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Ass. Georgofili: ‘Gabriele Chelazzi non usava parole a vanvera’

20 ottobre 2012. L’articolo uscito oggi in cronaca fiorentina del quotidiano La Repubblica, circa la lettera scritta da Gabriele Chelazzi nelle ore che hanno preceduto la sua morte non ci rasserena affatto.
Anzi, se ce ne fosse stato bisogno ci inquieta più di prima.
Andiamo ad analizzare per alcuni  punti:
1) “Oggi però con ogni probabilità” -  si scrive -  “Gabriele Chelazzi non la penserebbe più così”, purtroppo non c’è dato di saperlo .
2) I risultati eclatanti del pentimento di Gaspare Spatuzza, descritti quale conquista della Procura di Firenze dopo la morte di Chelazzi, crediamo che vadano attribuiti sicuramente a Gaspare Spatuzza e alla procura Nazionale Antimafia.
3) La  lettera di Gabriele Chelazzi, scritta poche ore prima di morire, “è stata conservata” si dice,  ma noi diciamo “occultata ben gelosamente”, altrimenti noi avremmo dovuto leggerla.
4) Quanto alle date dell’Olimpico, lo abbiamo sempre saputo che prima o poi, la  nuova data del fallito attentato all’Olimpico, quella del 24 gennaio 1994 e non quella del 31 ottobre 1993, avrebbe finito con il ritorcersi contro chi vedeva una trattativa tra Stato e mafia nei passaggi da 41 bis a carcere normale di quell’ottobre 1993.
Infatti il  ragionamento va da se: se i passaggi dal 41 bis a carcere normale sono avvenuti in tempi in cui non era in cantiere nessun attentato, l’avvicendamento da un sistema carcerario all’altro non può che essere stata normale amministrazione, e Gabriele Chelazzi aveva sbagliato la data del fallito attentato all’Olimpico.
A questo proposito ci permettiamo di dire che non siamo così certi che Chelazzi avesse sbagliato la data, anche perché niente vieta che gli attentati mancati all’Olimpico possano essere stati due, basta aspettare il prossimo “pentito” che ce lo dica.

Ma queste sono chiaramente elucubrazioni, invece di certo c’è che il prof. Conso è stato lui stesso ad asserire “ho agito in solitudine per fermare le stragi” –  e  questo è  un dato certo.
E poi comunque: ma con chi abbiamo avuto a che fare in quel 1993, se 5 mesi dopo l’attentato di via dei Georgofili si sono trasferiti centinaia, sia pure piccoli, insignificanti quanto si vuole, ma pur sempre mafiosi fuori da 41 bis?
In fondo i processi di Firenze che vanno dal 1996 al 2002 sono sempre stati chiari: il movente mafioso delle stragi del 1993 era il 41 bis.
Ci domandiamo oggi: ma i morti di Firenze avevano o no fatto effetto su qualcuno di quel Governo che si è fatto scivolare via il sangue di bambini e ragazzi solo dopo pochi mesi dall’eccidio di via dei Georgofili?
Comunque nulla ha importanza oggi di quanto viene scritto in cronaca fiorentina, quella che conta è una drammatica lettera di un uomo, di un magistrato, di un giudice tutto di un pezzo, forte, sicuro e giusto,   ma lasciato solo davanti ad un lavoro immane come sette fatti di strage per i quali perseguiva con la tenacia ed un equilibrio innati in lui:  tutta la verità.
Infatti, spostare la visione delle cose dopo che la lettera di Gabriele Chelazzi è finita sui giornali, non ha proprio nessuna importanza per noi, perchè Gabriele Chelazzi non c’è a dire la sua, e il tono della lettera non lascia dubbi, perché Gabriele Chelazzi non usava parole a vanvera o dettate solo da sue difficoltà personali.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

L’ultima lettera di Chelazzi “Stragi, mi hanno lasciato solo”. Scritta il giorno prima di morire, in Procura nessuno commenta

LASCIATO solo a indagare sulle stragi di Cosa Nostra del ‘93-’94. Tale si sentiva il sostituto procuratore nazionale antimafia Gabriele Chelazzi poche ore prima che un infarto lo uccidesse, il 17 aprile 2003, a soli 59 anni. Lo scrisse in una lettera datata 16 aprile 2003 e indirizzata all’allora procuratore di Firenze Ubaldo Nannucci. «Non credo che sia mai accaduto — scriveva — che un magistrato sia stato “costretto” a lavorare da solo (con tutti i rischi del caso, da quello di sbagliare a quello di esporre “la pelle” a eventualità non propriamente gratificanti) su una vicenda di quella portata». E cioè su «qualcosa come sette fatti di strage commessi dalla più pericolosa organizzazione criminale europea nell’arco di 11 mesi nel territorio italiano». La morte improvvisa ha cristallizzato il profondo sconforto che in quei mesi lo tormentava. Oggi però con ogni probabilità non la penserebbe più così.
Sebbene in procura nessuno voglia commentare, ci sono buoni motivi per ritenere che si sarebbe ricreduto. I colleghi che allora, a suo dire, non si dedicavano a sufficienza all’inchiesta, Giuseppe Nicolosi e Alessandro Crini, dopo la sua morte non hanno mai cessato di indagare e hanno conseguito risultati eclatanti, a partire dal pentimento di Gaspare Spatuzza, con le sue rivelazioni sui «nuovi referenti» di Cosa Nostra, che il boss Giuseppe Graviano nel gennaio ’94 gli indicò in Berlusconi e Dell’Utri, e con il completo ribaltamento della verità sulla strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, costata la vita a Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta.
In quei mesi del 2003 i due magistrati erano impegnati anche nel lavoro ordinario della procura di Firenze. E Nicolosi, in particolare, era immerso nelle indagini sulle nuove Brigate Rosse, dopo l’arresto, il 2 marzo 2003, di Nadia Lioce: indagini che portarono entro l’anno all’arresto degli assassini dei giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi. E’ comprensibile che in quelle circostanze Gabriele Chelazzi — che da dieci anni dedicava tutta la sua intelligenza e le sue energie all’inchiesta sulle stragi, che con i colleghi aveva fatto condannare decine di mafiosi, mandanti ed esecutori degli attentati, che continuava a indagare su possibili complicità esterne e aveva intuito l’esistenza di una trattativa fra Stato e mafia — si sentisse solo e amareggiato, e sostenuto, all’interno della procura di Firenze, soltanto dal procuratore aggiunto Francesco Fleury.
La lettera fu trovata poche ore dopo la sua morte e consegnata al procuratore Nannucci. Quello stesso anno fu trasmessa alla Commissione Antimafia, che la conserva da allora nel suo archivio. Il 21 ottobre 2010, nel corso dell’audizione dell’ex procuratore nazionale antimafia Piero Vigna, i parlamentari gli chiesero che cosa ne pensasse. «Gabriele Chelazzi — rispose Vigna — si era impegnato ultra vires (cioè oltre le sue forze – Ndr) in questa indagine… Tale indagine lo vedeva inquieto, a volte depresso, perché non si sentiva sostenuto dai colleghi di Firenze come avrebbe voluto ». La sera prima della sua morte andò da Vigna e gli mostrò la lettera. «Gli dissi che avrei revocato la sua applicazione all’indagine sulle stragi, ma lui mi chiese di non farlo perché voleva andare avanti e aveva ancora delle cose da fare». In ogni inchiesta, e soprattutto nelle più complesse, accade che gli inquirenti discutano e talvolta litighino furiosamente. E’ avvenuto anche fra Chelazzi e Vigna, che pure hanno lavorato insieme per decenni sul terrorismo e sulla mafia. Chelazzi, che era un grande magistrato, esigeva il massimo impegno da parte di tutti perché era consapevole del rischio di incorrere «in possibili errori di prospettiva o operativi». In quei mesi era convinto che il fallito attentato allo stadio Olimpico, nel quale dovevano morire decine di carabinieri, risalisse all’ottobre del ’93. I suoi colleghi non erano d’accordo. Anni dopo Spatuzza ha rivelato che l’autobomba doveva esplodere nel gennaio ’94. E le sue dichiarazioni sono state del tutto riscontrate. Chelazzi sarebbe stato il primo a gioire di questi sviluppi.

FRANCA SELVATICI (La Repubblica, 20 ottobre 2012)

 


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