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Antonio e Francesca : Testimoni di Giustizia

Da più di dieci anni siamo costretti a questa insolita vita, con una nuova identità, dopo aver preso una delle decisioni più difficili della nostra vita, così faticosa da prendere, così irrevocabile, così dolorosamente necessaria, per salvaguardarci da un imminente rischio di morte. Viviamo dentro un’insolita vita, da esiliati con un titolo: “Testimoni di Giustizia”.
Inizia così il lungo racconto di Antonino Candela e Francesca Inga, marito e moglie, originari di Villafranca Sicula, vicino Lucca. Antonino e Francesca oggi vivono in località protetta, e come Pino Masciari sono tra i 67 testimoni di giustizia in Italia. 
E’ una storia sconosciuta quella di questi due “eroi poveri”, una storia fatta di soprusi e sopraffazioni da parte di Cosa Nostra, di prepotenze e di umiliazioni, fino al giorno del “basta!”.
Nel 1993 Antonino e Francesca tornano dalla Germania per lavorare e vivere nella loro terra d’origine. Aprono un bar e un ristorante, con un sostanzioso investimento economico. Lavorano, e in breve tempo i loro locali diventano punti di ritrovo e di aggregazione non solo per i cittadini di Villafranca ma dell’hinterland.
Erano imprenditori di successo, lavorano bene ed erano appagati, anche dalla bambina che cresceva splendidamente. Un quadretto troppo perfetto che i vermi mafiosi non possono tollerare. Loro, uomini del nulla, senza arte nè parte, spettri che vivono grazie alle paure altrui. Antonino e Francesca, persone libere, vive.
“Questi animali erano certi del nostro assenso al silenzio, sicuri che non potevamo denunciare facilmente alle loro prepotenze disumane, ma solo subire senza impedimenti i loro soprusi quotidiani, terrore psichico, vessazioni, lo sbatacchiare di cose vergognose dalle loro bocche, urla e allusioni pesanti alla nostra sfera privata.Ormai non c’erano altro che tumulti e scenate in quel locale, ma anche rompere sedie e tavoli, e non solo, perché facevano a pezzi anche le aste del biliardo.Una di queste stecche, fu puntata dritta in fronte a me (Antonio), per farmela penetrare in testa”.
Questi vermi oltre a sbeffeggiare i due proprietari, proprietari di qualcosa che loro non avrebbero saputo creare perchè incapaci cronici, continuavano a consumare e non pagare, ad alzarsi ed andarsene senza lasciare moneta.
A quanto pare il boss della situazione era proprio Emanuele Radosta, figlio dell’ex capomafia di Burgio, killer di mio nonno, ora a marcire in carcere, da sconfitto, da nuddu ammiscatu cu nienti.
La situazione andò avanti per tre lunghissimi anni, e precipitò nel 1996. Nel marzo del 1996.
Un gruppo di persone stava mangiando nel loro ristorante. Antonino esce per accompagnare la figlia dalla nonna, e due minuti dopo la sua partenza, il gruppetto che stava pranzando esce dal ristorante. Il tempo di raggiungere l’auto, e uno di loro viene raggiunto da un killer che lo ammazza come un cane.
“Era con la testa penzoloni e aveva nel volto la smorfia disumana, penosa che mi fece togliere il respiro. Erano passati pochi giorni, quando dentro il Ristorante si fece rivedere il Killer della carneficina, a rivisitare il luogo del delitto.Questo appena entrato, aveva dato un sorso alla birra, e senza perdere tempo già aveva fatto il giro del locale, guardando attentamente dentro e fuori alcuni punti, come se scorgesse qualcosa di compromettente, un elemento che sbadatamente aveva trascurato e doveva far scomparire per essere più sicuro. Soddisfatto della verifica, ritornava verso il bancone-Bar, terminava la birra, pagava e usciva dal locale tranquillamente”.
Antonio e Francesca erano sicuri che fosse il killer. Ma non ebbero nemmeno il tempo di rielaborare, di capire, di prendere decisioni.
Dopo soli 40 giorni dal primo omicidio, la scena si ripete.
Un gruppetto di persone mangia al loro ristorante, il tempo di uscire e un killer li raggiunge e uccide uno di loro.
“Ebbe solo il tempo di entrare nella propria autovettura, quando all’improvviso fu tempestato da una raffica di proiettili esplosi da un mitra di un Killer, che si era trovato lì all’improvviso, di nascosto”.
Antonino e Francesca rimango paralizzati, immobili di fronte a quella scena, di cui divengono, loro malgrando, testimoni oculari. Il killer li fissa negli occhi, certo del terrore che avrebbe trasmesso, certo dell’omertà che si sarebbe assicurato.
Aveva sbagliato persone però. Antonino e Franscesca decidono di abbandonare quel posto maledetto, ma non da vittime, da sconfitti, ma da vincitori. Decidono di raccontare tutto alla magistratura, diventano testimoni di giustizia ed entrano nel programma di protezione.
Loro tra i 67 eroi dimenticati da questa nazione prostituta.
Vengono mandati fuori dalla Sicilia, sotto falso nome, senza lavoro, come altri testimoni. Ma non si fermano qui. Partecipano addirittura alle udienze dei processi, mandano gente all’ergastolo, grazie a loro è proprio Radosta che viene arrestato per l’omicidio di un commerciante di arance, Tramuta, ucciso con la stessa mitraglietta usata con mio nonno. Oggi vivono, e non si lamentano. Vorrebbero una vita più normale, vorrebbero che qualcuno li ricordasse per quello che hanno fatto.
Non posso anticipare niente, ma vedrete che qualcosa accadrà. Qualcosa farò.
Hanno un blog (http://antonioefrancescatestimonidigiustizia.blogspot.com), che aggiornano spesso, con il quale comunicano col mondo esterno. Inondateli di commenti, visitatelo ogni giorno. Loro sono l’elite, l’orgoglio dell’Italia, ricordateglielo.

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