ore d’aria, dei momenti di socialità durante la detenzione, che toglie il diritto a un contatto fisico tra padri e figli, tra mariti e mogli, che morde la dignità ancor più che la pericolosità degli individui. E siccome so bene di cosa sto parlando, so anche quale legittima obiezione si può fare: quel regime carcerario ha salvato decine, forse centinaia di vite che altrimenti i boss di camorra, ndrangheta e Cosa Nostra avrebbero ordinato di sopprimere senza doversi allontanare dalla loro galera. Basti pensare agli anni di Cutolo a Poggioreale o di Santapaola a Catania, anni in cui il carcere era cosa loro, diviso secondo obbedienze, appartenenze, affiliazioni. E dalla galera si continuava a governare il male: traffici, omicidi, appalti truccati, violenza sociale, corruzione politica, impunità…

C’è stato un tempo in cui l’unica risposta – d’emergenza, certo – fu quella di murare vivi i macellai della mafia per evitare che continuassero a comandare, ad ammazzare, a corrompere. E ci furono anche ministri collusi, funzionari corrotti, politici imbelli che s’inventarono campagne contro il 41 bis in cambio di una manciata di voti da parte dei mafiosi. E’ storia recente la firma di un ministro della giustizia che nel 1993, il giorno dopo le più spregiudicate stragi di mafia, firmò per decreto la fine del regime di detenzione speciale per tutti i mafiosi allora in 41 bis (più di trecento) dicendo poi che l’aveva fatto per ristabilire un clima di pacificazione nazionale: come dire, un ramoscello d’ulivo offerto a Cosa Nostra che forse in cambio s’impegnava a non far saltare più con il tritolo le strade e le vite d’Italia.

Questa fu una trattativa, cioè viltà, intelligenza col nemico, comportamento di infinita miseria morale sulla quale – in tutte le sue declinazioni – è bene che i giudici oggi facciano luce: chi mentì, chi tacque, chi trattò e cosa ne ebbe in cambio. Io qui parlo d’altro. Non di un armistizio con i mafiosi ma, al contrario, d’una prova di forza e di civiltà della nostra democrazia. Che dovrebbe dimostrare a sé stessa di non aver più bisogno di leggi speciali e ai mafiosi di non temerli più. L’ho già scritto quando hanno scarcerato il figlio di Riina e, con intenzioni assai diverse da loro, i leghisti veneti e il sindaco di Corleone dissero che non volevano a casa loro. Ma se una comunità ha paura di un ex galeotto solo perché si chiama Riina, se siamo così deboli da non poter pretendere da quel ragazzo che stia alle regole, ai patti, alle leggi, che senso hanno avuto trent’anni di lotta alle mafie? E chi glielo fa fare ai ragazzi della cooperativa Placido Rizzotto di Corleone ad andare a coltivare con grande fatica le terre che lo Stato ha confiscato al padre di quel ragazzo?

Ragioniamoci. Assumiamo questa discussione come una prova di maturità, come il segno d’una loro debolezza (loro: dei mafiosi), ragioniamo su talune leggi speciali che forse ieri furono necessarie ma oggi rischiano di apparire come segni d’abitudine. Ragioniamoci adesso che in Parlamento siedono deputati e ministri amici dei mafiosi. Se non altro per correggere questa vecchia ipocrisia italiana: fare la faccia feroce con Riina che ha molti ergastoli sulle spalle ma mostrarsi immensamente tolleranti con quei ministri che dei mafiosi furono sodali e contigui. O, se vogliamo dirla tutta, uno Stato che non ha la forza morale e giuridica di processare come qualsiasi altro cittadino Nicola Cosentino e Saverio Romano, non può assumere su di sé la licenza morale di imporre il carcere duro a nessuno.

Claudio Fava (L’Unità, 22 ottobre 2011)

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