Press "Enter" to skip to content

Ass. Georgofili: ‘Nel ’93 passaggi da 41 bis a carcere normale in contemporanea alle bombe’

16 ottobre 2012. La nota di agenzia ANSA lanciata ieri sera alle 21.07 dove ben si evidenzia quanto emerso a suo tempo dalla Commissione Parlamentare quando ha incontrato ed ascoltato i Magistrati coinvolti nelle indagini sulla strage di via dei Georgofili, se mai ce ne fosse stato bisogno, ci amareggia ancora una volta profondamente.
Infatti, i Magistrati delle tre procure che si occupano a vario titolo anche delle stragi del 1993 non sono concordi sulla trattativa Stato-mafia.
Quindi, se è vero che in quel 1993 non c’è stata trattativa fra Stato e mafia e se è vero che i passaggi da 41 bis a carcere normale non sono stati determinanti al fine di esaudire i desiderata della mafia, noi sottolineiamo che è altrettanto vero che i passaggi sono avvenuti in tempi in cui in Italia esplodevano le bombe e  i nostri parenti morivano e azioni come quelle del Governo in quel momento verso il 41 bis non possiamo di certo comprenderle in una logica di ordinaria amministrazione come vorrebbero i Magistrati di Firenze. 
Infatti corre d’obbligo la domanda: perché toccare i meccanismi di 41 bis, sia pure decretati l’anno prima,  mentre l’Italia salta in aria e i bambini e i ragazzi di 20 anni muoiono sotto il tritolo stragista della mafia?
Chiediamo a questo punto: il nostro pare a qualcuno un discorso suggestivo o una tragica realtà?
E ancora  il prof. Conso quando prende le sue decisioni quel 31 ottobre 1993, i morti di Firenze ce li aveva in testa quale ministro della giustizia o no?
Anche considerando che nel 2002 il prof. Conso sentito dal Vice DNA Chelazzi ebbe a dire “Sia ben chiaro: io sono per il 41 bis”.
Per tutto questo vanno fatte indagini e processi con una forte unità di intenti, volte a mettere sulla carta bollata la verità sulla strage di via dei Georgofili, non i personalismi di ogni singolo magistrato.
I nostri sono stati 20 anni di inferno, durante i quali di indagine in indagine e di processo in processo abbiamo dovuto sentir sempre e comunque difendere un Governo di quel 1993 che nella logica di passaggi da 41 bis a carcere normale,  sembrerebbe  non sapesse assolutamente nulla di ciò che stava avvenendo in Italia e questo davvero ci resta difficile da crederlo, anche perché i documenti che hanno stazionato nei cassetti che contano di questa Repubblica dicono ben altro.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

STATO-MAFIA: CONTRASTI PM; PALERMO ACCUSA, DUBBI FIRENZE. PER TOSCANI NO SPONDE ISTITUZIONI A PAPELLO

FIRENZE, 15 OTT – Le audizioni in commissione parlamentare antimafia sono state un’occasione per confrontare le ricostruzioni delle tre procure – Caltanisetta, Firenze e Palermo – che indagano sugli anni delle stragi mafiose, dall’attentato di Capaci a quello fallito all’Olimpico. Non solo trattativa, dunque. Pero’, proprio su quella si e’ concentrata gran parte delle domande dei commissari. E le risposte dei pm hanno rivelato che fra le diverse sedi giudiziarie le letture non coincidono. Anche Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del Quirinale, in una lettera al presidente Napolitano il 18 giugno 2012, parla di ”gravi contrasti” tra le diverse Procure che stanno indagando. Con ogni probabilita’ D’Ambrosio si riferiva alla risposta che il procuratore di Palermo, Francesco Messineo, ascoltato dalla commissione antimafia nel marzo scorso, dette ad una domanda posta dal commissario Luigi Li Gotti dell’Idv: ”Trovo perfettamente logica e assolutamente legittima la valutazione della procura di Firenze che e’ arrivata alla conclusione che la trattativa sul 41 bis non ebbe incidenza”, disse il procuratore in commissione antimafia, aggiungendo poi: ”Noi riteniamo il contrario”. La trattativa e’ stata oggetto specifico solo dell’inchiesta di Palermo, ma ha incrociato pure le indagini di Firenze sulle stragi del 1993 e di Caltanisetta su Capaci e via D’Amelio. La procura di Palermo indaga per falsa testimonianza l’allora ministro degli Interni Nicola Mancino, ritenendo che fosse a conoscenza della trattativa, e per false informazioni al pm l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, sostenendo che le mancate proroghe dei 41 bis, a fine ’93, rientrassero in un’ottica di reciproche concessioni fra Stato e Cosa nostra. I pm toscani (il procuratore Giusepppe Quattrocchi ed i suoi sostituti Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi) si sono mostrati piu’ cauti: dalle loro indagini – hanno spiegato in commissione nell’audizione precedente a quella dei colleghi di Palermo – non e’ emerso che le richieste sul carcere duro contenute nel papello abbiano trovato ascolto nelle istituzioni. Secondo la procura di Firenze, le autobombe del ’93 furono il ‘rilancio’ di Toto’ Riina dopo lo stallo della trattativa avviata con i Ros grazie alla mediazione di Vito Ciancimino, ma ”non abbiamo tracce, elementi certi che ci sia stata una sorta di sponda istituzionale a queste pretese”, ha detto in commissione il pm toscano Sandro Crini, e ”per ritenere che le estorsioni fatte attraverso le stragi abbiano avuto una sponda credibile, attendibile”. A suggerire questa lettura c’e’ l’arresto di Riina, nel gennaio del ’93, che ”incrina il dato”, ha spiegato Crini, perche’ si tratterebbe ”di arrestare quello con cui, in linea teorica, la trattativa sarebbe aperta”. E poi ci sono i dubbi dei Graviano: il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori – ricordo’ Crini durante la requisitoria al processo fiorentino al boss Francesco Tagliavia (condannato nel 2011 per le stragi) – racconto’ che nell’ottobre del ’93 i boss di Brancaccio chiesero al loro referente, il senatore Salvatore Inzerillo, quali fossero stati i ‘riscontri’ delle stragi nella politica, sentendosi rispondere che ”si era, addirittura, impedito a chi magari si poteva dare da fare, di fare un qualche cosa”. Mentre l’altro pm fiorentino, Giuseppe Nicolosi, in commissione ha spiegato che, ”per quanto accertato” durante il processo Tagliavia, la mancata proroga dei 41 bis da parte di Conso fu ”indifferente rispetto ai desiderata di Cosa nostra” e che era ampiamente prevista, visto che l’anno precedente, dopo via D’Amelio, il carcere duro era stato applicato ”a tappeto”. Per il procuratore aggiunto di Caltanisetta, Domenico Gozzo, invece, quella decisione di Conso si sposa con l’ipotesi secondo cui ”la trattativa, cominciata nel 1992” con i Ros e Ciancimino, ”trova compimento e frutto avvelenato nel 1993”. 

Giampaolo Grassi (ANSA)


Be First to Comment

Lascia un commento