Il trasferimento del figlio di Riina a Padova ha scatenato varie reazioni, una tra le tante la richiesta di pena di morte al nord, per le probabili conseguenze che il soggiornare a Padova del figlio del macellaio di via dei Georgofili potrebbe comportare.
Noi non l’abbiamo mai chiesta la pena di morte, eppure i nostri figli sono stati uccisi dal capostipite della famiglia Riina, quindi poco capiamo richieste che fanno pensare a mosse politiche di bassa lega, una cosa però ancora una volta l’abbiamo afferrata in queste ore: parlatene bene, parlatene male, ma parlatene… di mafiosi in libertà naturalmente!
Per le vittime della mafia, quelle è tutta un’altra cosa: se possono studiare, lavorare, vivere nella normalità o se vengono prese per il sedere ogni giorno da leggi incomplete nell’iter attuativo, quello è meglio non saperlo.
Concludendo, sarebbe stato meglio se il figlio di Riina fosse andato a lavorare al Centro di Don Puglisi, come gli era stato offerto, ma evidentemente non gli è garbato e lui può scegliere, del resto ci sono gli strumenti legislativi che lo possono aiutare nei suoi desiderata.
Egoisticamente parlando, di una cosa siamo contenti, il figlio di Riina non è venuto a vivere a Firenze come sarebbe piaciuto forse al padre, visto che la Toscana ha un tessuto sociale maledettamente ricettivo per le infiltrazioni mafiose, prova alla mano la notte del 27 Maggio 1993 in via dei Georgofili con punti di appoggio a Prato e non solo.
Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

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