“Presidente, abbiamo depositato agli atti del processo alcuni documenti che accertano la conoscenza e la frequentazione tra Vito Ciancimino e l’ex comandante del Ros Antonio Subranni. Ci sono anche scambi di auguri autografi firmati da Subranni ritrovati a casa di Ciancimino”.
Il pubblico ministero Nino Di Matteo lo dice come una cosa scontata, ma scandisce bene le parole, e tra i nuovi mille fogli inseriti nel fascicolo, ci tiene a sottolineare questi. E’ ovvio, pensa, che queste carte debbano finire nel fascicolo, debbano far parte del processo a carico di Mario Mori e Mauro Obinu, alla sbarra per favoreggiamento aggravato alla mafia. Quest’ultimo, ieri in aula, ostentava arroganza e strafottenza; molto più composto e freddo Mori.
Il presidente del Tribunale, Mario Fontana (nella foto è l’uomo a sinistra, l’altro è Nanni Moretti in Palombella Rossa), scuote la testa, e senza molta convinzione la butta lì: “E’ proprio necessario? Se non è necessario eviterei di presentare questi documenti… per non appesantire il processo”. Di Matteo per un momento spalanca gli occhi, quasi prende la rincorsa per rispondere. Poi, pur mantenendo il suo consueto rispetto nei confronti della Corte, il suo tono si fa duro. “Presidente, si tratta di false dichiarazioni, Subranni ha dichiarato di non aver mai nemmeno conosciuto Vito Ciancimino”. E Fontana, senza molta convinzione, ne prende atto.
Alla fine dell’udienza Di Matteo è teso e nervoso. A molti, tra i presenti, sembra che abbia lanciato la toga sulla sedia in segno di stizza. Un’obiezione così maldestra e superficiale da un presidente di Tribunale forse non se l’aspettava. Sembra la conferma che tiri una brutta aria sul processo.
Ci potrebbe essere in ballo una nuova incriminazione per Subranni, quella di false dichiarazioni al pm, e Fontana si preoccupa di non appesantire il dibattimento?
Benny Calasanzio

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