Roma, 13 apr. – Intervenire o meno sull’azione disciplinare avviata dal pg di Cassazione nei confronti del pubblico ministero di Palermo Nino Di Matteo, uno dei titolari del procedimento sulla trattativa Stato-mafia, per le dichiarazioni da lui rilasciate sull’inchiesta con un’intervista. Questo uno dei temi centrali affrontati stamane dal ‘parlamentino’ dell’Anm, che ha suscitato un dibattito ampio e, in alcuni momenti, anche acceso. A ‘innescare la miccia’, l’intervento di Sebastiano Ardita, esponente di Magistratura Indipendente e procuratore aggiunto a Messina, che difende in sede disciplinare il pm Di Matteo. “Dobbiamo assumere una posizione netta – ha detto Ardita – e non abbandonare i magistrati di Palermo. Quello di Di Matteo e’ una caso emblematico che non ci deve dividere”. Ardita, in particolare, ha chiesto al comitato direttivo centrale del sindacato delle toghe di mettere nero su bianco, con un documento, una sorta di ‘difesa’ di Di Matteo, rilevando che le ragioni dell’avvio dell’azione disciplinare “non sono condivisibili”: “non si puo’ fargli una carezza per le minacce che ha ricevuto e poi dargli uno schiaffo con l’azione disciplinare – ha rilevato l’esponente di Mi – non possiamo associarci a quanti dicono che una cosa e’ l’azione disciplinare, un’altra la solidarieta’ per le minacce”. Di tutt’altro avviso, pero’, e’ stata il segretario di Magistratura democratica, Anna Canepa, ex vicepresidente dell’Anm: “l’Associazione magistrati – ha sottolineato – non puo’ non essere vicino a chiunque rischia quotidianamente la vita per la giustizia, ma mi stupisce l’intervento di Ardita, perche’ non bisogna confondere cio’ che riguarda l’Anm con il procedimento disciplinare”. Anche per Luisa De Renzis, giudice a Roma e rappresentante di Unicost, “pretendere che l’Anm si trasformi in un collegio difensivo non va a beneficio del collega, dobbiamo rispettare le regole del processo”.
AGI

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