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Ass. Georgofili: ‘Pietro Ribisi si è suicidato perché uomo di Cosa Nostra’

15 ottobre 2012. Non c’è ancora dato di sapere se il boss di “cosa nostra” Pietro Ribisi si è suicidato per “fine pena mai”, oppure puta caso, perché la mafia aveva bisogno di un “suicidio” per far scattare le sirene, che già si scrive: “causa” del suicidio “fine pena mai”.
Sta di fatto che ogni suicidio di mafiosi in carcere che si sono macchiati di crimini contro l’umanità,  suscita “pena e compassione” verso la loro situazione carceraria.
Eppure, noi abbiamo visto negli anni morire vittime di mafia capitati nelle mani di criminali che mai si pentono delle loro azioni e mai contribuiscono all’accertamento della verità sulle guerre di mafia scatenate contro lo Stato, senza che  nessuno pensasse al: “fine crocifissione mai” .
Infatti le nostre vittime della mafia “cosa nostra”, sono state crocifisse lentamente senza che venisse invocato nei confronti degli invalidi nessun sentimento di “pena e compassione”.
Ribisi Pietro se si è ucciso per il “fine pena mai”, sta di fatto poteva collaborare con la giustizia invece di impiccarsi, un po’ così come noi che affrontiamo ogni giorno le istituzioni per ottenere i nostri benefici circa le leggi che ci riguardano come la 512 del 1999 e la 206 del 2004.
Affrontiamo le istituzioni soprattutto quando sono sorde alle nostre giuste richieste e spesso ingoiamo calici amari.
Insomma qualunque sia il motivo per cui Pietro Ribisi si è suicidato, per noi lo ha fatto solo ed esclusivamente perché era un uomo di “cosa nostra”, che mai si sarebbe pentito e uscendo dal carcere avrebbe ricominciato ad uccidere.

Giovanna Maggiani Chelli
Presidente
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili

Boss di Agrigento suicida in carcere. Il figlio: “Non aveva motivo di uccidersi”

Pietro Ribisi, 61 anni, killer del giudice Saetta, si è impiccato nella sua cella del carcere di Carinola lo scorso giovedì, ma la notizia si apprende solo adesso. Era stato condannato con sentenza definitiva all’ergastolo per l’omicidio Saetta e assieme a un fratello era stato condannato come capo della cosca mafiosa di Palma di Montechiaro. Il figlio: “Non aveva motivo di uccidersi”

PALERMO – Il boss mafioso ergastolano Pietro Ribisi, 61 anni, di Palma di Montechiaro (Agrigento), si è suicidato nel carcere di Carinola, in provincia di Caserta, dov’era detenuto. Pietro Ribisi era stato condannato con sentenza definitiva all’ergastolo nell’ambito del processo per l’omicidio del giudice Antonino Saetta e del figlio Stefano, uccisi lungo la Statale 640 il 25 settembre del 1988. “Mio padre ha trascorso 20 anni in carcere di cui 11 col regime del 41 bis. Non aveva motivo di suicidarsi proprio ora che poteva sperare in qualche beneficio. Anzi per me potrebbe essere stato ucciso. E’ stata aperta un’inchiesta che non è stata archiviata. Dire che si è suicidato è quantomeno un anticipazione del risultato investigativo che ancora non c’è”. Lo dice Nicolò Ribisi, figlio del bosso morto in carcere. Nicolò Ribisi lamenta il fatto che il prete di Palma di Montechiaro (Ag) non voglia celebrare il normale funerale in chiesa perchè l’uomo si sarebbe suicidato.

“Mio padre – aggiunge – non stava bene. Non riusciva a dormire. L’ho visto martedì scorso. Avevamo chiesto di farlo trasferire in un penitenziario con annesso ospedale ma giovedì è morto. Il pm ha sequestrato la cella e tutti gli effetti personali di mio padre. Dicono che si è impiccato. Ma ho visto il suo collo dopo che ci hanno riconsegnato la salma: ha un segno che va verso il basso non verso l’alto. E ha le dita della mano sinistra nere come se avesse tentato di impedire che lo strangolassero”.

Assieme a un fratello, era stato condannato anche a 12 anni come capo della cosca mafiosa di Palma di Montechiaro. Quello dei Ribisi è un nome si spicco nella storia della mafia agrigentina. I fratelli, Gioacchino, Rosario e Carmelo Ribisi furono assassinati alla fine degli anni Ottanta nel contesto di una feroce faida mafiosa tra il gruppo storico di Cosa nostra e quello emergente della Stidda. Gioacchino venne ucciso la sera del 5 agosto 1989 all’interno di una pizzeria di Zingarello, mentre Rosario e Carmelo vennero trucidati, il 4 ottobre dello stesso anno, mentre si trovavano all’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta. Altri due fratelli, Calogero e Grazia, sono rimasti coinvolti in gravi vicende giudiziarie dalle quali, però, sono usciti puliti. Calogero prima è stato processato e assolto dall’accusa di omicidio volontario, successivamente è stato sottoposto al soggiorno obbligato perchè ritenuto in qualche modo collegato con le attività criminali dei fratelli.

A firmare la richiesta di confino fu il giudice Rosario Livatino, poi anch’egli assassinato dalla mafia. Ma questo provvedimento, emesso dal Tribunale di Agrigento e confermato dalla Corte d’Appello di Palermo, venne annullato dalla Corte di Cassazione. Grazia, infine, venne arrestata agli inizi degli anni Novanta nel contesto dell’operazione antimafia denominata “Gattopardo”. Subì un lungo processo al termine del quale fu assolta con formula piena. Quindi, chiese ed ottenne dallo Stato un risarcimento dei danni per ingiusta detenzione. Il nipote del boss suicida, Nicolino Ribisi, fu arrestato dai poliziotti Squadra Mobile di Agrigento nel 2010 e l’allora presidente della squadra di calcio Akragas gli dedicò una vittoria suscitando molte proteste. Sul caso fu aperta anche un’inchiesta.

Secondo quanto riferito da Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe, Ribisi si è impiccato nella sua cella lo scorso giovedì, ma la notizia si apprende solo adesso. I funerali si svolgeranno domani a Palma di Montechiaro. Dopo “l’ennesimo tragico caso di morte in carcere – ha dettto Capece – bisognerebbe darsi concretamente da fare per un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere”.

La Repubblica Palermo (15 ottobre 2012)

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